La  Morte e la Rinascita

 

 

Alla morte di un faraone, nei quindici giorni successi­vi all'evento, messaggeri in gran numero risalivano le acque del Nilo per portare la notizia in ogni parte d'Egit­to. Nel frattempo gli operai ultimavano i lavori per l'ap­prontamento della grande tomba reale destinata ad acco­gliere il corpo del sovrano dopo i settanta giorni necessari alla sua mummificazione. Solo con un corpo 'rinnovato', garanzia di sopravvivenza per l'eternità, egli poteva infatti sperare di salvare il suo Ka, lo spirito vitale che è l'essenza della vita.

 

Quanto alla durata del periodo necessario all'o­perazione, non è certo casuale: per settanta giorni la stella Sirio si conserva infatti invisibile agli uomini, salvo com­parire quando la piena del Nilo è imminente, annuncio di vita nuova.


Con una pietra aguzza si praticava un taglio preciso sul ventre del re per poter procedere all'estrazione degli orga­ni interni, che per loro natura si decompongono rapida­mente. Venivano riposti in contenitori detti canopi, solitamente chiusi da un coperchio raf­figurante la testa del dio-animale prepo­sto a custodirli. Solo le reni e il cuore, considerati sedi delle emozioni, venivano ricollocati nel corpo svuotato, mentre il cervello era estratto con un lungo un­cino infilato attraverso i fori delle narici. A questo punto il corpo del morto era pronto per essere collocato nel natron, un sale con elevatissimo potere assor­bente dei liquidi: essiccato, sarebbe stato pronto per il trattamento conclusivo.

 

La bendatura del cadavere del faraone era un'operazione delicata e da compiersi quindi con la massima cura. Le fattezze del re dovevano infatti conservarsi il più possibile inalterate nel tempo e per otte­nere questo risultato non bastava avvol­gerlo in più strati di bende. Innanzi tutto bisognava riempirne le cavità orbitali con del lino, in modo che non si infossassero eccessivamente: lo stesso rischio poteva correre il naso, in qualche caso appiattito o distorto dal peso eccessivo del bendag­gio.

 

Le bende dovevano essere cosparse di resine e oli per evitare che, essiccando, aderissero alla pelle come una 'colla'. In­fine tra uno strato e l'altro erano disposti amuleti protettivi.

 

Il sarcofago di un faraone era una bara molto elaborata formata da contenitori di grandezza differente, incastrati l'uno nel­l'altro. I materiali impiegati erano pregia­ti: legni rari e oro massiccio. Altrettanto preziose erano le decorazioni interne ed esterne delle casse; prevalevano raffigura­zioni di divinità dell'oltretomba e vario­pinti geroglifici di formule magiche pro­piziatorie per il 'viaggio' ultraterreno.

 

Uno dei momenti più difficili per il defunto era costitui­to dalla cerimonia della pesatura del cuore, posto su un piatto di bilancia cui faceva da contrappeso una piuma, simbolo di Maat, la dea della giustizia: solo se il cuore ri­sultava più leggero della piuma e se il defunto rispondeva correttamente ai quesiti incalzanti di quarantadue periti giudicanti c'era speranza di salvezza.


In caso contrario,  quando cioè il dio-scriba Thot non dichiarava il defunto sincero di cuore, il verdetto era terribile: una seconda morte tra le fauci della grande divoratrice. Ma qualora la prima fase del giudizio fosse stata superata con successo, il re poteva accedere al cospetto di Osiride, giudice supre­mo, che lo destinava al difficile viaggio attraverso Duat, il regno che bisognava attraversare per po­ter ritornare alla vita. Non mancavano a questo proposi­tivo le dotazioni adatte a superare la prova con successo.

 

Oltre ai for­mulari di preghiere contenuti nel Libro dei morti, era messa a dispo­sizione del defunto una barca so­lare su cui il corpo del re viaggiava adagiato su un catafalco sormonta­to da un baldacchino e assistito da due prefiche. Sono le personifica­zioni di Iside e Nefti, le due scon­solate sorelle che piansero sul cor­po di Osiride ucciso dal malvagio Seth. L’equipaggio dell'imbarcazio­ne era completato da un timoniere e da divinità di numero variabile, il cui compito era quello di vigilare affinché il percorso verso Oriente procedesse con successo.

 

Era in qualche caso necessario ricorrere infatti alle arti magiche per supera­re gli ostacoli più difficili; solo queste si rivelavano infatti efficaci contro Apofis, il gigantesco serpen­te dalle teste risorgenti.

A dodici ore dal suo inizio il viaggio trovava finalmen­te la sua conclusione.

Il morto era tornato a vivere con le sembianze di KHEPRI, lo scarabeo che, deponendo le uo­va sotto la sabbia, sembra prendere vita dal nulla. La barca solare appare ora circonfusa da una luce rossastra: e quel-la dell'alba che segna l'inizio di un nuovo giorno.

A questo punto tutto era davvero pronto per l'incoro­nazione di un nuovo re, che veniva ufficialmente insigni­to dell'incarico da due sacerdoti che indossavano le ma­schere di Horus e Seth, gli eterni rivali riappacificati, e gli ponevano sul capo due corone bianca e rossa, rispetti­vamente simboli dell'Alto e del Basso Egitto.

 

I reperti


Dall’alto:Corredo funerario del faraone: un pilastro zed ( secondo alcuni la colonna vertebrale di Osiride, secondo altri palo intorno a cui erano legale spighe di grano ), comunque simbolo di stabilità e uno scarabeo, l’amuleto legato alla resurrezione.

Vaso canopo destinato a contenete lo stomaco del defunto, che nello specifico raffigura  la divinità protettrice di quest’organo, Duamutef  con la testa di sciacallo.

Pittura raffigurante  la cerimonia dell’apertura della bocca che ha un ruolo fondamentale nel segnalare il passaggio a una nuova vita, avendo lo scopo di restituire l’uso dei sensi.

Pittura ritrovata nella Valle delle Regine, la mummia del dio Ra, identificato con Osiride, è affiancata da Iside e da sua sorella Nefti.( Il tema della morte e rinascita di Osiride è il più profondo dei miti egizi. Sua moglie, Iside, ne ricompose il corpo smembrato ).

 

 

 

 

 

 

 

Il Potere

 

Copyright © 1999-2000 Valerio Ciriminna