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NOTIZIE EST #280 (1) - NATO/JUGOSLAVIA
10 novembre 1999
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LA NATO PENSAVA A UN'INVASIONE DI TERRA? / 1

[Negli ultimi mesi stanno uscendo vari articoli che riesaminano l'evoluzione della guerra della NATO contro la Jugoslavia. Si tratta soprattutto di articoli pubblicati da alcuni tra i maggiori mezzi d'informazione di Stati Uniti e Gran Bretagna ("Washington Post", "New York Times" o BBC, per fare solo alcuni esempi), che godono di canali di accesso particolari con alti funzionari dei due rispettivi paesi. Il pezzo che riportiamo qui sotto, per esempio, e' stato scritto da Steve Erlanger, un giornalista con buoni agganci all'interno dei meccanismi del potere USA, in particolare per quanto riguarda i Balcani, ma che spesso e' stato il canale attraverso il quale i vari circoli dell'amministrazione statunitense hanno fatto passare, se non proprio delle "veline", almeno delle informazioni che miravano a obiettivi politici evidenti. Ora al centro dell'attenzione e' la strategia seguita dalla NATO durante questa ultima guerra e la relativa polemica tra le diverse fazioni politiche dell'amministrazione USA, tra le quali si e' evidentemente aperta una forte spaccatura (semplificando molto, si possono individuare la linea dei "falchi" Albright-Clark e la linea delle "colombe" Clinton-Cohen-Pentagono-Stati maggiori dell'Esercito, usando i termini "falchi" e "colombe" solo per comodita' esplicative e non certo per il loro contenuto effettivo). All'interno di questa polemica, un ruolo di primo piano lo stanno avendo le "rivelazioni" sulla presunta decisione, ai primissimi di giugno, di procedere a un intervento di terra. L'articolo riportato qui sotto sostiene questa tesi (anche se, a leggerlo attentamente, non la formula mai a chiare lettere e si contraddice svariate volte). La nostra opinione e' che tali ipotesi "decisionistiche" servano a coprire a posteriori l'enorme imbarazzo in cui si e' trovata la NATO durante tutto il corso della guerra contro la Jugoslavia e siano poco reali, o comunque debbano essere lette piu' come mossa disperata di fronte alle eccezionali difficolta' incontrate che come esito lineare di una strategia militare pianificata in anticipo. L'articolo di Erlanger, al di la' di queste osservazioni, contiene molte informazioni e interpretazioni utili. Domani pubblicheremo una seconda e piu' breve parte con i nostri commenti - a.f.]

MENTRE MILOSEVIC NON CEDEVA SUL KOSOVO, LA NATO SI STAVA MUOVENDO VERSO UN'INVASIONE di Steve Erlanger - ("New York Times", 7 novembre 1999)

BELGRADO, Jugoslavia - Ai primi di giugno, il primo ministro britannico Tony Blair, il piu' esplicito sostenitore di un'invasione di terra del Kosovo, aveva ordinato la preparazione di 30.000 lettere per richiamare i riservisti dell'esercito britannico. Scritte e messe in una busta con indirizzo, erano pronte per essere spedite e rendere cosi' possibile l'impiego di 50.000 soldati britannici - meta' degli effettivi di cui dispone l'esercito - per entrare in Kosovo. A Washington, il presidente Clinton, con enorme riluttanza, stava per dare la propria approvazione ai preparativi per un'invasione di terra del Kosovo, che avrebbe visto il coinvolgimento di ben 120.000 soldati americani - nonostante il suo impegno, dato in un discorso televisivo trasmesso il primo giorno della guerra, il 24 marzo, a non intervenire via terra, con le chiare parole: "io non intendo dispiegare nostre truppe in Kosovo per combattere una guerra". Se si deve giudicare da interviste condotte con alti funzionari di sette governi - Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Italia, Francia, Finlandia e Jugoslavia - gli Stati Uniti sono giunti molto piu' vicini a una guerra di terra in Europa di quanto generalmente non si ritenga. Il 2 giugno, il giorno prima che il presidente jugoslavo Slobodan Milosevic decidesse di accettare i termini della NATO per porre fine al conflitto, il consigliere per la sicurezza nazionale Sandy Berger ha convocato una lunga riunione dei piu' alti responsabili della sicurezza nazionale dell'amministrazione Clinton. Nel corso della riunione, tra le altre cose, si e' discusso nei dettagli come la NATO avrebbe potuto vincere la guerra. Quasi contemporaneamente, l'ex primo ministro russo Viktor Cernomyrdin e il presidente finlandese Martti Ahtisaari si trovavano a Belgrado, esponendo a Milosevic le condizioni della NATO, ma pochi a Washington si attendevano che Milosevic le accogliesse. Cernomyrdin, insoddisfatto dalle condizioni poste, aveva quasi rifiutato di recarsi a Belgrado, ma ha infine presenziato ascoltando Ahtisaari che spiegava a Milosevic come la NATO avrebbe colpito ancora piu' duramente le citta' dall'aria, distruggendo i suoi ponti e le sue centrali elettriche, e come essa, se necessario, sarebbe stata costretta a invadere il Kosovo. Due settimane prima, Clinton aveva detto che "tutte le opzioni sono sul tavolo" e Cernomyrdin aveva reso chiaro a Milosevic che la Russia, che aveva fornito a Belgrado informazioni radar sugli aerei NATO in arrivo, non sarebbe piu' stata in grado di dare il proprio sostegno, perfino nel caso di un'invasione di terra. A Washington, funzionari della Casa Bianca stavano ancora lavorando duramente alla ricerca di opzioni di terra che escludessero la proposta avanzata dal gen. Wesley Clark, il comandante della NATO, il quale richiedeva un'invasione con un numero di soldati alleati fino a 175.000. Tali funzionari discutevano della creazione di un "corridoio di uscita" limitato per fare defluire dal Kosovo gli albanesi sfollati interni, e di "aree protette" per loro all'interno del Kosovo stesso, dove avrebbero ricevuto cibo e riparo. Ma gli Stati Maggiori Congiunti, che comunque non erano favorevoli a un'invasione, hanno fatto capire con chiarezza che avrebbero preferito la proposta di Clark rispetto a qualsiasi altra soluzione che avrebbe impegnato troppo pochi soldati americani per un obiettivo eccessivamente limitato. E i funzionari sapevano, secondo quanto raccontano, che Clinton aveva solo alcuni giorni per autorizzare i preparativi per un'invasione se voleva riuscire a convincere in qualche modo la NATO, un Pentagono riluttante e un Congresso scettico, e a mettere in atto tale intervento prima dell'inverno, dando ai profughi una possibilita' di tornare a casa. L'idea che la guerra avrebbe potuto trascinarsi fino alla primavera - con Milosevic duramente colpito, ma ancora in possesso della presa sul Kosovo, 850.000 profughi ancora nei campi e l'alleanza NATO logorata o addirittura spaccata - "era troppo orribile per poterci solo pensare", ha detto un alto funzionario. I britannici ritenevano che avrebbero avuto bisogno di ben quattro mesi - 120 giorni - per prepararsi a un'invasione, motivo per cui le lettere di richiamo erano quasi state spedite. Gli americani pensavano di avere bisogno di meno di 90 giorni - ma le loro scadenze sono state brutalmente dilazionate quando all'improvviso si sono resi conto che, senza significativi lavori per la costruzione di nuove strade, i grossi carri armati americani M1 Abrams, non sarebbero riusciti ad affrontare l'unica strada che collega l'Albania al Kosovo. Clark, le cui truppe stavano gia' ricostruendo la strada da Tirana a Kukes, in Albania, in preparazione per una possibile invasione, avrebbe voluto una decisione entro il 1 giugno, e pensava che comunque il 10 giugno fosse la scadenza assolutamente ultima se si voleva cominciare un'invasione in settembre. L'ambasciatore di Clinton presso la NATO, Alexander Vershbow, un ex funzionario del Consiglio di Sicurezza Nazionale, si era convinto per la prima volta di potere riuscire a rifilare una guerra di terra all'alleanza, nonostante la contrarieta' di Germania, Italia e Grecia, ma avrebbe avuto bisogno di cinque o sei giorni per riuscirci. La riunione dei funzionari e' terminata con l'intesa comune sul fatto che dei tre obiettivi americani per la guerra - vittoria della NATO, mantenere l'alleanza coesa e conservare il coinvolgimento della Russia - la vittoria era diventato l'unico obiettivo fondamentale, anche a costo di spaccare l'alleanza e di interrompere la collaborazione della Russia con l'Occidente. Fino a quel momento non era pronto ancora alcun documento che Clinton dovesse firmare, ma l'unico piano sul tavolo era l'idea di Clark di un'invasione da parte di 175.000 soldati attraverso l'Albania, con l'appoggio di alcuni elicotteri d'assalto dall'Italia ed eventualmente un finto attacco dal nord, cioe' dall'Ungheria, per tenere impegnate le forze jugoslave. "Clinton doveva decidere in un paio di giorni", ha affermato un alto funzionario, riferendosi all'approvazione formale da parte del presidente degli intensi preparativi per una guerra di terra in settembre. "Non vi era modo di aggirare la questione". La Casa Bianca ha annunciato che Clinton si sarebbe incontrato con gli Stati Maggiori Congiunti il 3 giugno. Poco prima, il 2 giugno, Berger aveva incontrato un gruppo di esperti e di analisti esterni, che avevano criticato l'amministrazione e insistito per l'autorizzazione a una guerra di terra. Del gruppo facevano parte l'ex ambasciatore alle Nazioni Unite, Jeane Kirkpatrick, due ex ambasciatori alla NATO, Robert Hunter e William Taft, un ex comandante della NATO, George Joulwan, un ex funzionario del Dipartimento di Stato, Helmut Sonnenfeldt, un funzionario della RAND Corp., Stephen Larrabee, e due ex funzionari del Consiglio di Sicurezza Nazionale, Ivo Daalder e Jeremy Rosner, che avevano aiutato Clinton a fare approvare dal Senato l'allargamento della NATO. Berger ha detto loro di essere convinto che la guerra aerea stava funzionando - un'opinione non universalmente condivisa - ma ha aggiunto, "vinceremo", indipendentemente da cosa sara' necessario fare per "fare uscire i serbi, fare entrare la NATO e fare tornare gli albanesi" in Kosovo. Vi erano "quattro fatti innegabili", ha detto Berger secondo gli appunti presi dai partecipanti. "Uno, vinceremo. Punto e a capo. Non c'e' alternativa. Due, vincere significa quello che noi abbiamo detto che significa. Tre, la campagna aerea sta avendo un forte impatto. Quattro, il presidente ha detto che non esclude alcuna opzione. Cosi' tornate al punto uno. Vinceremo". In una successiva discussione, Berger e' sceso maggiormente nei dettagli: "Non siamo ancora giunti alla conclusione che la campagna aerea non funziona. Ma ci stiamo preparando alla possibilita' essa non dia risultati". E ha aggiunto che la vittoria sarebbe stato ottenuta "all'interno della NATO o al di fuori di essa", aggiungendo: "Un consenso all'interno della NATO e' prezioso. Ma non e' una condizione sine qua non. Ci vogliamo muovere con la NATO, ma la NATO non puo' impedirci di muoverci". Ha inoltre aggiunto: "Ci sono svariate opzioni e svariate scadenze per come applicare la forza, e noi le stiamo prendendo in esame tutte". Ma nei fatti, affermano funzionari, c'era un sola opzione in quel momento, che gli Stati Maggiori avrebbero sostenuto: l'opzione di Clark, anche se il Pentagono e il segretario alla difesa William Cohen non hanno mai gradito per nulla l'idea di un'invasione di terra. Un'autorizzazione di Clinton all'invio di decine di migliaia di altri soldati americani e della NATO per preparare un'invasione del Kosovo avrebbe avuto un impatto psicologico su Milosevic. L'ideale, secondo quanto speravano i funzionari, sarebbe stato che una tale decisione avesse portato Milosevic a capitolare senza il bisogno di inviare tali forze sul campo di battaglia. Clinton era gia' stato oggetto di gravi critiche da parte di funzionari NATO e perfino di un ex generale della NATO, Klaus Naumann, per quella che avevano definito la follia strategica di escludere un'invasione di terra fin dall'inizio della guerra. All'inizio della campagna dei bombardamenti, le previsioni degli americani e della NATO erano che Milosevic avrebbe ceduto dopo soli pochi giorni di bombardamenti essenzialmente simbolici. Le stime americane secondo cui egli non avrebbe resistito per oltre 12 giorni di una campagna aerea in escalation si sono rivelate ampiamente inaccurate. Tre settimane dopo la guerra, affermano i funzionari, mentre Milosevic stava espellendo a decine di migliaia gli albanesi dal Kosovo, le capitali occidentali erano in preda a un vero e proprio panico, mentre tra Berger e il segretario di stato Madeleine Albright, la quale pensava che Milosevic avrebbe ceduto prima, si erano aperte nuove e forti tensioni. Blair si stava convincendo che un'opzione di terra fosse di importanza vitale e si e' recato presso la sede generale della NATO a meta' aprile, appena prima del delicato summit per il cinquantenario dell'alleanza, cosi' come subito dopo di esso, per discutere tale opzione. Anche se Clinton ha chiesto a Blair, in una conversazione telefonica, di cessare prima del summit le pressioni fatte pubblicamente per un'invasione di terra, i due si sono incontrati con alti funzionari nel corso della riunione, per discutere seriamente un'invasione e hanno approvato un l'avvio di una relativa attivita' di pianificazione, anche se non e' chiaro se il presidente degli Stati Maggiori Congiunti, Henry Shelton, ne fosse stato informato. A Clark e' stato dato dal segretario generale della NATO, Javer Solana, il tacito assenso a cominciare a discutere di opzioni di terra. E a quanto si dice, Clinton aveva deciso che una guerra di terra, se si fosse mai avuta, non sarebbe stato "uno sforzo a meta'", secondo quanto riferisce un funzionario. A meta' maggio, Clark ha presentato il suo piano ed e' stato trattato scetticamente dal Pentagono, che rimaneva ancora contrario all'autorizzazione dell'uso degli elicotteri Apache sul Kosovo. Tuttavia, viste le pressioni di Blair su Clinton e l'evidente fallimento della guerra aerea nell'espellere Milosevic dal Kosovo, Solana e' stato autorizzato a commissionare a Clark un piano di invasione modificato e dettagliato. Clinton, contemporaneamente, era costretto a chiedere di nuovo a Blair, in termini energici, di cessare la campagna pubblica del suo governo per un'opzione di terra. Ma in un'occasione eloquente, il 18 maggio, Clinton si premurava di sottolineare che "tutte le opzioni sono sul tavolo" e, alcuni giorni dopo, Clark si trovava a Washington per esaminare il proprio piano con gli Stati Maggiori. Clinton ha approvato il dispiegamento di un numero di soldati NATO fino a 45.000 (ivi inclusi 7.500 americani) in Macedonia, che avrebbero dovuto fare parte di una forza NATO di occupazione del Kosovo se Belgrado avesse capitolato, ma come il nucleo di una potenziale forza di invasione se non lo avesse fatto. Esposto nuovamente alle pressioni dei britannici, Clinton ha inviato Cohen a una riunione segreta con le proprie controparti di Gran Bretagna, Germania, Francia e Italia. In occasione della riunione, tenutasi a Bonn il 27 maggio, i ministri hanno deciso che i loro governi avrebbero dovuto decidere se formare una forza di terra per un'invasione e avrebbero dovuto farlo in tempi decisamente rapidi. I vari funzionari, Clark incluso, avevano reagito con enorme sfiducia e scettiscismo ai chiari segnali che provenivano a inizio maggio da Belgrado, secondo i quali Milosevic era interessato a discutere un accordo. Nonostante tutte le affermazioni della NATO secondo cui l'esercito di Milosevic veniva duramente colpito, i generali della NATO sapevano bene che l'esercito era ben trincerato e non sarebbe stato possibile espellerlo dal Kosovo con le bombe. Gli attacchi della NATO, quindi, stavano diventando sempre piu' mirati a esercitare una pressione politica su Milosevic e il suo regime, con bombardamenti su obiettivi civili come ponti, strade, impianti di riscaldamento e centrali elettriche. "Sapevamo che avrebbe dovuto capitolare, prima o poi", ha detto un alto funzionario occidentale. "L'unica domanda era quando lo avrebbe fatto. E nessuno si aspettava che avrebbe ceduto presto". La mattina del 3 giugno, l'accettazione da parte di Milosevic delle condizioni della NATO ha letteralmente scioccato Washington e Clark, mentre altri hanno dimostrato grande scetticismo, convinti che Belgrado stesse tentando solamente di guadagnare tempo e mandare all'aria ogni idea di invasione. Ma alti funzionari jugoslavi hanno detto che il sostegno russo alle condizioni della NATO, la prospettiva di attacchi aerei ancora piu' intensi e, cosa forse piu' importante, la comprensione che un'invasione di terra era imminente, sono stati sufficienti per Milosevic, che era riuscito a ottenere alcuni importanti cambiamenti diplomatici nella posizione della NATO. Per lui, infatti, era molto importante che a sanzionare la pace e a controllare il Kosovo fossero le Nazioni Unite, e non la NATO; le truppe russe avrebbero fatto parte delle forze di pace e il Kosovo veniva riconosciuto come parte sovrana della Jugoslavia. "Per Milosevic era il momento migliore per accettare e salvarsi", ha detto un funzionario. "Alla fine, il presidente ha concluso che non poteva rischiare di perdere la guerra, e si e' pertanto preparato a inviare forze di terra in Kosovo per assicurare una vittoria della NATO", ha affermato Daalder. "Ma perche' sia lui che i suoi consulenti sono arrivati a questa conclusione cosi' tardi, nel corso della guerra? Perche' non hanno preso in considerazione cosa avrebbe potuto accadere se Milosevic non avesse immediatamente ceduto quando i bombardamenti sono cominciati? In realta', perche' mai bisognerebbe dare il via a una guerra se non si e' preparati ad andare fino in fondo?". Daalder, che ora e' uno dei piu' importanti membri della Brookings Institution, sta lavorando a un libro sulla crisi del Kosovo insieme a Michael O'Hanlon. Alcuni hanno sostenuto che il Kosovo ha dimostrato la possibilita' di vincere una guerra con la sola potenza aerea. Ma Daalder e numerosi funzionari sostengono che per la psicologia della decisione di Milosevic sia stata di importanza chiave la prospettiva, in ultimo reale, di una guerra di terra che egli non avrebbe potuto vincere e che avrebbe decimato il suo esercito e la sua polizia, due dei pilastri sui quali chiaramente si regge il suo regime. E uno dei grandi problemi della sicurezza dei Balcani, fino a quando Milosevic rimane al potere, dicono questi stessi funzionari, rimane proprio quello del suo esercito e della sua polizia, che egli e' stato in grado di ritirare quasi intatti dal Kosovo, proprio perche' la NATO non e' riuscita a distruggerli dall'aria.


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NOTIZIE EST #280 (2) - NATO/JUGOSLAVIA
18 novembre 1999
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LA NATO PENSAVA A UN'INVASIONE DI TERRA? / 2

[Seguono alcune considerazioni sull'articolo del "New York Times" distribuito nell'ultimo numero di "Notizie Est", in generale su tutta la questione dell'intervento di terra della NATO che alcuni sostengono fosse in preparazione alla fine del maggio scorso]

LA POLEMICA SULL'INTERVENTO DI TERRA
(OSSERVAZIONI IN MERITO ALL'ARTICOLO DEL "NEW YORK TIMES")
di Andrea Ferrario

L'articolo scritto da Erlanger per il "New York Times" e' mirato nel suo complesso a dare l'impressione che alla vigilia dell'incontro risolutivo del 3 giugno tra Cernomyrdin, Ahtisaari e Milosevic, fosse stata nei fatti presa, o quasi presa, la decisione di procedere a un intervento di terra, e infatti al termine dell'articolo si scrive che "la prospettiva di attacchi aerei piu' intensi e, cosa forse piu' importante, la comprensione che un'invasione di terra era imminente, sono stati sufficienti per Milosevic", o, poco piu' oltre, "per la psicologia della decisione di Milosevic [di accettare un accordo] e' stata di importanza chiave la prospettiva, in ultimo reale, di una guerra di terra". In realta', in tutto il pezzo l'autore non scrive mai a chiare lettere che una tale decisione fosse stata presa, ne' il suo resoconto da' basi sufficienti per affermare che fosse davvero prossima a concretizzarsi. Se si legge "a ritroso" l'articolo di Erlanger, si ha un quadro ben diverso. L'autore scrive che, in un momento da egli non precisato, ma che si presume immediatamente successivo agli ultimi giorni di aprile, dopo l'imbarazzo cui Clinton era stato esposto per le prime aperte esortazioni di Blair a prendere in considerazione un attacco di terra, a Clark era stato dato "il tacito assenso a cominciare a discutere di opzioni di terra", dove l'espressione "tacito assenso" lascia intendere che fosse stato Clark a premere perche' si "cominciasse a discutere", non di piani dettagliati, ma di "opzioni" di terra. Non si sarebbe trattato quindi di un'iniziativa dei massimi vertici politici e militari di Washington e l'aggettivo "tacito" lascia intendere che in via ufficiale non se ne voleva nemmeno parlare. "A meta' maggio", scrive Erlanger, "Clark ha presentato i suo piano ed e' stato trattato scetticamente dal Pentagono, che rimaneva ancora contrario all'autorizzazione dell'uso degli elicotteri Apache sul Kosovo", tuttavia, "viste le pressioni di Blair, [...] Solana e' stato autorizzato a commissionare a Clark un piano di invasione modificato e dettagliato". Quindi e' solo dopo la meta' di maggio, cioe' nel momento in cui erano appena fallite le prospettive di una soluzione di pace basata sul rilancio di Rugova (suo arrivo a Roma il 5 maggio) e per la quale molti avevano addirittura formulato una data intorno al 15-16 maggio, prospettive in buona parte cancellate dal caos politico successivo al non ancora chiarito bombardamento dell'Ambasciata cinese a Belgrado (7 maggio), che viene commissionato un primo piano dettagliato e "modificato" (quindi quello di Clark non andava bene). Riguardo al periodo tra l'inizio e la fine di maggio, vanno precisate alcune cose. Erlanger cita erroneamente Clinton, affermando che egli avrebbe detto "tutte le opzioni sono sul tavolo", mentre per essere precisi, il 18 maggio il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato "non ho tolto alcuna opzione dal tavolo" (UPI, 18 maggio 1999, "[I have] not taken any option off the table"), formula che nel linguaggio diplomatico ha un significato ben diverso. Inoltre, il 21 maggio Blair e Clinton avevano avuto un lungo colloquio telefonico, durante il quale il presidente USA aveva categoricamente ripetuto a Blair la sua richiesta di smetterla di spingere per un intervento di terra ("Guardian", 21 maggio 1999). Ancora il 24 maggio, l'allora segretario alla difesa britannico Robertson si recava a Washington per promuovere la campagna interventista del suo premier, ma al termine dei suoi colloqui tutto quello che dichiarava era che le "opzioni che implicano [il ricorso a] truppe di terra rimangono allo studio" (AFP, 24 maggio 1999, "options involving ground troops remain under review"). Inoltre, negli stessi giorni circolavano voci di un accordo "entro 15 giorni", rivelatesi poi esatte, le cui fonti erano personaggi di primo piano e bene informati sui retroscena della guerra, come il premier macedone Georgievski, appena tornato da una visita lampo in Italia, e Vuk Draskovic, allora da poco espulso dal governo serbo, ma che ha sempre avuto buoni canali di comunicazione con la cerchia di Milosevic (tali previsioni erano state pubblicate da "Notizie Est" in tempi non sospetti, nel #235 del 29 maggio 1999). Dalla meta' di maggio, Erlanger salta quindi direttamente (sempre leggendo il suo articolo "a ritroso") ai giorni cruciali del 2 e del 3 giugno. Il 2 giugno si tengono due incontri ai quali presenzia il consigliere per la sicurezza nazionale Sandy Berger: uno viene definito per l'appunto "incontro" e vede Berger parlare a una serie di esperti "esterni" favorevoli a un intervento di terra, il secondo e' una riunione ufficiale "dei piu' alti responsabili della sicurezza nazionale" USA. Riguardo a questa seconda riunione, ufficiale, Erlanger si dimentica di specificare un fatto fondamentale: tra i partecipanti non c'era Clark, contrariamente alle riunioni precedenti, un fatto che molte fonti di stampa avevano esplicitamente attribuito allora al desiderio di tenere fuori proprio colui che insisteva per l'approvazione di un intervento di terra nel piu' breve tempo possibile. Sempre secondo Erlanger, il 2 giugno "funzionari della Casa Bianca stavano ancora lavorando duramente alla ricerca di opzioni di terra" che escludessero "l'idea" di Clark di un'invasione con 175.000 uomini, definita piu' avanti come "l'unico piano sul tavolo" fino a quel momento (e qui il testo e' ambiguo, perche' tra "idea" e "piano" c'e' un'enorme differenza, se per "piano" si intende un documento dettagliato e non, per l'appunto, un'idea). Sempre il 2 giugno, cioe' a 24 ore dall'accordo, lo stesso Sandy Berger affermava letteralmente, di fronte ai "falchi" favorevoli a un intervento di terra: "Non siamo ancora giunti alla conclusione che la campagna aerea non funziona. Ma ci stiamo preparando alla possibilita' che essa non dia risultati". Che il giorno prima degli accordi uno dei principali "falchi" dell'amministrazione statunitense parlasse semplicemente di preparativi per la possibilita' che i bombardamenti non dessero risultati e' qualcosa di ben diverso dall'imminente approvazione di piani operativi gia' pronti. Tutto questo vuol dire che all'interno della NATO non si prendeva in considerazione un intervento di terra? Nient'affatto. Nella situazione senza vie di uscita in cui si trovavano in quel momento i "pianificatori" della NATO la messa a punto di piani concreti per un'invasione di terra era diventata una necessita' sgradita (tranne che a Clark), ma, nella loro prospettiva, inevitabile. Tali piani fino a quel momento non erano pronti, se si eccettua l'"idea/piano" di Clark, che nessuno voleva. Va notato anche che tra i tanti, enormi, problemi di un eventuale intervento di terra vi era la lunghezza dei tempi per una sua realizzazione: qui Erlanger conferma e addirittura accentua quello che nessuno ha mai negato, cioe' che un intervento sarebbe stato realizzabile solo in autunno. Secondo Erlanger, infatti, "i britannici ritenevano che avrebbero avuto bisogno di ben quattro mesi [...] per prepararsi a un'invasione", mentre "gli americani pensavano di avere bisogno di meno di 90 giorni, ma le loro scadenze sono state brutalmente dilazionate quando all'improvviso si sono resi conto che, senza significativi lavori per la costruzione di nuove strade, i grossi carri armati americani M1 Abrams non sarebbero riusciti ad affrontare l'unica strada che collega l'Albania al Kosovo", senza contare che, se si voleva coinvolgere altri eserciti della NATO, i tempi avrebbero potuto essere ancora piu' lunghi. Un intervento di terra, quindi, avrebbe potuto cominciare nell'ipotesi piu' ottimistica verso meta' settembre e, in quella piu' realistica, verso meta' ottobre, sempre che in una sola decina di giorni i suoi propugnatori fossero riusciti a convincere non solo Clinton, il Pentagono e il Dipartimento della Difesa, ma anche gli alleati europei, oppure a preparare il quadro politico per una rottura esplicita con questi ultimi. Secondo quanto scrive Erlanger, infatti, il consigliere per la sicurezza nazionale Berger avrebbe lasciato intendere che gli Stati Uniti sarebbero stati pronti, pur di ottenere una vittoria a tutti i costi, a provocare una frattura aperta nella NATO e a mandare all'aria i rapporti con la Russia, intervenendo da soli, o con la sola Gran Bretagna. Che nell'amministrazione USA ci siano settori che abbiano pensato a una tale politica e' probabile (e Clark ne e' quasi sicuramente il principale esponente), ma ben piu' influenti sembrano essere quelli che si sono preoccupati invece di preservare l'unita' della NATO e di mantenere rapporti gestibili con la Russia. Dall'articolo di Erlanger, e da altri articoli pubblicati in questi mesi, risulta che questi ultimi settori, "moderati", sarebbero rappresentati niente meno che dalla Casa Bianca, dal Pentagono e dal Dipartimento della Difesa, come gia' accenato. A tale proposito, e' interessante notare che Erlanger scrive come il 2 giugno funzionari della Casa Bianca "stavano ancora [discutendo] della creazione di un 'corridoio' di uscita per fare defluire dal Kosovo gli albanesi sfollati interni e di 'aree protette' per loro all'interno del Kosovo stesso, dove avrebbero ricevuto cibo e riparo", cioe' stavano lavorando a una soluzione "bosniaca", che avrebbe portato a una spartizione di fatto del Kosovo e/o a un lunghissimo "tira e molla" tra NATO e Belgrado, che sarebbe potuto durare anche anni. Di fronte a questa eventualita', gli Stati Maggiori dell'esercito statunitense, pur continuando a opporsi a un'invasione di terra e a dare la preferenza ai bombardamenti a oltranza, avrebbero preferito, se necessario, la soluzione "totale" di Clark piuttosto che un "pantano" come quello sopra descritto. Ma al di la' delle fantasie di Clark, quale sarebbe stata la realta' di un tale intervento di terra? Avevamo gia' accennato in passato ("Notizie Est" #235, 29 maggio 1999) ai vari fattori che rendevano da escludersi un intervento di terra, se non come ultima mossa disperata di un'alleanza occidentale incapace di gestire la guerra da essa stessa avviata. L'articolo di Erlanger parla di un'invasione a partire dalla sola Albania (e segnala subito l'ostacolo enorme dell'esistenza di un'unica via di accesso al Kosovo, impraticabile senza grossi lavori), con un evenutale attacco di disturbo dall'Ungheria. Ma l'Albania non e' certo in grado di svolgere il ruolo avuto dall'Arabia Saudita durante la guerra del Golfo: come avrebbe potuto la NATO fare partire un attacco da un paese privo di risorse e infrastrutture e, soprattutto, noto per essere il piu' instabile di tutta l'Europa? Anche un parziale "ricorso" alla Macedonia, a tale fine, avrebbe incontrato analoghe difficolta' o addirittura amplificato i problemi. Sarebbe stato possibile condurre un intervento di tale portata, dalla durata incerta, con delle retrovie cosi' fragili e insicure? Anche un attacco di disturbo dall'Ungheria sembra un'ipotesi improbabile, o comunque a rischio troppo alto: non solo il parlamento ungherese aveva gia' deliberato in maniera irrevocabile il divieto della messa a disposizione del proprio territorio per interventi da terra, ma un tale attacco, per quanto diversivo, avrebbe comunque rischiato di trasformarsi in uno scontro di ampie dimensioni e, con facili altre ritorsioni "diversive" dell'esercito jugoslavo contro la popolazione ungherese della Vojvodina, di ampliare di molto il teatro del conflitto. Come avrebbero fatto, inoltre, la NATO, o i soli Stati Uniti e Gran Bretagna, a gestire per altri tre mesi (ipotesi piu' ottimistica) dei rapporti interni che erano gia' piu' che logori a fine maggio? O a gestire addirittura, in attesa dell'intervento di terra, una situazione di rottura con gli altri paesi NATO e con la Russia? Come avrebbero potuto tenere insieme il sostegno degli altri paesi balcanici, gia' alle corde sia per motivi interni sia per lo sconvolgimento dei loro gia' precari rapporti economici con l'estero? Non si puo' inoltre ignorare che, se messo davvero alle strette in tale maniera, il regime di Belgrado avrebbe avuto modo di aprire altri fronti: sia internamente in Vojvodina, nel nel Sangiaccato o in Montenegro, che esternamente in Bosnia, in Macedonia o, addirittura, anche in paesi confinanti come Albania e Bulgaria. Senza dimenticare infine che, come dimostrano le esperienze passate, anche in contesti meno complessi difficilmente i paesi occidentali si impegnano in interventi in cui esista il rischio di scontri diretti e quindi di subire vittime. L'ipotesi, che traspare chiaramente dalle testimonianze citate da Erlanger, di una decisione da parte di USA e/o Gran Bretagna di procedere da soli con una tale operazione, avrebbe risolto si' gli impacci causati dalla mancanza di coesione all'interno della NATO, riconoscendo in maniera aperta e brutale la spaccatura esistente e magari incontrando un tacito assenso da parte dei paesi con maggiori difficolta' di ordine interno (Italia, Germania, Grecia), che si sarebbero visti cosi' sollevati da responsabilita' dirette, ma avrebbe lasciato in mano ai suoi esecutori un dopoguerra politicamente e militarmente da incubo, che avrebbero dovuto affrontare da soli, a partire dalla responsabilita' della "ricostruzione", fino alla ricomposizione del quadro politico generale, al controllo militare sul terreno, e questo su tutto il territorio dei Balcani, senza potere ricorrere alla NATO e con una rottura dei rapporti con la Russia. Viste le grandi difficolta' che si riscontrano ancora oggi, a cinque mesi dagli accordi di giugno e in un contesto tutto sommato pacifico, con la Jugoslavia che ha diligentemente osservato tutte le condizioni, e' difficile immaginarsi come i soli Stati Uniti e/o la Gran Bretagna avrebbero potuto affrontare il dopoguerra dopo gli sconvolgimenti di un intervento di terra (che nella migliore delle ipotesi, inoltre, sarebbe finito in inverno, con i profughi ancora non rientrati). Tuttavia, dalle testimonianze degli ultimi mesi, e' innegabile che importanti settori dell'amministrazione USA (e della Gran Bretagna), stessero pensando di prendere concretamente in considerazione una tale ipotesi. Il fatto che oggi molti esponenti di tali governi cerchino, attraverso le loro rivelazioni rilasciate ai media, di presentare tali progetti ancora non messi a punto come una decisione nei fatti gia' presa, che sarebbe stata uno dei fattori principali che avrebbero spinto Milosevic ad accettare un accordo, ci sembra piu' che altro il volere mettere a posteriori una dolorosa pezza sulle estreme difficolta' della NATO e sulle profonde divisioni evidenziatesi all'intero dell'alleanza e degli stessi vertici statunitensi. Non va tuttavia trascurato che e' esistita almeno la disponibilita' a prendere in considerazione una mossa che avrebbe precipitato gli interi Balcani ancora piu' nel baratro, cosi' come non va ignorato che, secondo quanto riferisce Erlanger, il 2 giugno erano ancora reali i progetti che prevedevano una spartizione "bosniaca" del Kosovo, anch'essi con conseguenze tragiche e a lungo termine per gli interi Balcani. In entrambi i casi (ma anche in quello del proseguimento "a oltranza" dei bombardamenti), la NATO, e i paesi che la compongono avrebbero compiuto un fatto dalle conseguenze gravissime, ma che avrebbe comunque solo confermato la sostanza della storia di ormai quasi un decennio di loro interventi nei Balcani, una storia fatta di imposizione della propria violenza, di sostegno politico e materiale a regimi repressivi e autoritari, di colonizzazione e di brutale sfruttamento economico, ma anche di generazione di instabilita' e di incapacita' di gestire la situazione a livello sia politico che militare.


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