Pro memoria per la Soprintendenza

Chiese, cimiteri e castello a Sarteano

 

di Luca Aggravi

 

 

Quanti sono purtoppo i monumenti del nostro territorio che vanno in rovina, perseguitati dall’incuria della gente e dalla mancanza di sensibilità; l’idea di questo spazio dedicato al rapporto con la Soprintendenza è molto allettante e spero che in seguito numerose altre persone ne possano usufruire. Il problema principale però credo non sia la possibilità di denunciare e far conoscere i problemi dei nostri monumenti (spesso privati), ma la mancanza di mentalità e di cultura a livello politico (non solo locale); basti per questo vedere il gap di finanziamenti che si sono visti nell’ultima legge finanziaria tra il settore dei beni culturali e quello della difesa: a quest’ultimo sono stati devoluti circa ventiseimila miliardi mentre ai beni culturali sono stati stanziati solo trecento miliardi (poco più del pagamento degli stipendi). Purtroppo questo è un trend storico.

Fiducioso in improvvisi e tempestivi cambiamenti di rotta nei quali i politici si accorgano che l’Italia è anche e soprattutto un paese ricco di cultura e di turismo apro questo spazio parlando di alcuni monumenti sarteanesi bisognosi di manutenzione e degni di essere riscoperti: direi di iniziare dall’Oraratorio di San Michele Arcangelo.

Questa chiesetta racchiude(va) al suo interno una serie di affreschi che credo rappresentino i dodici apostoli, tutti a grandezza naturale; il problema é che, essendo ora ridotta ad una rimessa di attrezzi agricoli, vengono appoggiati sugli affreschi stessi scale, pali, pannelli, eccetera, di modo che i danneggiamenti sulle pitture si susseguono a tutt’oggi. Una particolarità sta nel fatto che l’oratorio è strutturato su due piani ed al piano superiore vi è un enorme stemma della famiglia Gabrielli di Sarteano (estinta sul finire del ‘700) molto malridotto, visto che tranquillamente i proprietari vi hanno murato sopra.

La chiesa si trova oggi senza vincolo architettonico ed artistico, ignorata dai più, anche se dietro di essa si cela un bel pezzo della nostra storia sarteanese e senese. Infatti, senza scendere più del dovuto in dettagli, si può ricavare parte della sua storia dalla iscrizione latina che si trova sopra il portale di ingresso, la quale reca scritto traducendola: “L’illustrissima Signora Vittoria dei Piccolomini ordinò di costruire il Pio Santuario dell’Arcangelo Michele nell’anno del Signore 1550”.

A questo punto l’oratorio risulta un monumento storico datato 1550; resta da vedere chi fosse Vittoria dei Piccolomini. Come è noto, la sorella di papa Pio II, Laudomia Piccolomini, sposò in terze nozze Nanni di Pietro Tedeschini di Sarteano (del casato longobardo dei Manenti, conti di Sarteano e di Chianciano, di origine orvietana); dalla loro discendenza nacque Francesco che salì al soglio pontificio con il nome di Pio III.

Ma Francesco non fu il loro unico figlio; Francesco ebbe altri cinque fratelli che ci risultano essere: Giacomo che fu signore di Camporsevoli e duca di Montemarciano (bel paese marchigiano), Antonio che fu duca di Amalfi, una sorella chiamata Montanina ed infine Andrea che fu signore di Castiglione della Pescaia e dell’Isola del Giglio che sposò Agnese di Gabriele Francesco Farnese (zia di papa Paolo III). Una figlia di Andrea ed Agnese Farnese fu Vittoria Piccolomini-Tedeschini di cui traccia una breve cronistoria Pietro Litta nella sua opera monumentale Le famiglie celebri italiane (Milano, 1860-65, vol. 3, tav. 1, fam. Piccolomini già Tedeschini di Siena). Sarà mia cura in seguito di scrivere e far conoscere anche le altre numerose ed importanti parentele del papa sarteanese (Pio III).

Per prepotenza di Pandolfo Petrucci, che dal 1487 era l’arbitro delle cose in Siena, Vittoria dovette sposarle il figlio Borghese che Pandolfo aveva destinato a succedergli. I parenti di Vittoria si erano opposti invano al matrimonio ed Agnese, sua madre, ne ebbe tanto dolore che non volle partecipare alle nozze e pochi giorni dopo morì di crepacuore. Quando Borghese fu cacciato da Siena nel 1515, Vittoria ottenne che la sua dote non fosse sottoposta a confisca, ma dovette fuggire da Siena ove il popolo mandò a fuoco il palazzo che abitava.

A questo punto Vittoria si ritirò a Sarteano nel bel palazzo Piccolomini che il cardinale Francesco (poi papa Pio III, zio di Vittoria) aveva iniziato a costruire fin dal 1470 e che per varie successioni ereditarie ed altrettante sentenze della Sacra Rota era di sua proprietà. Purtroppo le ingiurie del tempo e degli uomini hanno ridotto oggi questo palazzo in stato di gravissima deturpazione con l’asportazione ed otturazione della maggior parte delle crociere, con la chiusura del loggiato del secondo piano e con altre manomissioni che ne hanno alterato per sempre l’aspetto dignitoso ed austero.

Il palazzo rimase di proprietà di Vittoria fino alla data della sua morte (circa il 1570) anche se dovette subire la presa di Sarteano del 19 gennaio 1556 durante la quale “non vi era in tutta la terra una stantia che non fusse guasta” come è scritto in una carta dell’epoca. Insieme al palazzo rimasero proprietà di Vittoria i possedimenti dell’antico latifondo Tedeschini che ho rintracciato nella fascia di terreni situati presso il torrente Astrone, al confine tra Sarteano e Chianciano (zona di palazzo di Piero, podere Coreno, Macciano di Chiusi, eccetera) ed è infatti su questi suoi terreni che Vittoria fece erigere nel 1550 l’Oratorio di Sant’Angelo.

Dalla seconda metà del secolo XVII il palazzo Piccolomini passò in mano ai Chigi che ne hanno lasciato l’ arme all’interno, poi da loro il palazzo ed i terreni dei Piccolomini-Tedeschini passarono ai Gabrielli, ricca famiglia di Sarteano (un Gabrielli ordinò al pittore Beccafumi l’Annunciazione che è il capolavoro conservato nella chiesa di San Martino), questo spiega la presenza dell’enorme stemma Gabrielli all’interno del secondo piano dell’Oratorio di Sant’Angelo, nonché un altro loro stemma che si trova all’interno del palazzo Piccolomini e le persiane in legno con le mezzelune piccolominee del primo piano di palazzo Gabrielli.

Basterà questo a far considerare l’importanza storica ed artistica di questa chiesa campestre ed a sollecitare un pronto intervento da parte della Sovrintendenza e del comune di Sarteano al fine di tutelarla dotandola di un vincolo che oggi non esiste, di recuperare gli affreschi al suo interno e quindi di cambiarne la degradante e indegna destinazione di rimessa agricola.

 

 

Un’altra chiesa cinquecentesca di Sarteano è quella di Santa Maria delle Spiagge di proprietà privata, che sebbene dotata di vincolo con DM. 10/01/1926, si trova in grave degrado con un interno seriamente compromesso dall’incuria, dal vandalismo e dall’umidità, e i cui affreschi (sempre cinquecenteschi) sono anch’essi assai malridotti e dovrebbero essere staccati. La chiesa é stata recentemente oggetto di culti satanici, secondo quanto riportato da alcuni giornali locali. Sta di fatto che alcune bombolette di vernice sono state usate per disegnare strani simboli che hanno in parte danneggiato anche le pitture.

Un altro edificio ecclesiastico degno di menzione, per il grave stato di degrado in cui si trova é la famosa chiesa del Belriguardo che si dice progettata dall’architetto Vignola.

Si è parlato di una eventuale donazione da parte dei proprietari al comune (purtroppo anch’essa è privata), ma con certezza si può dire che una cosa del genere non verrà mai fatta, anche per il fumoso disinteresse dell’amministrazione, ed intanto la bella chiesa ottagonale continuerà a cadere. Pensare che di chiese con disegno ottagonale sono molto rare dalle nostre parti, ne ho conoscenza in solo di una ad Allerona (Terni), ma il suo disegno originale è stato gravemente compromesso; dopo di che bisogna spostarsi vicino a Siena per vederne un’altra e poi ancora salire verso il nord Italia.

Fuori di Sarteano, troviamo Spineta, l’antica abbazia vallombrosana che è già oggetto di tutela poiché il vincolo é stato istituito con DM. 27/11/1985, però vi sono altri due monumenti nei suoi dintorni che avrebbero bisogno di un vincolo, quale intervento primario di protezione, e cioè l’antico castello farolfingio delle Moiane e l’antico cimitero dell’abbazia (che è di proprietà comunale).

Del castello delle Moiane abbiamo notizia dal giugno 1123 quando Guglielmo, abate dell’abbazia della SS. Trinità di Spineta insieme al capitolo danno e consegnano il Monte Mojanum al conte Manente ed ai suoi figli per edificarvi torri e case, con l’obbligo di pagare all’abbazia ogni anno per le calende di maggio 12 soldi di buona moneta, della migliore del contado di Chiusi. Il castello ed il paesino vennero costruiti e furono abitati fino circa la seconda metà del 1500. Il castrum è ormai coperto dal bosco ma il luogo é estremamente interessante. Si possono osservare le tecniche di costruzione delle mura delle numerosissime case con delle particolari intercapedini e cunicoli atti a mantenere il caldo all’interno; vi è poi traccia di pozzi per l’acqua, si scorgono le porte di accesso e le monumentali mura di cinta; all’intorno troviamo frammenti della più varia natura.

Gli storici che ne hanno parlato l’hanno descritto basandosi sui pochi documenti antichi che lo riguardano, e se sommiamo poi che il castrum si trova da sempre in un terreno di proprietà privata, otteniamo che questo illustre monumento di storia rimane a tutt’oggi sconosciuto non solo ai più, ma anche agli studiosi, ai medievalisti agli archeologi, nonché a buona parte della popolazione locale.

Penso che l’ideale sia innanzitutto vincolare la zona e poi concentrarvi l’interesse degli studiosi al fine di riscoprire questo sito con campagne di scavo (tra l’altro l’area in oggetto non è molto estesa) che qui non sono mai state intraprese.

Il cimitero di Spineta aveva in mezzo una bella cappellina affrescata oggi purtroppo crollata ed una tipica divisione medievale delle sepolture tra infanti nella zona superiore ed adulti nella inferiore. La sua antichità è rilevabile soprattutto dalle mura interne. Da circa il 1950, anni delle ultime sepolture, credo che poche volte abbia visto persone diverse dai parenti a strappare le erbacce.

Il complesso è in grave stato di deturpazione con le monumentali mura di cinta in alcune parti crollate, questo permette agli animali selvatici di tutte le specie di entrare indisturbati all’interno dell’enorme roveto che è cresciuto sopra le tombe, infatti spesso si possono vedere rumate di cinghiale: è una vera tristezza! Un giorno parlando con il necroforo questi mi disse che non aveva mai sentito parlare di un cimitero a Spineta e che non aveva avuto incarichi a riguardo da parte dell’amministrazione comunale, evidentemente perché anche essa ne ignorava l’esistenza. Eppure a noi risulta che in proposito siano state fatte varie interpellanze.

 

 

Ritornando nel centro storico troviamo un altro problema di un certo rilievo, cioè il fatto che il vincolo che ricopre parte del Castello (DM. 27/11/1985) sia insufficiente a tutelare l'intero complesso storico-archeologico.

Il problema è dato soprattutto dalla particella catastale n. 41 che non è compresa nel suddetto vincolo la quale è la parte di terreno racchiuso nella terza cinta delle mura castellane. Il paese di Sarteano infatti ha quattro cinte di mura: la più interna ossia la quarta, è quella che circonda il Mastio; dopodiché viene la terza, la più interna, che solo in parte è ricompresa nel vincolo.

Chi avesse la possibilità di visitare il castello dovrebbe considerare che lo stesso in passato non era assolutamente come lo vediamo oggi, specialmente per quanto riguarda la sua parte interna. Nel 1556, anno della presa di Sarteano da parte delle truppe medicee (19 gennaio 1556), non esisteva il cosiddetto Parco dei Lecci (ricompreso peraltro nel vincolo), in quanto per motivi difensivi i dintorni del mastio dovevano rimanere "brulli" per permettere la visuale ed aumentare le possibilità di difesa. Ma cosa c'era intorno al 1550 all'interno della terza cinta di mura nel Castello di Sarteano? Possiamo fare delle ipotesi decisamente plausibili basandoci su fatti e documenti storici. Mi riferisco ad esempio alla cosiddetta " Sorpresa di Chiusi" avvenuta a Chiusi nella notte tra il 22 ed il 23 marzo 1554 in cui Ascanio della Corgna venne fatto prigioniero dai Senesi insieme ad altri duemila dei suoi, tra soldati ed ufficiali.

A chi interessa, per essere precisi, posso dire che la storia particolareggiata è stata descritta da G. Prunaj (“Bullettino Senese di Storia Patria”, 1938, II), insieme all'elenco particolareggiato dei documenti e degli storiografi che ne hanno parlato.

Senza entrare nel merito della descrizione dell'avvenimento, i documenti parlano di duemila prigionieri fiorentini e perugini che vennero fatti imprigionare nei castelli di Chiusi e Sarteano (Siena, Archivio di Stato, Reggimento, f. 29, n° 14).

In un altro documento del 29 marzo 1554 il commissario senese per la Valdichiana inferiore scrive al "Reggimento" sui provvedimenti presi riguardo al prigioniero Agostino di Agnolo Lombardi detto il Mosca da Lucignano imputato di essere stato al servizio dei medicei e di avere portato le armi contro Siena, tradendola (Siena, Archivio di Stato, Reggimento, f. 29, n°24); il commissario Giulio Buoninsegni dice: "... lo giudicai degno di gastigo et ordenai fusse messo ne la rocha de Sarteano con li ferri a' piedi, nel fondo di quella torre et che nissuno gli potesse parlare, et ho commesso al castellano che ne tienghi buona cura ...".

Infine in un altro documento del 17 aprile 1554 il Concistoro scrive alla comunità di Sarteano di dare aiuto al capitano bargello inviato a prendere i prigionieri ( Siena, Archivio di Stato, Concistoro, r. 1768).

Naturalmente ci sono altri documenti che si possono citare o rintracciare in archivio ma questi al momento credo possano bastare per il fine che mi propongo.

Se consideriamo il numero straordinariamente elevato di prigionieri che venne fatto a Chiusi nel marzo del 1554 ci possiamo chiedere dove questi prigionieri venissero alloggiati in Sarteano. Alcune voci potrebbero dire che questi prigionieri fossero rinchiusi nel castello, cioè all'interno del mastio, ma noi sappiamo che il mastio era l'abitazione del castellano e l'alloggio dei comandanti la guarnigione di stanza a Sarteano e quindi non poteva contenere prigionieri, vista anche la limitatezza degli spazi e l'intralcio che i prigionieri potevano dare in momenti di guerra.

Un'eccezione poteva essere fatta per quei casi (a titolo di esempio abbiamo visto il documento del 29 marzo 1554) in cui un prigioniero importante poteva essere imprigionato all'interno del mastio; ma dal confronto che possiamo fare con altri documenti risulta che si tratta di casi isolati, ed il fatto che il Mosca da Lucignano venisse rinchiuso nel fondo della torre, legato e con il divieto di parlargli indica decisamente che fosse l'unico prigioniero all'interno della stessa.

Un altro problema potrebbe nascere se considerassimo anche la guarnigione che era di stanza in Sarteano: alcuni documenti (ed anche il Fanelli nelle sue Memorie Storiche di Sarteano) parlano di circa seicento fanti, ma anche qui possiamo chiederci dove questi venissero alloggiati, visto che il torrione e la quarta cinta di mura che circonda lo stesso erano e sono delle mere fortificazioni difensive senza possibilità di alloggio.

La risposta a questo punto è abbastanza ovvia: bisogna infatti considerare che il Parco dei Lecci e la zona degli orti (che, dicevamo, è il terreno interno alla terza cinta di mura) non era in antico quella che vediamo oggi, dobbiamo infatti immaginare questa zona come brulicante di basse costruzioni adibite a cucine, stalle, alloggi per i fanti, prigioni, rimesse, depositi e dispense.

Tutte queste costruzioni vennero poi distrutte ed interrate con lo scopo di rendere inoffensivo l'impianto difensivo sarteanese in seguito alla presa di Sarteano nel 1556 da parte dell'esercito imperiale e mediceo al seguito del Conte Mario Sforza di Santa Fiora.

Che queste costruzioni, dopo la presa di Sarteano venissero interrate si riesce a capirlo anche con una ricognizione sul luogo; a parte alcune zone degli "orti" che essendo state lavorate dai buoi nel corso di quasi cinquecento anni non danno molte informazioni visive immediate, per il resto si possono intravedere buche e avvallamenti che fanno presagire l'esistenza di antiche stanze.

Si possono vedere inoltre archi e feritoie abbondantemente sotto al loro livello normale di uso, (vennero anch'esse interrate) e se noi andiamo nel campo degli orti e guardiamo in basso dalla muraglia che circonda gli orti all’altezza dell’ingresso monumentale del castello ci risulterà senza ombra di dubbio che vi dovevano essere delle stanze più basse con delle scale per scendervi che appunto dovevano permettere di affacciarsi alle feritoie in questione.

Numerosi avvallamenti si possono poi vedere sulla sinistra del ponte levatoio; sono quelle certamente le stanze con le bocche di fuoco interrate che risultano invece ben funzionanti dalla pianta del castello fatta da Baldassarre Peruzzi nel 1529 e che si conserva a tutt'oggi nel Museo degli Uffizi in Firenze.

A questo punto sembra chiaro che il DM. 27/11/85 istitutivo del vincolo sopra la Rocca di Sarteano é insufficiente a tutelare l'intero complesso. Infatti rimangono esclusi dal vincolo tutta la terza cinta di mura con i suoi torrioni, archi e feritoie, nonché tutto il terreno che essa comprende all'interno, terreno che é probabilmente una vera miniera archeologica degna di studi accurati, di scavi e di sondaggi in sito, tenendo presente anche che dal 1556 ad oggi le zone interrate non sono mai state disseppellite.

La miglior cosa sarebbe vincolare tutto il terreno all'interno della terza cinta di mura comprese le mura stesse. La Soprintendenza inoltre doverebbe apprestare un pronto sopralluogo, e proporre degli scavi sul terreno, tenendo presente l'enorme importanza dal punto di vista storico, culturale ed economico che potrebbe avere per Sarteano la scoperta ed il recupero di costruzioni e reperti archeologici nella zona del castello.

 


 

 

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