I giovani scrivono

 

Cenni di storia sul

 Castello di Bellaguarda

 

 

Il castello, fin da epoca più remota è sempre stato considerato l’unico baluardo per ottenere il rispetto della propria autorità e dei propri diritti oltre a rappresentare un luogo sicuro dove ripararsi dai nemici. Basta un colpo d’occhio per accorgersi che la Valtellina è cosparsa di castelli e ognuno rappresenta una determinata entità territoriale, inoltre non si può fare a meno di notare la loro posizione strategica, che permette di dominare vaste zone della valle. In quest’ottica entra anche il Castello di Tovo S.Agata, che posto su un dosso alle falde del monte Mortirolo e precisamente sopra la frazione di Sparso permetteva di dominare la valle da Grosio a Teglio. Naturalmente la sua storia non può che essere strettamente legata alle vicende che si sono susseguite nelle varie epoche nella nostra valle.

Nel periodo della sua costruzione, la Valtellina era divisa in pievi, cioè, comunità di battezzati ad una stessa fonte battesimale che aveva il suo centro nella chiesa dove venivano celebrati i battesimi e il popolo si riuniva per la celebrazione delle feste liturgiche. Tutte queste pievi erano sotto il controllo di una diocesi, quella di Coira per la zona di Bormio e Poschiavo e la diocesi di Como per i restanti territori valtellinesi. Ma le diocesi non esercitavano direttamente i loro poteri, donavano in avvocazia (in concessione) parte del loro territorio alle famiglie nobili in cambio di fedeltà. Ciò che noi oggi chiamiamo Tovo, faceva parte del territorio della pieve di Mazzo, che si estendeva da Sernio a Sondalo. I nobili possessori dei diritti sulla nostra pieve erano i Venosta, gia padroni di Bormio e Poschiavo, che dopo aver occupato le pievi di Mazzo e Villa sulla fine del XI sec. scalzando la famiglia de Misenti, devono combattere contro il vescovo di Como e sconfitti rinunciare alla pieve di villa mentre su quella di Mazzo viene riconosciuto da Como il capitanato ad Artuico Venosta. Ed è grazie a questa famiglia che si devono la costruzione di numerose Torri di sorveglianza, fra cui quella di Bellaguarda; costruita probabilmente da Gabardo Venosta nei primi anni del XIII sec. Tale torre procurava all’occupante una rendita corrispondente in prodotti alimentari ( grano, cacio, vino, olio, castagne, montoni, porci), denaro e opere personali, che con il passare del tempo permisero l’ampliamento della torre a castello. Essa passò in eredità fra i vari discendenti della famiglia Venosta, sempre con il benestare della diocesi di Como con cui però ebbero ripetuti contrasti. Ma i castellani risiedevano anche sul piano, nella contrada di Tovo detta di Sacco situata vicino l’Adda, andata poi distrutta da un'alluvione, questo era dovuto alla mancanza di posto al castello e consentiva una maggiore comodità e tutela dei diritti di pesca, di macina e di lavoro dei metalli oltre che al miglior controllo sulla campagna di Sparso. Il castello in quel periodo accentuò il suo splendore, con la costruzione d’alcune abitazioni nella zona sottostante la rocca, inoltre, nella sua prossimità crescevano numerosi alberi da frutto. Era questo il periodo della dominazione degli Sforza, che nonostante la fiducia espressa loro dai Valtellinesi, poco poterono quando nel 1487 i Grigioni calarono sulla Valtellina da Bormio saccheggiando e stuprando senza alcun ritegno, finché non furono fermati a Caiolo dall’esercito milanese.

In quest'occasione fu distrutto e dato alle fiamme il Castello di Bellaguarda e con grave sdegno i castellani si dovettero trasferire nella contrada di Sacco.

In seguito il Castello non fu più fortificato e la famiglia Venosta dopo aver ceduto in affitto i vari terreni circostanti lo donarono definitivamente ai nobili Crotti che lo ricostruirono adibendolo però solo a residenza. Passo poi al Comune, finché nel 1928 fu acquistato dal Com. Ing. Battista Antonietti di Monza, che ne restaurò l’antica ossatura restituendo a Tovo una traccia del suo passato.

Oggi, a causa dell’irriverenza dell’uomo e del tempo il castello versa in gravissime condizioni, infatti, numerose pietre sono state tolte dalle loro sedi e il catenaccio originario è stato ignobilmente trafugato; inoltre la natura ha invaso le antiche mura, distruggendole in alcune sue parti. Ciò che stupisce è la secolare attenzione per le antiche costruzioni portata avanti da numerose comunità, mentre ciò che contraddistingue l’antica rocca tovasca è un osceno stato d’incuria.

 

 

 

 

Giovanbattista Della Bosca

Andrea Farinelli


Torna al castello