RECENSIONI

a cura di Massimiliano Bucchieri

 

GIOVANNI LINDO FERRETTI

GENEVA

LAIKA

BIKE

THE THIRD EYE FOUNDATION

STEREOLAB

THE FLAMING LIPS

BRENDAN PERRY

 

Giovanni Lindo Ferretti

CO.DEX (Universal)

Quante storie s’intrecciano dietro la facciata di CO.DEX. Secondo le parole dello stesso Ferretti “un disco faticoso, complesso, astioso” ma, s’intuisce, soprattutto necessario. Era necessario recarsi a Berlino, “l’unico luogo possibile”, con Massimo Zamboni diciotto anni dopo il loro primo incontro per capire se era ancora concepibile un futuro insieme, umanamente e creativamente e constatare con dolore la necessità di separare le proprie strade. Ridotto perciò al livello di collaborazione l’apporto di Zamboni, CO.DEX è diventato strada facendo una questione maledettamente personale. Una raccolta di liriche amare e lucide, un disco forte e inaspettato soprattutto per la materia con la quale è stato forgiato. Un suono digitale, sintetico, spesso incalzante, gestito da Eraldo Bernocchi e arricchito dagli interventi della tromba di Toshinori Kondo a tinteggiare di colori acidi una manciata di tracce dure, con improvvisi squarci riflessivi, che non possono lasciare indifferenti. L’acida andatura techno di Codice o cantilenante di Barbaro (così suonerebbero i CCCP del terzo millennio?), Warum che marcia impietosamente sulle certezze di noi pavidi europei di fronte all’orrore della guerra oppure Frontiera, attonito sguardo sugli umani comportamenti dettati dalla moderna ekonomia, non devono lasciare indifferenti. Ma non tutto CO.DEX afferra per il bavero e schiaffeggia, anzi. È probabilmente con l’insinuante beat trattenuto di Cadevo e Contatto o con l’ineccepibile cadenza dub di Polvere che veniamo a contatto con gli emozionanti vertici dell’intero lavoro. Rischioso, e proprio per questo encomiabile, rimettersi in discussione in questa maniera senza lasciarsi cullare dall’andatura, ormai metabolizzata da molti, di un Consorzio che in futuro, se un futuro avrà, non potrà non tenere conto di questa esperienza. Una persona schietta e sincera, un disco onesto a testimonianza di un viaggio interiore lungo e doloroso. E’ vero, coinvolge cielo e terra e trabocca dal cuore.

 

 

Geneva

Weather Underground (Nude)

Il giochino dei periodici inglesi ormai lo conosciamo bene. Sbatti un gruppo in copertina ancora prima che abbia inciso una sola nota e appiccicagli sotto la scritta best new band in Britain, poi se non riesce a tenere fede alle promesse (cosa perlomeno complicata visto le attese che si creano in questa maniera) una bella stroncatura e via con la prossima “rivelazione”. Anche i Geneva hanno dovuto sottostare ad una trafila del genere riuscendo ad evitare una subitanea defenestrazione dalle pagine che contano grazie ad un album d’esordio, Further, fornito di alcune ineccepibili pop songs. Comprensibile perciò la lunga gestazione di questa seconda fatica, due anni e mezzo circa, che aldilà di un evidente maturazione compositiva e scelte produttive che non passano inosservate (Howie B, Tommy D) non fa che confermare pregi e difetti della formazione scozzese. Se l’amarezza che pervade la quieta melodia di If You Have to Go, le inedite dinamiche di Amnesia Valley o l’immediatezza del tema di Dollars in the Heavens possono a tratti giustificare gli scomodi paragoni tirati in ballo (Smiths, Radiohead) è altresì innegabile che la scontatezza di diverse soluzioni, unita all’insistito falsetto di Andrew Montgomery, a lungo andare può risultare di difficile digeribilità.

 

 

LAIKA

Good Looking Blues (Too Pure)

E volando volando al suo terzo viaggio spaziale la cagnetta Laika approdò ad un cocktail party… Trascorsi tre anni dall’eccellente Sound Of Satellites, Margaret Fiedler e Guy Fixsen ex componenti di Moonshake, un nome sottovalutato oltre ogni misura ma di cui si dovrebbe tenere conto quando si compila una lista dei gruppi britannici più significativi dei primi anni novanta, confezionano un lavoro esemplare per fruibilità ed omogeneità rileggendo e codificando la consueta moltitudine d’influenze sonore secondo uno stile che ormai altro non si può che definire come Laika. Cadenze lounge, aromi dance e le consuete divagazioni elettroniche rendono ogni stazione di questo nuovo viaggio meritevole di essere visitata. Provare per credere l’ammaliante andatura exotica di Black Cat Bone, in cui il cadenzato soft rap della Fiedler seduce al primo ascolto (capitolo a parte meriterebbe l’incredibile lavoro svolto da Margaret sulle proprie prestazioni vocali, irriconoscibili rispetto ai timidi squittii dell’epoca Moonshake) o l’irrefrenabile anima electropop che anima T Street e Uneasy che anche dopo ripetuti ascolti continuano a riservare sorprese e brividi. L’anima dance di Mocassin è praticamente irresistibile e se qualcuno volesse riassaporare le dilatate atmosfere di Satellites sappia che Widows Weed e Knowing Too Little si nutrono della medesima ispirazione. In definitiva, laddove Good Looking Blues sfuma le connotazioni sperimentali e innovatrici delle due precedenti prove riesce ad acquistare una compattezza e scorrevolezza che la rendono opera matura e godibilissima.

 

 

BIKE

Take In The Sun (March/Flying Nun)

Era il 1992 quando l’autorevole Melody Maker proclamava “Straitjacket Fits are the best guitar band in the world!”Purtroppo per i ragazzi neozelandesi capitanati da Shayne Carter e Andrew Brough le cose non andarono poi nel migliore dei modi nonostante il loro muro di chitarre e senso melodico ridicolizzavano le tanto acclamate produzioni shoegaze britanniche dell’epoca. Scioltisi nel 1994 e passato sotto relativo silenzio l’esordio di Shayne Carter nei Dimmer, Andrew Brough ha impiegato più di cinque anni prima di riemergere con la sua nuova formazione, i Bike, ed ascoltando le sue nuove composizioni il tempo pare essersi fermato, nel bene e nel male. Tutto è come l’avevamo lasciato: melodie azzecatissime che il più delle volte ti si attaccano addosso come carta moschicida (Take in The Sun, Circus Kids), chitarre rumorose al punto giusto (Old And Blue, Keeping You In Mine) ed una vena malinconica di fondo che ha sempre pervaso le composizioni di Brough (Sunrise, Slide On By). Qual è il problema allora? Più o meno quello che alla lunga affliggeva anche alcune tracce dei Fits ovvero una certa monotonia di fondo dettata da un limitato ventaglio di soluzioni sonore a cui in quest’occasione si aggiunge la sensazione di un suono un po’ datato anche se, oggi come allora, qui dentro trova posto una manciata di canzoni così contagiose da stamparti sul viso un bel sorriso primaverile con qualche settimana d’anticipo.

 

 

THE THIRD EYE FOUNDATION

Little Lost Soul (Domino)

Come l’approdo ad una placida spiaggia d’incontaminata bellezza dopo un viaggio che ha riservato innumerevoli traversie, il quarto album di Matt Elliott, unico titolare della fondazione del terzo occhio ed ex Flying Saucer Attack, smussa gli angoli e le abrasività che innervavano le precedenti uscite e ci regala, secondo le sue stesse parole, “un album di beautiful music che sappia sciogliere i cuori” ovvero, alla prova dei fatti, il suo lavoro più compiuto. Laddove le opere precedenti avevano mostrato per larghi tratti un talento di proporzioni considerevoli a proprio agio nel mediare tappeti drum n’bass con soluzioni elettroniche fuori del comune, l’unica riserva riguardava una fruibilità a volte difficoltosa. Invece questa piccola anima perduta pervasa com’è di un mood quietamente melanconico e di soluzioni sonore stupefacenti nella loro originalità s’impone come un’opera impressionante per maturità espressiva. Si oscilla dall’urgenza percussiva dell’iniziale I’ve Lost That Loving Feline alla notturna cadenza trip n’bass di What Is It With You stemperate dalla acida circolarità dei campionamenti vocali che sembrano assumere, qui come in tutta l’opera, una centralità maggiore rispetto al passato per giungere all’andatura post drum n’bass di Stone Cold Said So e alle atmosfere Bristol 2000 di Half A Tiger. Ma il vertice dell’intero lavoro probabilmente è Lost, incredibile e commuovente fado post apocalittico sottolineato da una struggente chitarra classica. Un lavoro che trascende gli stili correnti e si colloca perfettamente nel prossimo millennio. No, non il terzo millennio… il quarto.

 

 

STEREOLAB

Cobra and phases group play voltage in the milky night (Elektra)

Molti aspettavano l’ultimo album del millennio come l’opera definitiva per la formazione inglese e, va detto subito, l’attesa non è delusa. Dopo averci mostrato infinite vie di evoluzione di una proposta musicale che all’epoca della sua prima uscita aveva conquistato molti con il suo respiro atipico, avanti di parecchi anni rispetto al panorama corrente, coesione impossibile di un cristallino talento pop con multiformi espressioni di avanguardie musicali (e non solo), Cobra phases… si impone come summa delle basi gettate in questi anni. Un album che è difficile non interpretare come un punto d’arrivo e dal quale occorrerà ripartire al fine di evitare un possibile ripetersi di temi che già oggi, brillantemente ma rischiosamente, si muovono ai confini di esperienze già udite. Questa sensazione di chiusura di una fase e delle ricerca di nuovi impulsi è accentuata dall’affidamento di parte della produzione, oltre che al consueto John Mc Entire, a Jim O’Rourke che dopo la straordinaria e complessa linearità del suo Eureka si imponeva come il compagno d’avventura perfetto per il viaggio che Laetitia Sadier e soci si apprestavano ad intraprendere. Compagni di tragitto nuovi e prestigiosi come Murcott e Mazurek del Chicago Underground Trio con i loro fiati e vibrafoni innervano di una tonalità jazzy parte delle tracce (Fuses, Strobo acceleration). E, come dubitarne, tutte le peculiarità del suono Stereolab sono presenti, più a fuoco che mai: le colorazioni funk (Infinity girl), le iterazioni sonore, da veri e propri artigiani trans-futuristi del loop (The free design), l’ipnotismo mantrico (Blue Milk), l’andatura melò (People do it all the time).Terminato l’ascolto di Cobra phases… è difficile immaginare cosa i ‘Lab faranno dopo ma noi saremo ben lieti di farci sorprendere ancora una volta.

 

 

THE FLAMING LIPS

The soft bulletin (Warner Bros Records)

La prima sensazione è di spiazzamento alla “ma dove sono capitato?!”, poi affiora alle labbra il consueto sorriso ebete colmo di beatitudine: Benvenuti alla Flaming Lips experience. Se intraprendete questo viaggio per la prima volta d’ora in poi nessun ascolto sarà più lo stesso, la formazione di Oklahoma City non è un gruppo come gli altri, oh no signori miei. Quindici anni di attività appassionata, originale e imprevedibile ci hanno condotto attraverso sinfonie per autoradio (Parking Lot experiment), concerti “suonati” dal pubblico (Boomboxes experiment) ed una continua ridefinizione, gioiosamente e rumorosamente cosmica, di un suono che in The Soft Bulletin trova il suo naturale compimento. Trascorsi quattro anni da Clouds taste metallic, talmente atteso come il disco che avrebbe garantito il big-bang ai Lips nel mainstream da condizionarne parzialmente la riuscita, e consumato il divorzio dalle teorie noise/avantgarde della chitarra di Ronald Jones, Wayne Coyne si è concesso un lungo periodo di frenetiche attività parallele, vedi l’incredibile progetto Zaireeka, e ha dettato le linee guida del nuovo album: “Hey guys let’s make the music we love!” Il risultato è unico ancora una volta, più di sempre. Una tale abbondanza di idee che le canzoni a volte stentano a contenerle e che vedono Coyne nelle vesti d’ineffabile direttore d’orchestra, ai cui ordini si muovono le più imprevedibili fonti sonore, sempre proteso a spingere in avanti l’impossibile connubio sperimentazione/forma pop con una tale capacità di rendere fruibili strutture complesse da lasciare attonito anche il più superficiale degli ascoltatori. Race for the prize è “la canzone dell’estate”, plana e s’impenna colma di quella caratteristica che tutti i grandi hit dovrebbero possedere: la capacità di farti sentire maledettamente bene come d’altronde Waitin’ for a superman e Buggin’ che, remixate da Peter Mokran, responsabile di centinaia di hits R&B, portano impresse a lettere capitali la loro natura di potenziali riempipista per il vostro party di fine millennio. In The spark that bled ci sono talmente tante intuizioni da riempire interi album e se durante What is the light e Feeling yourself disintegrate cerchi di fissare l’attenzione su un particolare, di comprenderne le connotazioni, ti accorgi che non è possibile, i Lips sono già altrove. Soft Bulletin è il coronamento di un viaggio durato anni e sarà un’impressione ma questa sera, terminato l’ascolto, le stelle non sono mai sembrate cosi’ vicine.

 

 

BRENDAN PERRY

Eye of the hunter (4AD)

Mentre scorrono le tracce dell’esordio solista di Brendan Perry è difficile rimuovere le immagini dell’avventura Dead Can Dance che si affollano nella mente. Esauritasi naturalmente la strada percorsa insieme a Lisa Gerrard e archiviati i significativi excursus nei territori gotico-evocativi che il duo australiano ha saputo regalarci, Perry ha inteso ridiscutere la propria essenza di musicista mirando alla costruzione di scarni ed essenziali affreschi sonori. Laddove il morto che danza spaziava alla ricerca, spesso sapiente, di orizzonti sonori complessi, Eye of the hunter ruota attorno ad una più attenta e circoscritta ricerca della “forma canzone”. Ricerca che riporta Perry, secondo le sue stesse parole, al proprio punto di partenza e cioè all’amore per i grandi poeti, spesso dimenticati, della storia musicale di questi anni, gente come Tim Buckley, Scott Walker o Nick Drake. Poche note, distillate da archi e chitarra acustica, sottolineano la voce profonda di Brendan creando un insieme spesso ammaliante (Voyage of Bran, The captive heart) ma a volte rischiosamente ai confini del tedio poiché degli illustrissimi predecessori il nostro non può possedere il medesimo smisurato talento. La cover di I must have been blind di Tim Buckley chiude il cerchio e ci consegna un rispettabile autore ancora alla ricerca di una propria precisa dimensione.