LA TIGRE E IL DRAGONE
Di Ang Lee
Con Chow Yun-Fat, Michelle Yeoh, Zhang Ziyi, Chen Chang, Cheng Pei- Pei.

CRITICA
L’ultimo film di Ang Lee è, sotto molti punti di
vista, un piccolo capolavoro. Pochi sono riusciti a fare di un’opera cinese un
oggetto così accattivante anche per la cultura occidentale. Il cinema cinese,
come quello giapponese, possiede canoni recitativi, narrativi ed emotivi molto
diversi dai nostri. I gesti sono più importanti delle espressioni facciali,
canonizzati da secoli di iconografia teatrale, il mèlo sempre in agguato, i
tempi morti, spesso, più di quanti si possa sopportare. Ang Lee ha trovato
un’alchimia che lo fa entrare, a pieno titolo, in quel gruppo di cineasti che
già hanno tracciato un ponte tra la due sensibilità: Wong Kar Wai, John Woo,
Takeshi Kitano ed, in un suo modo molto “estremo”, Takashi Ishi, autore
dello splendido e violentissimo Gonin.
Ai cinesi La tigre ed il Dragone non è
piaciuto un gran che, sintomo del fatto che il nostro regista abbia sfruttato
le regole di un genere, laggiù diffusissimo, barando un po’ sulla forma,
tenendo presente la sua formazione americana e confezionando il prodotto non
tanto per la madrepatria, quanto per la terra d’adozione: gli Stati Uniti.
Siamo nel territorio del fantastico: in una Cina
medioevale guerrieri e streghe si scontrano per il possesso di una antica spada,
ma soprattutto per il controllo della libertà delle proprie emozioni e
sentimenti. Due coppie di amanti dal destino difficile ed un cattivo malinconico
e crepuscolare sono il perno su cui ruotano le vicende. Un applauso a tutto il
cast: in particolare alla coppia Chow Yun Fat- Michelle Yeoh, lui esprime un
carisma ed una nobiltà degni dei grandi divi, lei rivela doti drammatiche
insospettate, essendo più famosa per quelle atletiche, che già ci aveva
mostrato nel pessimo 007 Il domani non muore mai.
La vicenda si articola in spazi raffinatamente
spogli, di stampo teatrale, palcoscenici cubici, a “scatola”, pronti per la
stupenda messa in scena dei combattimenti, dei quali ogni parete ed angolo
vengono usati, grazie agli effetti speciali, in maniere che il teatro purtroppo
neanche immagina.
Si può dire che proprio i combattimenti siano i veri
protagonisti del film: stupende coreografie dove la grazia ed il ritmo, spesso
anche lo humor, vincono su ogni idea di violenza. La fotografia notturna è
sognante e limpida, innaturale, ancora una volta, nella sua “teatralità”;
quella diurna epica, quasi Western, quando il film si lascia andare ad un lungo
flashback, aprendosi verso gli spazi del deserto.
Amore e guerra prendono corpo nello spazio come sogni, in maniera lieve ed inedita, e proprio di sogno sanno gli inseguimenti volanti su tetti o foreste, in cui i personaggi corrono e balzano sfiorando appena le cose, leggerissimi, come spesso accade anche a noi durante il sonno. Anche se a volte alcuni dialoghi sono un po’ lunghi e formali per il nostro gusto le emozioni certo non mancano.
Un’opera originalissima da esportare quindi, che può
interessare un pubblico molto eterogeneo, diretta e coreografata con grande
stile, meritevole dei Golden Globes vinti e, speriamo, degli Oscar che vincerà.
L’immagine di Chow Yun Fat in piedi su un ramo d’albero sottile come un
fuscello, ad un’altezza vertiginosa, la spada in mano, resterà a lungo nella
collezione dei grandi sogni regalatici dal cinema.[A.D.]
APPENDICE STORICO-CRITICA
Finalmente il "wu xia pan" riesce ad avere un risalto internazionale, che lo porta fuori dai confini cinesi. Non è sicuramente il caso di gridare al miracolo o al capolavoro. Il film infatti giunge nel mondo occidentale semplicemente per il fatto che dietro al film ci sono i dollari americani. L'influenza di questo si può intravedere nella facilità con cui si segue la storia (al contrario di quanto afferma il nonno della critica italiana Tullio Kezich). Di solito infatti le trame dei "cappa e spada" cinesi sono la quintessenza dell'inspiegabile. In ogni caso il film è fatto molto bene e rispetta le radici del genere, lo stesso Ang Lee ha detto di essersi direttamente ispirato a King Hu. Come viene giustamente fatto notare i combattimenti portati così all'estremo sono da legare a un ambiente onirico e leggendario, che li rendono più dei balletti che dei veri e propri combattimenti.
Il successo che
sta avendo in giro per il mondo speriamo che porti alla mente di
qualche distributore illuminato l'idea di recuperare alcuni
capisaldi del genere, come appunto i film di Hu, "The blade"
del mitico Tsui Hark e l'anomalo per il regista e per il genere
del "wu xia pan" "Ashes of time" di Wong Kar-wai.
Solo allora si potrà dire quanto vale questo "La tigre e il
dragone". Ora come ora pensiamo che il successo che sta
avendo "La tigre e il dragone" possa essere paragonato
a un buon film western ispirato a John Ford, che arriva in paesi
che non sanno nemmeno chi sia John Ford. Non ci può essere
saggezza nel giudizio senza il senso della storia. [D.G.]