Rifiutare una forma
non significa però , nel fluire di una vita, trovarne un’altra in cui
quietare ( …Ah, poter consistere!..) : di qui, la paradossale
conclusione per cui è meglio essere personaggi, fissati una volta per tutte
dall’autore nei loro tratti, che persone. Il rapporto tra “personaggi” e
“persone” è lo stesso che tra l’eternità e l’atrte, della fantasia, e il
relativo della vita.
Ma anche la condizione privilegiata di personaggio non è
sempre attingibile. E’ quanto emerge dal più celebre dei drammi di Piradello,
Sei personaggi in cerca d’autore ( 1921).
Sul palcoscenico di un teatro, dove si sta rappresentando
un dramma pirandelliano, Il gioco delle Parti, irrompono sei personaggi che ,
rifiutati dall’autore , cercano qualcuno che li rappresenti sulla scena- che
dia loro, quindi, una consistenza-. Fra lo sbigottimento degli attori, in un
susseguirsi di interruzioni e di riprese caotiche, ciascuno di loro ( il Padre,
la Madre, Il Figlio, la Figliastra, il Giovinetto, la Bambina) racconta il
torbido dramma di rapporti familiari,
finchè si arriva alla tragedia finale: la Bambina annega in una vasca da bagno
e il Giovinetto si spara.
Ma- e qui sta il paradosso- questi fatti potevano essere
, ma non sono avvenuti, in quanto ciascuno dei personaggi vive allo stato
fluido: l’autore ha rifiutato di dargli forma perché una “forma” perche una “forma” non rispecchierebbe la
vita, e sarebbe come ammettere che ognuno di noi è uno, mentre è “tanti, tanti,
secondo le possibilità d’essere che sono in noi: uno con questo, uno con
quello! Diversissimi!”
L’autore non ascolta dunque le richieste dei personaggi,
perché il vivere allo stato fluido rappresenta la misteriosa e tragica
condizione esistenziale : che è quanto egli vuole dimostrare nel suo
teatro.
Il dramma del rapporto tra vita e forma è così riproposto
non come dramma di personana, ma di personaggio. Attori e pubblico non
distinguono più tra finzione e realtà: calato il sipario, ci si accorge che
l’autore ha sostituito al dramma la dimostrazione dell’impossibilità di
rappresentarlo.
E’ questa l’unica esperienza del teatro nel teatro, in
cui risulta scardinata ogni convenzione scenica, e messo in discussione lo
stesso genere teatrale, che è dialogo ed azione. Le parole sono infatti una
vuota astrazione, convenzioni che ciascuno intende a modo suo ( “…crediamo di
intenderci – dice un personaggio – e non ci intendiamo mai!”) ; e le azioni non
servono, in quanto ciascuno di noi non è intero nell’atto che compie. La
provocatorietà della pseudo trama , prima del tradizionale epilogo, coinvolge
il pubblico in un rapporto dialettico con l’autore, e fa della scena “un luogo
di verifica” delle concezioni proposte: il che dava il colpo definitivo a tutto
il teatro precedente, e anche al contemporaneo teatro grottesco.
****
**** *** **** ***
Un filo misterioso lega i personaggi con il loro autore:
si forma magicamente quando essi, dal momento in cui sono solo idee, tentano lo
scrittore “tante volte, nella malinconia di quel suo scrittoio”. In “ Sei
personaggi in cerca d’autore” questo legame non è riuscito a stringersi. Respinti,
rifiutati dopo molte esitazioni, dalla ente di chi doveva dar loro corpo, sei
personaggi , dotati come per incanto di vita autonoma, s presentano sul
palcoscenico, il luogo naturale della loro unica possibilità di esistenza. Nel
momento della loro “materializzazione” nel teatro una compagnia di attori sta
provando svogliatamente “ Il gioco delle parti” altra commedia di pirandello; e
quei misteriosi intrusi chiedono a quei commedianti di rappresentare la loro
vicenda almeno una volta, affinché si realizzi compiutamente la loro esistenza
di personaggi. Essi propongono un dramma familiare: il Padre, convinto che sua
moglie ( la Madre) fosse innamorata di un suo dipendente, ne favorisce
l’unione. Poi, segue a distanza la nuova famiglia con sollecitudine e
specialmente s’interessa , non visto, alla bambina che nasce, osservandola
discretamente nella crescita. Questo nuovo nucleo scompare improvvisamente
dalla città, ne perde le tracce e resta solo con il figlio. Morto il poveruomo,
la Madre torna in quella città con la ragazza ormai grande, una ragazza e un
bambino. Il Padre, che non lo sa incontra la ragazza, la Figliastra, in un
bordello: sta per consumarsi una specie di incesto che all’arrivo della Madre
scongiura. Poi, tutto precipita: la famigliola rientra nella casa del Padre, ma
questo provoca l’ostilità del Figlio su cui tutta l’attenzione si concentra. Ed
questo il motivo per cui , incustodita, la bambina affoga in una vasca da bagno
e il bambino si spara. E’ il dramma di un gruppo di personaggi in crisi che non
riescono a comunicare, ognuno con una propria fisionomia abbozzata, che , però,
appunto per questo loro “essere personaggio” , non può mutare, a differenza di
quanto capita all’uomo la cui vita fluida è soggetta continuamente a
cambiamenti. LA commedia non è, però, nella trama, ma nello scoppio dei
contrasti tra Padre e Figliastra, tra Madre e Figliastra, tra Figlio e tutti
gli altri: ognuno tenta di capire e giustificare la propria realtà, in un
caotico accavallarsi di racconti e di voci. Ma il centro del conflitto
dialettico è tra il Capocomico della compagnia e i personaggi, il Padre e la
Figliastra in particolare. Quando si tratta , infatti, di far recitare gli
attori veri, i personaggi divengono insofferenti e protestano
continuamente; non si riconoscono in
quei professionisti, le scene mancano sempre di qualche particolare
“indispensabile” . il problema è che tra i due gruppi corre una differenza
abissale: i personaggi sono maschere rigide e bloccate nel ruolo che
rappresentano; negli attori , che sono uomini e donne, scorre prima di tutto la
vita, elemento continuamente ed individualmente mutabile. La presunzione del
teatro tradizionale di rappresentare la vita viene scardinata da un
procedimento a rovescio. E’ il teatro ad entrare nella vita, e a dimostrare
quell’impossibilità. Si contrappongono e si intrecciano la verità dell’attimo e
la verità eterna, al punto che non è più possibile distinguere tra realtà e
finzione.