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Alle finestrelle erano
stati accatastatati sacchi di sabbia per proteggerci da eventuali
schegge. Ogni tanto, quando una bomba esplodeva vicino, per le vibrazioni,
dai sacchi scendeva un po' di sabbia. C'era un aereo da ricognizione
che di giorno volava basso sulla città e lo chiamavano Pippo.
Al vederlo, noi bambini cantavamo:
"E Pippo Pippo non lo sa,
che appena arriva fugge tutta la città:
si sente bello, come un apollo,
ma saltella come un pollo!" |
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Poi cominciarono
i bombardamenti navali. Le bombe arrivavano di traverso e squarciavano
le case. Di fronte al mio cortile c'era un'amichetta, Alba, che
venne uccisa in pieno da una bomba. Mio papà si impressionò
molto e decise di farci lasciare Genova per farci rifugiare in
Toscana, in un paesino sperduto del senese. Lì saremmo
state al sicuro.
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Ricordo la partenza e le
lacrime strazianti dei miei genitori che non volevano lasciarsi.
Mia sorella dormiva in braccio alla mamma ed io ero molto gelosa
perché mi pareva che nessuno si occupasse di me. Per arrivare
a destinazione, dovevamo cambiare treno tre volte. Ricordo che volli
vendicarmi facendo i capricci: ad ogni cambio mi rifiutavo di scendere
e mia mamma si disperava e chiedeva aiuto alle persone dello scompartimento
affinché mi mettessero a terra.. Arrivati all'ultima stazione,
dopo che fummo scese dal treno, ci guardammo: avevamo il viso nero
per il fumo del carbone con cui veniva alimentata la locomotiva. |
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Dovemmo attendere il calesse
che ci portò al paese.
Era sera, avevamo una coperta sulle ginocchia, c'era una grossa
luna piena. L'avventura mi divertiva molto. L'ambiente della campagna
toscana mi accolse che avevo circa sei anni. |
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Mi colpirono
gli odori, così diversi da quelli di Genova, la mia città.
Ricordo ancora gli aromi del sottotetto di casa, dove insieme
alle cataste di legna, veniva conservata la frutta fatta seccare
al sole: l'uva, i fichi, le pesche, le noci; inoltre le varie
marmellate e il miele. Al piano di
sotto c'era la cucina della nonna. I vecchi mattoni del pavimento
sapevano d'antico; sull'acquaio vi erano sempre il secchio e la
brocca di rame pieni d'acqua; parte di essa era utile per lavare
e parte per bere; da lì emanava un odore forte di muffa
e di fogna. Il grande camino, con le panche dentro, accoglieva
d'inverno grappoli di bambini che cercavano di riscaldarsi e il
fuoco esprimeva gli odori di ciò che si andava cucinando:
ora le castagne, ora le pigne dalle quali noi bambini ricavavamo
golosamente i pinoli, ora le cialde al finocchio che la nonna
faceva con apposite pinze poste sulla fiamma e di cui riempiva
il tavolo per la nostra gioia.
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Quando
la mamma faceva il bucato nel tino, la cucina esalava umori di
cenere e liscivia. La madia, sempre pronta per impastare il pane
o la pasta, aveva il buon profumo delle cose genuine. Spesso la
sera si mangiava ricotta dal fresco odore di latte. In paese,
a quei tempi, non c'era ancora la luce elettrica e all'imbrunire
veniva acceso il lume a petrolio che faceva filtrare il suo fumo
nero direttamente dentro le nostre narici. La mamma intanto leggeva
il libro "Cuore" piangendo, o la storia di Pinocchio
ridendo. Noi due sorelline, in perfetta simbiosi di sentimenti
con la mamma, facevamo lo stesso.
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Prima di andare a dormire, sistemavamo la trappola per i topi. (Anche
i topi hanno un odore particolare! Ma io avevo il cuore tenero e
li liberavo di nascosto la mattina dopo, lungo la scarpata dove
veniva gettata da tutti la spazzatura).
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Poi, per andare alla latrina, costituita da un terribile buco
nero dal quale esalavano tali miasmi da farci venire le lacrime
agli occhi, si scendeva per una scala dal caratteristico odore
di pietra impregnata di vecchie porcherie.
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Al
piano rialzato, c'era la camera da letto. Le lenzuola pulite profumavano
di lavanda e di bucato. Ai lati del lettone c'erano due comodini
con i vasi da notte per la pipì, un set di ferro e smalto
utile per lavare le mani e la punta del naso e un armadio chiuso
a chiave nel quale erano custoditi in un tovagliolo dei biscottini
detti "serpini" che faceva la nonna per farci stare
"buonine" e che conservava così bene per darceli
in premio soltanto quando ce lo meritavamo.
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Noi bambine,
annusavamo il loro profumo passando avanti e indietro e, al tic-tac
dell'orologio posto sotto la campana di vetro sul canterano, aspettavamo
ansiose ogni sera il ritorno della nonna con la speranza di ottenere
qualcuno dei golosi biscotti; la nonna faceva la cuoca e sovente
ci portava un pentolino smaltato pieno di pasta e fagioli o di
ribollita, che noi due bambine mangiavamo golosamente, al lume
della candela, prima di ficcarci a nanna sotto le coperte.
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La zia
invece aveva il mulino: davanti, sul piazzale, c'erano sempre
carri di buoi carichi di balle di farina e di grano e l'odore
dello sterco degli animali misto al fango, ci faceva impazzire
d'allegria. Noi bambini ci scatenavamo in quel lerciume e saltavamo
sopra le balle di grano senza preoccuparci affatto dei piedi sporchi.
Vicino c'era il porcile, con il caratteristico puzzo di maiale
e di trogolo, e dal pollaio a fianco arrivava il tanfo degli escrementi
delle galline: mi pareva che anche le uova, appena fatte, calde
calde, sapessero di piume. Noi bambini le posavamo sugli occhi
per renderli più belli.
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Nella
stalla, la zia teneva i cavalli e i cani da caccia. Anche lì
ci aspettava nella penombra, insieme agli occhi dolci e miti dei
cavalli, l'abbaiare dei cani, le fascine di saggina, una fragranza
particolare mista di cacio, prosciutto, olio, mosto di vino. Nei
pressi, la zia aveva anche un campicello ricco di ortaggi i cui
profumi si facevano intensi appena venivano a maturazione. Quando
poi la zia macellava il maiale o i conigli, un odore acre di sangue
si spargeva nell'aria. I conigli, scuoiati, appesi al muro a frollare,
attiravano le mosche; le ossa del maiale insieme alla liscivia
erano messi a bollire nel paiolo nero sul camino per fare il sapone.
Si può davvero dire che gli odori erano i veri protagonisti
della nostra vita. Quando lo zio andava a caccia e prendeva lepri
o fagiani, la zia cucinava un ragù meraviglioso che riempiva
del suo profumo tutta la strada.
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La sfornata del pane per
la settimana, poi, era una festa. Noi bambini aspettavamo con ansia
la fine della cottura, per avere il nostro "ciaccino"
e le mele cotogne al forno: che profumo!
D'estate le donne andavano "all'ortaccio" dove c'era il
lavatoio comune. Portavano sul capo i panni poggiati su stuoie intrecciate
con le ginestre. |
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Attorno al lavatoio si
sentiva l'odore misto dell'acqua sporca e dei panni puliti stesi
al sole sui cespugli di rovi.
Noi bambini giocavamo con rospi e ramarri. |
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Spesso,
stanchi di aspettare le mamme che lavavano chiacchierando rumorosamente,
saltavamo di nascosto sul primo carro di buoi di passaggio e ci
facevamo portare a S. Gusmè, dove c'era un bosco nel quale
potevamo giocare tra acacie grondanti di cicale, pini marittimi
e cipressetti: ci divertivamo a catturare i grilli, le lucertole,
a fare piccoli graticci o cestini con le numerose ginestre e,
se era tempo di processioni, raccoglievamo tanti fiori gialli,
petali di rose selvatiche o violette da spargere poi lungo la
strada davanti alla statua della Madonna.
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A volte ci prendeva l'acquazzone e il bosco profumava di erba bagnata,
di funghi, di muschio
così come profumate erano le
balle di paglia o di fieno dei carri che prendevamo per tornare
al paese (sempre che il contadino non si accorgesse di noi!). Altri
odori particolari del paese erano quelli dell'incenso della chiesa;
dei ceri e dei fiori appassiti del cimitero. Il negozio del pizzicagnolo
sapeva di aringhe, di pere, di salumi, di tutto un po'; quello del
barbiere, aveva l'odore tipico del profumo dozzinale e della schiuma
saponata; quello del negozio di biciclette, sapeva di copertoni
e di grasso; in quello del fabbro, regnava l'odore del metallo fuso
perchè la fornace era sempre accesa a disposizione dei contadini
che si fermavano per far ferrare i cavalli e per le donne che venivano
a far limare i coltelli.
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Il calzolaio aveva una bottega che profumava soprattutto di cuoio
incerato. Egli metteva i ferretti alle punte e ai tacchi delle
scarpe delle poche persone che le avevano... e vendeva invece
molti zoccoli di legno. Il negozio del falegname, artigiano-artista
del paese, sapeva di trucioli; era davvero bravo a fare intarsi
con il legno dai vari colori.
Il bidoncino
di latte, vicino a ogni crocicchio, al mattino presto, aveva il
buon profumo di mamma.
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