Orientamenti per la valutazione del danno alla capacità lavorativa specifica

Prof. Giancarlo Maltoni* - Avv. Massimo Campiglia**

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Il concetto di incapacità lavorativa generica risale all'i­nizio del secolo ed è stato fino da allora espressione di u­na ridotta attitudine del soggetto a produrre beni con rife­rimento ad una attività lavorativa di tipo manuale-generico.  Già da tempo il Prof. Introna aveva evidenziato la intrinse­ca incongruità di questa categoria valutativa anche facendo riferimento al semplice lavoro manuale generico tenuto conto dello sviluppo tecnologico realizzatosi nel corso degli anni in questo ambito, sostenendo quindi che anche il lavoro ope­raio risultava ormai nel tempo fortemente modificato con polverizzazione in una gamma sempre maggiore di lavori alcu­ni francamente di non particolare impegno fisico, tanto che risultava estremamente difficile individuare una sorta di media della capacità lavorativa generica riconoscibile in questo ambito.
 Vi era poi da considerare che il concetto di capacità lavo­rativa generica non poteva essere applicato a diversi ambiti professionali stante la grande differenza di impegno intel­lettuale e manuale proprio delle diverse occupazioni (da quelle del giudice a quelle del palombaro, dal pittore all'avvocato, dal dirigente di azienda al programmatore... ). Il concetto di incapacità lavorativa generica è stato defi­nitivamente superato dalla nota sentenza della Corte Costi­tuzionale n. 184/1986 in materia di danno alla persona che ha introdotto una triade di voci di cui una comprensiva di antiche forme di voci di danno che ormai hanno fatto il loro tempo come entità autonome.
 Con questa sentenza è stata introdotta la nuova categoria del danno biologico inteso come danno evento determinato da­gli esiti di lesioni produttive di un deterioramento della integrità psicofisica preesistente del soggetto. Le altre due categorie di danno sono state costituite fino da allora dal danno patrimoniale, sotto la duplice forma di danno e­mergente e lucro cessante, e dal danno morale che esula evi­dentemente dalla valutazione del medico-legale.
 Il danno biologico è stato fino da allora considerato un danno evento che costituisce l'elemento fondamentale interno al fatto illecito e che inevitabilmente è presente quando si determinano esiti irreversibili deteriorativi del patrimonio intellettivo e fisico del soggetto traumatizzato.
 Si tratta di un danno base, centrale, sempre immancabile, garantito costituzionalmente in quanto interagente in senso negativo con il bene salute tutelato dalla Costituzione.
 Questo concetto che ha in sé elementi di prevalente statici­tà, è stato successivamente ampliato con la considerazione delle conseguenze determinate dagli esiti psicofisici sulla vita relazionale del soggetto intese come maggiore difficol­tà o perdita delle potenzialità relazionali nell'ambito fa­miliare e sociale; questa considerazione delle interazioni fra deterioramento del patrimonio psicofisico e vita rela­zionale del paziente, sono state riconfermate dalla nota sentenza della Cassazione del 18.2.1993 n. 2009 e 13.1.1993 n. 357.
 In questo modo sono venuti a far parte del danno biologico, con conseguente diritto risarcitorio nell'ambito di esso, il danno estetico, quello sessuale e tutte le turbe cenestesiche comunque interagenti nei rapporti socio-ambientali del soggetto.
 Secondo questo filone dottrinario e giurisprudenziale si so­no orientati negli ultimi 10 anni in particolare il Tribuna­le Civile di Genova e quello di Pisa e sono stati prodotti numerosi contributi dalla Scuola medico-legale pisana, in particolare dal Prof. Marino Bargagna, che recentemente, con altri collaboratori, è pervenuto anche alla pubblicazione della nota guida orientativa per la valutazione del danno biologico permanente (Mezzi, 1993) guida a cui addirittura fa riferimento formalmente il Tribunale Civile di Firenze nella formulazione dei quesiti sulla quantificazione del danno biologico.
 Dal 1986 il danno biologico, inteso in tutte le sue diverse componenti sopra illustrate, ha rappresentato un punto co­stante di riferimento nella giurisprudenza civilistica per il risarcimento del danno da fatto illecito.
 In questo ambito valutativo sono state ripetutamente conte­nute le richieste risarcitorie formulate a titolo di ridu­zione della potenziale attitudine alla attività lavorativa ed a prestazioni lavorative generiche quando non era possi­bile dimostrare una perdita effettiva della capacità a pro­durre reddito.
 Possono essere citate a questo proposito numerose sentenze dei Tribunali e della Suprema Corte intervenute anche negli ultimi anni.
 Il 23.6.1987 il Tribunale di Novara ha infatti affermato che il danno alla vita di relazione e il danno estetico costi­tuiscono parti integranti del danno biologico e come tali devono essere risarciti; il 22.5.1993 il Tribunale di Piacenza ha ribadito che il concetto di capacità lavorativa ge­nerica non ha più alcuna funzione poiché, dopo il riconosci­mento del danno biologico, tutte le condizioni menomative della persona, quando non è dimostrata la loro incidenza sulla capacità produttiva, sono in esso considerate.
 La Cassazione Civile Sezione terza il 19.3.1993 ha ribadito che la riduzione della capacità lavorativa generica, intesa come potenziale attitudine alla prestazione di attività la­vorativa da parte di un soggetto che non svolga al momento attività produttiva di reddito né sia in procinto presumibilmente di svolgerla.... che non comporta un rilievo sul piano della produzione di reddito, è risarcibile solo come danno biologico.
 Purtroppo le modalità di risarcimento adottate dai diversi Tribunali hanno creato una concreta sperequazione tra i cit­tadini appartenenti allo Stato italiano dal momento che presso questi Tribunali sono stati individuati parametri di riferimento per la monetizzazione del danno biologico asso­lutamente diversi e non sempre condivisibili.
 Nonostante che la Corte Costituzionale abbia sancito di adotta­re un criterio liquidativo non uniforme, ma elastico, la­sciando al Giudice di adeguare al caso concreto la liquida­zione di questa voce di danno ovvero affidando al Giudice in via equitativa l'apprezzamento, caso per caso, della rile­vanza economica del danno biologico stabilito in sede medico-legale.
 Appare evidente che se l'individuazione del danno biologi­co, come categoria unitaria, estensibile a tutti i soggetti che devono essere risarciti di un danno psicofisico, indi­pendentemente dalla loro collocazione professionale e dalla loro capacità a produrre reddito, che, abbiamo visto, rias­sorbe il vecchio concetto del danno alla capacità lavorativa generica, e considera anche dinamicamente gli esiti residua­ti nell'ambito relazionale sociale del soggetto, resta co­munque l'esigenza di individuare la metodologia adeguata al riconoscimento del danno alla capacità lavorativa specifica ovvero di un danno che, almeno in linea teorica, è capace di incidere sulla capacità produttiva del soggetto.
 La difficoltà di stabilire questa voce di danno è stata re­centemente evidenziata sia in ambito dottrinario che giuri­sprudenziale.
Infatti il termine “specifica” dovrebbe tenere presente l'attività lavorativa realmente svolta dal sogget­to, rapportata al reddito da essa prodotta.
 Si tratta di un duplice accertamento di tipo medico-legale e strettamente giudiziario dal momento che il medico può solo valutare se gli esiti residuati sul paziente o parte di essi sono tali, per il danno anatomico e funzionale o estetico che essi producono, da incidere negativamente sulla possibi­lità di svolgere con adeguata continuità e rendimento l'at­tività lavorativa praticata al momento del fatto illecito; spetta invece all'ambito giudiziario, attraverso la raccolta di prove adeguate, se, come dettato dall'art. 2697 C.C., ta­le impedimento psicofisico, individuato dal medico-legale, nella circostanza concreta ha determinato un danno patrimo­niale risarcibile.
 In altre parole il medico legale in ordine al danno alla ca­pacità lavorativa specifica può esprimere solo un parere o­rientativo, basato sugli elementi tecnici a sua disposizio­ne, ma spetta sempre al Giudice la valutazione delle prove relative alla perdita di capacità produttiva, prove il cui onere incombe ovviamente sul danneggiato.
 Secondo questa impostazione appare a giudizio del sotto­scritto non corretta la formulazione del quesito sulla per­dita di capacità produttiva formulato da alcuni Tribunali ai CTU nell'ambito delle cause civilistiche.
 Al  CTU dovrebbe essere infatti richiesto solo un giudizio di natura biologica sulla capacità del paziente a continuare la sua attività lavorativa specifica e sulla limitazione al suo svolgimento determinata dagli esiti obiettivamente riscon­trati.
 Va tuttavia osservato che la valutazione del danno alla ca­pacità lavorativa specifica non può essere posta, in modo positivo o negativo per il paziente, con riferimento esclu­sivo alla concreta mansione lavorativa attuale, senza proce­dere ad una attenta disamina di quelle attività potenziali alternative che, per il livello culturale, l'età, l'espe­rienza professionale maturata dal soggetto, possono essergli ancora congeniali e comunque possono costituire per lui una molto probabile prospettiva di reinserimento lavorativo.
 Infatti la collocazione lavorativa del paziente non può es­sere considerata semplicemente in ordine all'impegno lavora­tivo attuale al momento dell'evento lesivo senza tener conto delle modalità attraverso le quali il soggetto l'ha conse­guito e delle prospettive ulteriori di miglioramento della propria carriera professionale; d'altra parte a fronte di un grave impedimento allo svolgimento dell'attività lavorativa attuale, può essere ipotizzata e talora anche provata la possibilità del soggetto ad una riconversione lavorativa ba­sata sulla sua maturazione professionale con prospettiva quindi di sviluppare una capacità reddituale talvolta addi­rittura superiore a quella attuale.
 In altri casi per i quali è assolutamente dimostrabile una perdita totale della capacità di lavoro specifica non conse­gue
comunque una perdita patrimoniale totale e definitiva poiché il soggetto può mettere a frutto la capacità lavora­tiva residua in altre
occupazioni comunque assimilabili a quella precedentemente svolta.
 La valutazione di questa potenzialità può essere solo pro­spettata dal medico-legale che ha esaminato a fondo l'entità del danno biologico e la sua eventuale interferenza negativa nell'esplicazione del lavoro abituale o di altra attività per lui prospettabile ma non vi è dubbio che la valutazione definitiva sulla compromissione patrimoniale del soggetto debba essere fatta, per i motivi suddetti, dal Giudice acquisendo nell'ambito del procedimento tutte le prove indi­spensabili che mancano ovviamente al CTU al momento dell'e­spletamento della consulenza tecnica.
 D'altra parte il medico-legale, al momento dell'espletamento dell'indagine peritale, non può conoscere il vissuto lavora­tivo del soggetto, né può prevedere, se non con larga ap­prossimazione, le potenzialità professionali che, al di là della mansione attuale, possono essere messe a frutto in una occupazione alternativa.
 Questi problemi sono maggiormente evidenti quando la valuta­zione del danno alla capacità lavorativa specifica deve essere effettuata in un soggetto ancora giovane, che non ha completato il curriculum formativo professionale e che non ha assunto un impegno stabile nel mondo del lavoro o per il soggetto che ha già terminato il periodo formativo ma non ha potuto collocarsi utilmente in un'attività lavorativa pro­duttiva di reddito, o nel caso del pensionato, ancora giova­ne, che desidera mettere a frutto la sua professionalità in una occupazione integrativa o addirittura non produttiva di reddito ma culturalmente e moralmente redditizia nell'ambito sociale (vedi per esempio mansioni ausiliarie nell'ambito familiare o attività di volontariato).
 E' ovvio che in questi casi vale il concetto della valuta­zione della capacità attitudinale del soggetto ad inserirsi in una attività lavorativa a carattere redditizio. Si tratta di una valutazione che deve tenere conto, almeno per i giovani, non tanto dell'ambito socio familiare di cui essi fan­no parte, ma soprattutto del livello di scolarizzazione e della attitudine dimostrata a raggiungere un determinato curriculum formativo.
 Peraltro in questi casi, se ne sussistono le condizioni, il medico-legale deve solo limitarsi a considerare se le diverse componenti del danno biologico possono in qualche modo limitare lo sviluppo professionale del soggetto dando parti­colare rilievo, caso per caso, alle menomazioni fisiche o a quelle di tipo psico-intellettivo.
 Questa valutazione diviene ovviamente più facile nel caso di soggetti ancora non occupati o temporaneamente non occupati poiché in questi casi il consulente può tenere conto della maturazione culturale professionale del soggetto e valutare, in rapporto agli esiti riscontrati sulla sua persona, gli eventuali limiti che essi possono determinare per le sue a­spirazioni di collocamento lavorativo futuro.
 Nei pensionati, per i quali il medico-legale tende ad esclu­dere qualsiasi valutazione in ordine al danno alla capacità lavorativa specifica, va invece valutato che, proprio per la evoluzione socioeconomica attuale, deve essere tenuto conto della potenzialità lavorativa residua del soggetto e della sua eventuale legittima aspirazione ad utilizzarla per una attività anche saltuariamente redditizia o addirit­tura per lui non retributiva ma utile nel contesto socio ­familiare.
 Il medico-legale dunque è chiamato sempre più frequentemente ad individuare, ove esistente, il danno alla capacità lavorativa specifica e purtroppo anche a quantificarlo in termi­ni percentuali.
 L'esperienza medico-legale degli ultimi anni rende ragione della grande difficoltà a quantificare un eventuale danno alla capacità lavorativa specifica proprio per i concetti che sono stati espressi precedentemente.
 Al di là dei danni biologici di modeste dimensioni (micro­permanenti) che difficilmente possono essere considerati co­me base valutativa per un danno alla capacità lavorativa specifica, e al di là delle grandi invalidità produttive di un danno biologico decisamente rilevante, al quale spesso si associa indiscutibilmente la perdita anche totale e definitiva della capacità a produrre reddito, sia nella occupazio­ne professionale attuale sia in altre eventualmente ad essa assimilabili, resta un'ampia zona grigia dove a un danno biologico decisamente apprezzabile è difficile far corri­spondere una seria quantificazione della compromissione della capacità lavorativa specifica e in definitiva della perdita reddituale del paziente.
 Solo in alcuni casi, in cui gli esiti stabilizzati siano ta­li da rendere impossibile la esecuzione di una professiona­lità specifica, è possibile individuare una rilevante perdi­ta di capacità lavorativa specifica, al limite di quella totale; negli stessi casi non è tuttavia possibile evidenziare al medico-legale se a tale perdita corrisponda in effetti u­na incapacità pressoché totale o definitiva a produrre red­dito dal momento che le potenzialità del soggetto, per le considerazioni precedentemente fatte, possono essere messe a frutto in una occupazione alternativa a quella abitualmente svolta.
 E' questo il caso della grave lesione alla mano sinistra del violinista, della lesione facciale del suonatore di tromba, del grave danno estetico per una modella o attrice, del gra­ve danno all'apparato locomotore in un camionista od altro operaio addetto alla movimentazione di macchine pesanti.
 In questi casi il medico-legale dovrà chiaramente descrive­re, a giudizio del sottoscritto, l'importanza del rapporto tra menomazione ed esercizio dell'attività lavorativa specifica del soggetto prospettando, quando ricorrente, la gra­ve perdita di questa potenzialità.
 Il giudizio dovrà tuttavia arrestarsi a questo punto dal mo­mento che indubbiamente non è possibile al medico-legale stabilire, in assenza di prove, se a tale grave perdita di capacità lavorativa corrisponda una reale e significativa perdita di capacità patrimoniale.
 Sul fronte opposto il medico-legale può incorrere nell'erro­re di sottovalutare gli esiti permanenti, da lui considerati come danno biologico, per lo svolgimento dell'attività lavo­rativa del soggetto.
 Infatti si assiste abbastanza frequen­temente che, a fronte di esiti anatomico funzionali anche di discreta entità, quantificabili come danno biologico in un range del 10-30%, il soggetto, spesso se ha raggiunto una elevata qualificazione professionale, continua a prestare la sua attività, come libero professionista o dipendente, per­seguendo una capacità reddituale sostanzialmente invariata o comunque di poco ridotta rispetto a quella abituale.
 In questi casi tuttavia gli esiti residuati assumono un ca­rattere decisamente usurante e comunque incidente in modo negativo, per la precoce esauribilità dell'impegno fisico o comunque per la sintomatologia sfavorevole da essi determi­nata in modo ricorrente, sulla continuità applicativa del soggetto. Ciò prospetta indubbiamente la possibilità di una perdita reddituale a distanza che al momento non è valutabi­le ma che deve essere evidenziata nell'ambito della consu­lenza tecnica per consentire al Giudice una sua adeguata considerazione nell'ambito del suo potere discrezionale nella decisione dell'onere risarcitorio.
 In questi casi deve essere anche considerato che gli esiti, pur non determinando allo stato attuale una perdita di red­dito, devono essere comunque considerati incidenti sulla ca­pacità lavorativa specifica del paziente perché ne rendono più difficoltoso l'espletamento e ne lasciano intravedere un più precoce abbandono anche con la ricerca da parte del leso di un prepensionamento.
 In definitiva dunque devesi ritenere che la individuazione di un danno alla capacità produttiva del soggetto non spetti al medico-legale ma piuttosto a chi ha l'onere della valuta­zione complessiva del danno risarcibile, alle parti nell'am­bito di un eventuale procedimento transattivo, e al Giudice nell'ambito della causa civile.
 Al medico-legale deve essere solo richiesta una adeguata considerazione sulle possibili inferenze negative che il danno biologico, dinamicamente considerato nell'ambito socio-relazionale del paziente, può determinare all'espleta­mento della sua attività lavorativa specifica.
 Al di là delle aree estreme del danno, in cui in pratica il danno biologico non corrisponde o corrisponde pienamente alla perdita pressoché definitiva e totale della capacità di lavoro, ogni e qualsiasi proposta di quantificazione appare illegittima poiché il medico-legale non di­spone al momento della valutazione di tutti gli elementi co­noscitivi necessari a poter individuare con esattezza di quanto in effetti si è ridotta la disponibilità del soggetto all'espletamento dell'attività lavorativa, con riferimento non solo alle mansioni specificamente svolte ma anche a quelle possibili nel suo ambito attitudinale, e perché man­cano comunque al medico-legale gli elementi conoscitivi per valutare se alla obiettiva difficoltà allo svolgimento di u­na attività lavorativa specifica corrisponda o meno una rea­le perdita di reddito.


*Consulente centrale Compagnia La Fondiaria Assicurazioni, Firenze
**Avv. Consulente della Compagnia La Fondiaria Assicurazioni, Firenze

 
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