Quel normale inferno dei campi
BEIRUT Parlano i giovani palestinesi profughi in Libano,
mentre i jet israeliani sorvolano pronti a colpire

da STEFANO CHIARINI - INVIATO A BEIRUT

" F orse Israele, gli Usa e l'Europa ancora non hanno compreso che dopo 53 anni di una vita di inferno, esule per il mondo, colpito, bombardato, affamato, insultato nei suoi sentimenti laici e religiosi, il popolo palestinese ormai è stanco di subire. Qui nei campi profughi in Libano, nei paesi arabi e nei Territori occupati tutte le organizzazioni palestinesi, senza eccezioni, sono d'accordo sul fatto che la resistenza, con ogni mezzo, debba continuare sino al ritiro israeliano e al riconoscimento del nostro diritto al ritorno. Altro che cessate il fuoco. Abbiamo rinunciato all'80% della Palestina e ora non vogliono darci neppure quel 20% costituito dai territori occupati. Anzi ci hanno dichiarato guerra e ucciso altri 500 di noi in massima parte ragazzi. Ora basta. D'ora in poi al loro terrore risponderemo col terrore, alle bombe dei carri armati e degli aerei sui nostri mercati con le bombe nei loro, ai loro cecchini con i nostri. Come possono pensare di ucci dere i nostri figli a Gaza e poi pretendere che nessuno disturbi la loro vita normale, di andarsene tranquilli al bar o in discoteca come se vivessero in Svizzera o in Italia? Se guerra deve essere che lo sia per entrambi i popoli. Ci hanno mandato all'inferno ma non ci andremo da soli". Jamila, una ragazza palestinese venticinquenne, capelli lunghi, jeans e t-shirt bianca del campo di Chatila e Beirut ci accoglie, con una determinazione del tutto sconosciuta sino a pochi mesi fa, con alcuni suoi amici nell'unica stanza di tre metri per due dove abita con la sua famiglia: salotto, cucina, camera da letto, secondo le ore del giorno, senza bagno né acqua corrente né alcuna finestra, nel centro per rifugiati dell'ex Gaza hospital di Sabra.

Jamila, esule, jeans e t-shirt

Qui vivono oltre 350 famiglie di sfollati palestinesi. Venti famiglie per piano con una cucina lavatoio maleodorante in comune e cinque bagni anch'essi in comune. In questa stanzetta dalle pareti spoglie e un lercio e cigolante ventilatore a pale jamila vive insieme alla nonna, alle due zie e a quattro dei loro figli. Nell'aria un pungente odore di fritto che viene da una cucina improvvista sul pianerottolo in cemento immerso nell'oscurità dove una vedova, il volto illuminato appena dalla fiamma di un grande fornello da campo a gas, ha organizzato una poverissima rosticceria. Di questo che era il più moderno ospedale della Mezzaluna rossa palestinese non resta che uno scheletro annerito. E la guerra a molti profughi palestinesi in Libano sembra di nuovo vicina. Ieri i jet israeliani hanno sorvolato a lungo a bassa quota i campi palestinesi del sud e di Beirut e per la prima volta, anche se si tratta evidentemente di un gesto simbolico, la contraerea libanese ha aperto il fu oco contro gli aerei con la stella di Davide. Nessuno esclude che una eventuale rappresaglia possa colpire i campi in Libano o persino gli uffici palestinesi a Damasco o in Iraq. Le milizie degli Hezbollah lungo il confine sono in stato di massima allerta mentre dall'altra parte della rete metallica negli insediamenti israeliani i rifugi sono pronti. Nei campi le sedi dei vari movimenti palestinesi sono di nuovo in piena attività. Come anche il dibattito e le discussioni politiche. Sui muri di Chatila, Sabra e Burj el Barajneh dove abitano oltre 30.000 rifugiati palestinesi cacciati nel '48 dalle loro terra, fanno bella mostra di se manifesti per il diritto al ritorno in Palestina, bandiere, slogan. Nel sud, a Tiro e Sidone, prevalgono quelli di al Fatah, a Beirut e nel nord quelli dei gruppi dissidenti. Anche se il disgelo tra il nuovo presidente siriano Bashar Assad e Yasser Arafat ha portato allo smantellamento dei posti di blocco dei servizi siriani all'ingresso dei campi del cen tro nord e ad una non totale ma significativa libertà di azione per gli uomini della componente maggioritaria dell'Olp. Che non sempre ne sta facendo buon uso anch'essa, come i suoi concorrenti, spesso mossa da una logica più militare che politica.

Qui Intifada vuol dire unità

Ma al di là di screzi e incidenti tra le forze politiche l'Intifada ha riunificato tra loro i profughi palestinesi decisi come non mai a far valere i loro diritti anche nei confronti della stessa Autorità nazionale e delle forze politiche laiche o religiose. E non c'è dubbio che anche i rapporti con le organizzazioni libanesi, persino quelli con l'ostile Amal, volgano di nuovo al bello. Nei cortei a sostegno dell'Intifada a Beirut e nel sud le bandiere palestinesi sono tornate a sventolare per le strade delle città, al di fuori dei campi dove erano rinchiuse. Lo stesso leader di Fatah in Libano Sultan Abu Laynien, teoricamente condannato a morte per banda armata (accusa piuttosto ridicola trattandosi di al Fatah) avrebbe ripreso a girare per il paese. Del resto più Sharon e i media occidentali attaccano Yasser Arafat e più la sua popolarità cresce un po' ovunque.
Questa nuova speranza, il sollievo per la fine delle trattative made in Usa di Camp David che avrebbero sanci to il non ritiro israeliano e negato il diritto al ritorno dei profughi, l'entusiasmo per una ripresa della resistenza, la determinazione a sacrificare anche la propria vita per liberare il proprio paese dall'occupazione e se stessi da una esistenza di miseria, frustrazioni e umiliazioni quotidiane si respira chiaramente, come non mai, nelle casupole di Chatila o nelle stanze male illuminate dell'ex Gaza Hospital - vero e proprio inferno felliniano. La famiglia di Jamila, come molte altre in questi campi è composta di sole donne.

Sabra, Chatila, Burj el Barajneh. L'orrore

Il padre e entrambi i cognati sono stati uccisi nel massacro del 1982 il primo fucilato davanti alla porta di casa, il secondo con una coltellata al cuore, il terzo decapitato dai miliziani filoisraeliani con una accetta davanti a tutta la famiglia. Un'altra cugina al settimo mese di gravidanza fu sventrata con le baionette e il bambino che portava in grembo le venne messo tra le braccia in una macabra messa in scena, come se lo stesse allattando. Sul petto le incisero per sfregio una croce. La famiglia -ci racconta l'anziana nonna nel costume tradizionale con una sguardo ancor più deciso della nipote- è originaria di un paese vicino Haifa dal quale vennero cacciati dalle forze israeliane avanzanti nel 1948. Trasferitisi nel campo di Tal al Zaatar nella parte orientale di Beirut nel 1976 furono di nuovo vittime della pulizia etnica portata avanti dalle milizie falangiste sostenute da Israele, e successivamente dalla Siria, ai danni dei palestinesi, cristiani e musulmani, de gli sciiti del sud e degli altri arabi e immigrati nei quartieri operai di Beirut est tra le fabbriche e il porto. Nella difesa eroica del campo morirono circa 3.000 abitanti a altri mille vennero massacrati dopo la resa il 13 agosto del 1976. Moltissimi gli scomparsi tra i quali centinaia di ragazze portate prima nei bordelli di Beirut est e dopo essere state violentate per settimane, uccise e buttate in una discarica nei pressi di Jounie o sepolte sotto l'asfalto di una strada in costruzione.
Qui a Sabra, Chatila, Burj el Barajneh ogni famiglia ha al muro la foto di un qualche parente ucciso dagli israeliani o dai loro alleati, bruciato dalle bombe al fosforo nel 1982, tagliato a fette da quelle a biglia made in Usa.

"Guardate la nostra disperazione"

"Capisco che non vogliate vedere la realtà - ci dice un uomo sulla quarantina che abita nel cubicolo accanto - ma sbagliate se attribuite gli attentati come quello di Tel Aviv alla religione, alla Jihad, al fanatismo o alle promesse di un paradiso futuro. La vera molla sta nella disperazione che prende tanti giovani nel vedere che nessuno alza un dito per difendere i nostri più elementari diritti. Nel vedere che il mondo ignora i nostri morti e invece si sdegna e protesta solo quando a morire sono gli israeliani, quasi noi non fossimo esseri umani come loro".
Sulle scale di entrata al Gaza hospital troviamo un piccolo mercato del pesce, sotto un sole da agosto, che toglie quasi il respiro. Nel nucleo originario del campo di Chatila sono tornate a vivere oltre 16.000 persone ammassate in un chilometro e mezzo quadrato dove prima del 1982 abitavano non più di 5.000 profughi palestinesi. Il campo, sorto tra le sabbie della vicina spiaggia e la vicina foresta dei pini nel '4 8 tra l'aeroporto e il centro città, venne distrutto prima dalle bombe israeliane cadute pre tre mesi di seguito su questa parte della città il cuore della resistenza, da giugno ad agosto, poi dai falangisti che con l'aiuto dei buldozer israeliani rasero al suolo le case per seppellirvi sotto i corpi delle vittime cercando di cancellare le tracce del massacro e di nuovo una terza volta dalle milizie sciite filo-siriane di Amal che l'assediarono dal 1985 al 1987 furiose per non essere mai riuscite a vincere l'eroica resistenza di un pugno di combattenti e di ragazzi. Cessata la guerra dei campi il governo libanese decise di proibire ogni costruzione al di fuori del perimetro originario del campo. I 16.000 abitanti delle zone esterne non hanno più potuto così ricostruire le loro case. Alcuni senza altre possibilità vivono ancora sotto le macerie e nei garage sotterranei distrutti. Gli altri sono stati costretti ad andare a vivere sulla testa dei 5.000 abitanti originari. Le strade già piccole si sono ulteriormente ridotte sino a diventare dei vicoli di un metro e mezzo, massimo due metri, dove non entra mai il sole.
Veri e propri palazzi sbilenchi di cinque sei piani incombono sulle stradine e spesso si richiudono su di loro creando dei vicoli dai quali non si vede più il sole. Qua e la qualche isola di pulizia e di speranza è costituita dai locali delle Ong palestinesi ancora in funzione come Beit atfal Assomoud che fornisce gratuitamente un servizio di scuola materna, doposcuola, e refezione ad alcune centinaia di bambini condannati altrimenti all'ignoranza e alla denutrizione.

La rabbia dei non rassegnati

Nel campo la disperazione è palpabile. Meglio però sarebbe parlare di rabbia e non più di quella rassegnazione che si respirava la scorsa estate. I giovani sono esasperati non solo per quel che ogni giorno vedono in Palestina anche grazie alle nuove televisioni via satellite che portano minuto per minuto nelle loro case la realtà dell'occupazione o per le informazioni che, presso alcune Ong, ricevono ora direttamente via Internet dai loro cugini dei territori occupati con i quali prima non avevano mai potuto parlare ma anche per le discriminazioni di cui sono vittima in Libano. "Non abbiamo possibilità di lavoro e ben 65 professioni, anche quella del lavavetri - ci dice Mahmoud vent'anni passati in questo inferno - ci sono vietate per legge. Quindi non rimane che la disoccupazione e il lavoro nero". "E poi la scorsa settimana - lo interrompe Salah, un esponente del locale comitato dei gruppi palestinesi dissidenti che gestisce il campo - il parlamento libanese ha approvato una legge che permette a tutti gli stranieri di avere delle proprietà in Libano. Tranne i palestinesi che non possono più acquistare una casa o un terreno né passarne le loro proprietà ai figli. Delle vere e proprie leggi razziali" "Siamo d'accordo con i libanesi - sostiene un giovane insegnante - sulla necessità di un nostro ritorno in Palestina, ma nel frattempo dovrebbero darci almeno i più elementari diritti a cominciare da quello di poter lavorare e avere una casa. Noi qui del resto non ci vogliamo stare. Il nostro paese, le nostre terre le nostre case sono laggiù, al di là del confine, e siamo sicuri che noi o i nostri figli torneremo a sentire il profumo del timo che cresce sulle nostre colline. Possono uccidere gli uomini ma non il ricordo, l'idea della Palestina".