LA SCUOLA EUROPEA: UN'INVENZIONE IDEOLOGICA.

Di Tiziano Tussi

 

La tesi di questo intervento è questa: provare che l'adeguamento della scuola italiana ad un modello europeo è solo un'invenzione ideologica dei nostri attuali governanti. Non esiste infatti un modello unico, o che perlomeno tenda a diventarlo, nei quindici Paesi europei aderenti all'Unione Europea (EU).Il riferimento a parametri europei è nei fatti impossibile data la grande diversità degli stessi e comunque può esser compatibile soltanto per misure di grandezza inequivocabili. Ad esempio si possono fare confronti sensati per quanto riguarda lo stipendio degli insegnanti in relazione al loro tempo di lavoro a scuola ed alle settimane di apertura delle stesse

Più difficile e variamente interpretabile sono i programmi dei vari ordinamenti scolastici  nelle differenti discipline e gli obiettivi che si intendono perseguire. E questo senza prendere in considerazione modelli geograficamente più lontani che implicherebbero però anche lontananze sociali più marcate, di Paesi che comunque fanno parte dell'OCSE[1], quali ad esempio gli Usa e l'Australia. Possiamo partire dalla questione, ora molto attuale in Italia, dell'adozione dei libri di testo. Non vi è uniformità di comportamento per tale modalità. Ricordo anche che non esiste un obbligo di legge, in Italia, per l'adozione di manuali, piuttosto che di libri di altro tipo, per il lavoro che si svolge nelle classi. Da un confronto su dati Eurydice,[2] si vede facilmente che solo in Austria, Grecia, Lussemburgo e Portogallo vi è una indicazione che arriva dal centro dello Stato. Dal potere centrale giunge quindi la decisione di approvazione e di adozione dei libri di testo e del materiale didattico (ma non in tutti i casi), ma resta nelle mani dell'insegnante, o delle scuole, le modalità di applicazione degli stessi riguardo alle  esigenze degli studenti. Poteri intermedi, regionali, entrano in gioco in Germania ed in Spagna. Il resto dei Paesi dell'UE si regola lasciando alle scuole e quindi agli insegnanti collegialmente - come in Italia. Ma da noi è più un pro forma che una decisione collegiale sostanziale - o individualmente - come in Francia -, la responsabilità della scelta dei libri di testo e dei materiali di studio. 

La stessa difformità la troviamo anche per i cicli di istruzione. La recente, contestatissima riforma dei cicli in Italia, che sta partendo proprio in questi mesi con le pre-scrizioni per il prossimo anno della scuola elementare, non è certo servita per omologare il nostro Paese al resto d'Europa. La Svezia prevede infatti un ciclo unico, di nove anni di obbligo, dai 6/7 anni ai 16; la scuola superiore, triennale, risulta essere fuori  da questi livelli di età. I due cicli italici li ritroviamo in Belgio, in cui si hanno dodici anni di obbligo (dai 6 anni ai 18), in Danimarca, con la solita aggiunta di un triennio di superiori sino ai 19/20 anni, in Olanda ed in Finlandia, con modalità simili. Tre cicli, come in Italia sino ad ora, ci sono in Germania, Grecia, Spagna, Francia, Irlanda, Lussemburgo, Austria, Portogallo e Regno Unito. Come si vede troviamo paesi di una certa importanza un poco in tutte le situazioni. Quindi nessuna tendenza unitaria. Ma ancora. La costruzione di curriculum e di programmi viene presa a volte a livello centrale, a volte a livello locale, altre a livello regionale. Così pure per la questione delle materie insegnate. Quindi la motivazione di una pretesa modernità e scientificità dei nuovi cicli scolastici cade anche nel raffronto appena citato.

Un esempio interessante riguarda l'insegnamento della filosofia. Possiamo riferirci a pochi casi per chiarezza: Inghilterra, Germania e Spagna, in relazione all'Italia.

Nell'isola britannica l'insegnamento della filosofia deve fare i conti con la frammentazione della strutturazione scolastica complessiva, per cui il suo insegnamento parte dal coinvolgimento dello studente, potremmo dire dai suoi problemi, che vengono innalzati a problemi filosofici. Anche in Germania si assiste ad uno studio diverso per ogni Lander. Per cui si passa da dizioni quali Etica a Valori e norme, da Insegnamento dell'Etica a Filosofia, con chiare diversificazioni di programmi.  Questa materia viene scelta come opzionale in alcuni Lander, rispetto alla religione; in altri appare come facoltativa. In alcuni indirizzi si sceglie la linea storicistica, in altri quella testuale. In Spagna vi è una diversificazione ancora maggiore, che dopo la riforma del 1990, vede la filosofia insegnata sia come disciplina settoriale - l'Etica ad esempio -, sia come Storia della Filosofia, solo nelle scuole ad indirizzo umanistico. Se si confronta tali differenti modalità con quella in uso in Italia, nel Licei - lasciando da parte le sperimentazioni, veramente molto brutali, esempio nei Licei artistici, Progetto Leonardo, in cui si hanno due ore di filosofia a settimana, quasi si trattasse di un "pallone" filosofico da sbatacchiare qua e là, come si fa sovente nelle palestre delle scuole, nelle lezioni di Educazione fisica   - si vede come il nostro approccio non sia compatibile nessun altro, e comunque neppure gli altri fra di loro sono commensurabili. Perché allora svenderlo sottocosto?

Altra questione interessante sono i riferimenti costituzionali e quindi l'emergere delle questione scuola privata e/o scuola pubblica anche a livello legislativo. Nota è al situazione in Italia che prevede nell'articolo 33 della Costituzione quanto segue: "Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato". Qui parrebbe che la dizione non possa lasciare adito a ambiguità ma sappiamo che ultimamente tale articolo è stato interpretato in modo assolutamente libero e selvaggio e si è cercato di far passare la scuola privata come una parte della scuola pubblica, con l'aggiunta di richieste di strampalati referendum regionali su aiuti economici da dare a già ricchi studenti delle scuole private. E proprio la precedente versione della riforma dei cicli, in pratica, infilava il privato nel pubblico a partire dall'ultimo anno della scuola materna. Ma almeno questo è caduto. In Grecia si legge: "Tutti i greci hanno il diritto a ad una educazione gratuita nelle scuole statali di qualsiasi livello [] una legge stabilirà le condizioni ed i termini per istituire e mantenere le scuole private, (articolo 16, comma 6  della Costituzione) mentre sono proibite università private (comma 8). In Francia vi è una disposizione legislativa che risale, nell'animo, allo spirito napoleonico ed alla laicità di Stato in materia di educazione (articolo 34, 4); una legge del 1989 ribadisce l'educazione come "una priorità per lo Stato". In Germania il privato trova il suo posto nel pubblico se lo sussidia, altrimenti lo Stato garantisce la priorità alla scuola pubblica;  l'articolo 7 della Costituzione ci informa che "l'intero sistema scolastico è sotto la supervisione dello Stato". Nel regno Unito invece vi è una ampia libertà di scelta per i genitori ma il sistema statale è gratuito per i suoi fruitori; in pratica chi ha soldi può iscrivere i propri figli alle scuole private. In Austria si sottolinea la differenza della scuola privata con la pubblica; alle prime può essere accordato lo status pubblico se rientrano nei parametri pubblici ed in accordo con l'autorità centrale. Logicamente le varie costituzioni sono lo specchio delle differenti società che le hanno da osservare. Perciò vi è grande differenza anche per quanto riguarda il rapporto Stato-religione, e quindi l'importanza della famiglia, molto presente, a livello legislativo, in Irlanda, rispetto alla laicità di Stato della Francia. Non vi è quindi anche per questi riferimenti nessuna termine di riferimento medio in cui rientrare.

Stipendi ed orari. È notorio che gli stipendi in Italia siano tra i più bassi dell'UE. Da noi non sono ancora concluse le questioni che hanno portato alla sostituzione del ministro Berlinguer con l'attuale De Mauro. I soldi per la categoria sono pochi e comunque male ripartiti. La differenza con una media europea, che in questo caso è possibile avere matematicamente è tanta. Anche se poi andrebbe fatto un discorso aggiuntivo sulla capacità del potere d'acquisto delle varie monete ecc. ecc. Si vede bene comunque che la differenza diventa preponderante verso la fine delle carriera, quando si raggiunge il massimo delle capacità  salariali. A riguardo in Italia tale risultato si conquista dopo 35 anni di lavoro ed è tra i dati più elevati, sorpassato solo da Spagna, da 39 a 42 anni. Vicino si pongono l'Austria e la Francia, 34, ma più lontano si ha il Belgio, da 25 a 27 anni, lontanissima la Danimarca, da 10 a 13 , la Finlandia, 20 anni, la Germania da 27 a 28; e 28 circa, è proprio la media europea. Ma alla fine della carriera quanto guadagnano gli insegnanti europei? Una rilevazione del 1996 - per gli ultimi anni le cose sono solo peggiorate per noi -, vede gli insegnanti italiani delle scuole superiori con un lordo massimo di 32mila dollari circa. Ci precedono solo Grecia, Norvegia e Svezia. Molto vicina il Regno Unito - ma con disparità interne tra le varie parti dell'isola -, ma lontanissimi da Olanda, 54.000 dollari, Germania, 50mila, al pari dell'Austria. 47mila dollari in Belgio, quasi 45mila in Portogallo, vicino si posiziona la Spagna.

Ma il nostro lavoro viene considerato quantitativamente inferiore a quello degli altri insegnanti europei.

Una cattiva nomea a livello di pubblica opinione, nei fatti ami contrastata anche dai dirigenti dello stesso ministero della Pubblica istruzione. Subito accontentati: in Italia si lavora, sempre nelle scuole superiori, sino ad un massimo di 1.333 ore l'anno che è il dato annuo maggiore rispetto a qualsiasi altro Paese europeo. Vicino troviamo l'Austria, con 1200 ore, ed il Belgio, 1152,  seguito dalla Danimarca 1110. Il Paese in cui si lavora di meno ed abbiamo visto che anche gli stipendi sono molto bassi, è la Svezia, 790 ore. Quindi solo qui possiamo dire di trovare corresponsione proporzionale tra orario di lavoro e stipendio, almeno ragionando solo in termini numerici. Per tutti gli altri il rapporto non regge. In Irlanda del Nord sono 855 le ore massime lavorate per anno, 880 in Portogallo. Poco più in là Grecia e Scozia, con  893 ore. Attorno alle mille ore, la Germania, la Francia e la Spagna.

Ma gli allievi per classe sono pochi - si sente dire -, e quindi il lavoro è particolarmente leggero. Vogliamo esagerare e confrontare anche il rapporto insegnanti ed allievi, che in Italia si dice essere particolarmente basso? In Austria, nelle superiori è 9,7; in Grecia, 11,6; in Germania 13,6; nel Regno Unito 16,7 ed il massimo si ha in Svezia con 17. La media europea è comunque 11,76.

Infine, ma non per ultimo, l'Italia nel tempo - anni 1990-1997 - ha diminuito la percentuali di Prodotto interno lordo (PIL), destinato alla scuola: dal 5,2 al 4%. Una percentuale di diminuzione molto alta superata solo dall'Olanda, 1,4%, e dal Lussemburgo, 0,8%. Gli altri Paesi o sono rimasti stabili, come il Regno Unito, o hanno aumentato detta percentuale PIL per la scuola: Austria, Danimarca, Francia, Grecia, Portogallo, Spagna, Svezia, quest'ultima moltissimo, circa l'1,5%

La dimostrazione di una deriva preminentemente ideologica nel proporre lo schema attuale nella scuola italiana non ha bisogno di altri confronti, ma altri si potrebbero fare. Simili a questi.



[1]L'Organizzazione per la cooperazione e lo s viluppo  economici, organismo internazionale con sede a Parigi, è nata nel 1961, occupando il posto dell'OECE. In essa vi sono una trentina di Paesi di  tutti i continenti, esclusa l'Africa.

[2] Al sito www.eurydice.org si possono trovare molte notizie a proposito dell'organizzazione della scuola in Europa, anche in lingua italiana.  I dati di questo articolo provengono da quel sito, o da dati OCSE.