UNA PROVOCAZIONE NECESSARIA
Capitalismo contemporaneo e validità dell'analisi leninista.

  Relazione del segretario nazionale Michele Capuano alla riunione della segreteria nazionale del 16 ottobre 2000 con all'ordine del giorno la realizzazione della giornata del 21 gennaio 2001 per un nuovo internazionalismo.

  A sinistra, nella sinistra di classe, si sta sviluppando da alcuni anni un dibattito interessante dinanzi alla rimondializzazione del capitalismo e ad una crisi dello stesso dalle proporzioni planetarie: una crisi di tutto lo sviluppo economico e politico: altrettanto ampie sono le riflessioni critiche sulle "difficoltà" del movimento operaio e delle sue stesse rappresentanze tra bisogno di una riattualizzazione del conflitto di classe e un'opposta tendenza verso posizioni socialdemocratiche confuse e prive di un chiaro programma e progetto: un liberalismo di sinistra consociativo, ingegneristico e puramente occasionale. Nello stesso tempo assistiamo ad un settarismo presuntuoso di alcune organizzazioni che pure si richiamano al marxismo-leninismo, a dibattiti senza fine, autoreferenzialità malata di massimalismo o ortodossia, demagogia spicciola, opportunismi, dilettantismo rivoluzionario. Il Movimento Anarchico ha una sua coerenza indiscutibile mentre molti nemici dell'anarchismo ne imitano unicamente i difetti.  Sarebbe ingeneroso, comunque, non considerare l'alto significato politico di una miriade di realtà (nel nostro cortile di casa e non solo) che, analizzando il presente, invitano a non guardarlo come semplici spettatori proponendosi il compito di spingere avanti un nuovo percorso di lotte, un nuovo processo unitario. Ma l'attendere tempi migliori è utile alla ricomposizione del movimento di classe? L'entrismo e il convivere con organizzazioni malate di "puro sindacalismo", tatticismo esasperato e strategie non chiare non rischia di assorbire grandi energie creatrici in sacrifici inutili riducendo capacità ed intelligenze rivoluzionarie ad un impegno più vissuto per una sorta di diritto all'esistenza che per resistere ed avanzare? Non si tratta di realizzare un nuovo processo di aggregazione per organizzare forze sociali necessarie a contrastare la reazione? Scindersi non solo dal riformismo e dal massimalismo, tentare di non cadere nella passività e nella politica del giorno per giorno è un dovere rivoluzionario anche se attualmente trova le grandi masse impreparate e incomprensioni tra tanti onesti compagni e compagne di grande esperienza. E, tuttavia, sul terreno dei principi e della pratica, elaborando un programma minimo in tutti i campi e una linea politica chiara e comprensibile, valorizzando la funzione storica mai sopita della classe operaia, specificando la natura dell'organizzazione di classe non solo astrattamente, va riproposta un'unità dal basso tra soggetti che  oggettivamente sono sul terreno anticapitalistico e consolidata un'unità d'azione non più rinviabile. Delegare il futuro degli "oppressi" ai movimenti, per quanto esaltanti, da Seattle a Praga, è un errore storico dalle conseguenze disastrose quanto affidarsi allo zapatismo, nonostante Marcos, per ragionare sul presente senza individuare il dove si vuole andare  e quale futuro si propone. Lo è attendere e lo è sentirsi "i migliori" come nel caso di alcuni coordinamenti tematici su questa o quella situazione internazionale o nazionale o come accade ad alcune "formazioni antimperialiste" che pretendono essere, arroganza compresa, detentrici di chissà quali verità assolute ed indiscutibili tra erudizione e spirito di consorteria: l'Italia è piena, come elemento di debolezza, di "liberal-autonomi" e di avanguardie che si autoproclamano tali e c'è un quadruplicarsi di "organizzazioni" di quartiere, cittadine o regionali dalle proporzioni inaudite che già nell'atto di costituirsi sono pronte a fare la lezione a chiunque. Siamo in una fase in cui, tra l'altro, per giustificare assurde dichiarazioni (ritorni a Keynes o a Marx pronunciati con identica convinzione, ad esempio), si arriva ad ipotizzare un capitalismo diverso dall'imperialismo analizzato da Lenin o, per contro, un'accettazione acritica del pensiero leninista e, ancora, si propongono iniziative internazionali generiche e improvvisate, senza una radicale critica delle istituzioni di Bretton Woods (Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, Gatt) e senza individuare una convenzione per consolidare ipotesi di alternativa. Spesso, poi,  si individua in ogni lotta sindacale non l'organizzazione di masse diverse sulla base di interessi economici immediati e come terreno di educazione al cambiamento ma la direzione stessa del movimento rivoluzionario. Questo nella migliore delle ipotesi: accade, anche, che un collettivo, un centro autogestito o una formazione contaminata dal puro ribellismo si sentano le avanguardie reali ed uniche di una non ben definita massa anticapitalista. Sintetizzando, provocatoriamente, possiamo affermare che ciò che si sta realizzando è la negazione stessa del conflitto di classe accettando un'accomodarsi diplomatico, tra le parti, dentro le contraddizioni del presente: un conflitto auspicato. I nuovi eroi fondano associazioni (dall'ambiente al pacifismo) ritenendole l'unica possibilità di iniziativa, inventano ONG finanziate da meccanismi perversi e per dubbie finalità, inseguono, sul suo stesso terreno, il potere che pure dichiarano di non condividere. Il capitale lavora per la gestione della crisi e il mantenimento dei suoi interessi di classe: gran parte del movimento "rivoluzionario" lavora per la gestione della propria organizzazione. Cosa fanno oltre mille organizzazioni non governative in Colombia? E il grande impegno di associazioni significative ha uno scopo finale che preveda un'alternativa di società? Eppure sappiamo che alla guida di tali realtà ci sono esperienze e storie di valore indiscutibile: ma quale è il rapporto tra questo gran da farsi e la trasformazione del presente? Per comprendere la situazione dei salariati, artigiani, contadini dobbiamo obbligatoriamente, oltre le peculiarità nazionali, guardare all'intero mondo capitalistico con particolare riferimento alla condizione di milioni di lavoratori dei paesi sottosviluppati. Se dovessimo, ad esempio, in Italia, rilanciare una battaglia per la "scala mobile" non dovremmo domandarci qual è per noi l'oggetto del contendere? Probabilmente non qualche decina di migliaia di lire in più ma punti decisivi dell'equilibrio sociale del Paese: la nostra battaglia, come per le finanziarie, in un'epoca segnata anche dall'emergere di valori post-materialisti, deve essere indirizzata sulla redistribuzione dei redditi e dei poteri: ma anche questo non basta. Chi sostiene che le concezioni di Lenin sull'imperialismo sono superate dimentica, in nome di un capitalismo riformabile, che l'espansione imperialistica (contraddizioni, new economy, conflitti armati, crisi economiche, debito estero e deficit pubblico, inflazione e monetarismo, liquidità e accumulazione: buttiamo i termini alla rinfusa) non è un fatto appartenente al passato quanto l'esportazione di capitali, dimentica che, con la mediazione dello stesso Stato, si intende contribuire all'accrescimento dei profitti e della potenza del capitale finanziario ivi inclusi la crescente militarizzazione dell'economia rimondializzata e la crescente ricerca di paradisi salariali e fiscali. Ad esempio: aiuti umanitari (militari e per ricostruzioni) giocano un identico ruolo per le esportazioni e per il rafforzamento di basi strategiche ed economiche dell'imperialismo in generale e di quello americano in particolare. Esportare capitali, non ridurre i profitti del capitale monopolista e ottenere un'eccedenza relativa di capitale da non utilizzare per investimenti finalizzati a migliori condizioni di vita (sanità, dignità del lavoro, istruzione, disoccupazione ecc.)  ma per lo stesso capitale finanziario, "patti militari" per ampliare il dominio su interi popoli, embarghi, uso della violenza e aumento del divario tra nord e sud del mondo, fame e carestie, devastazioni ambientali, processi migratori incontrollati, sviluppo tecnologico "asservito" rappresentano "una maturità del capitalismo" che non lo rendono né progressista (esso è profondamente reazionario) né pacifista (esso è bellicoso) mentre vi è un'aggravarsi delle contraddizioni in cui  si dibatte aumentando i rischi di povertà, di manipolazioni incontrollate sulla natura, di negazione di libertà e diversità, di smantellamento d'ogni diritto in ogni settore conquistato, di analfabetismo di ritorno, di neo-colonialismo e nuova barbarie. Il capitale vive, nonostante le difficoltà del movimento operaio e dei "soggetti antagonisti", i suoi drammi: fattori nuovi, economici e tecnici, non permettono di avanzare previsioni esatte su l'avvicinarsi di una "nuova recessione", anzi essi contribuiscono a credere ad un'ascesa  dell'imperialismo, alla realizzazione di importanti investimenti con l'avallo di neo-riformisti e destre compiacenti. Il capitalismo, dopo il crollo dell'est e le mediazioni di Stati che pure non si richiamano direttamente allo stesso, è un modello mondiale di produzione senza che in tutti i Paesi vi sia stata una rivoluzione borghese, imponendosi contro nascenti borghesie in diverse nazioni, condannando alla rovina e alla miseria civiltà intere, realizzando "pulizie etniche" e riducendo al superfruttamento coloniale la maggioranza dell'umanità…  Il passaggio da una società dello sfruttamento ad un'altra , mai pacifico, può accadere anche in mancanza di una rivoluzione. L'instaurazione del capitalismo come sistema di produzione in tanta parte dei paesi del cosiddetto Terzo Mondo si è determinato non sviluppando il capitalismo degli stessi ma contrastandolo e mantenendo in vita vecchi rapporti feudali appoggiandosi a proprietari fondiari, "governi-fantoccio" e intensificando primitive forme di sfruttamento. Altresì, in Germania ad esempio, senza una rivoluzione borghese di tipo classico si è determinato un passaggio dalla società feudale a quella "moderna" ma l'idea di un passaggio dal capitalismo al socialismo senza rivoluzione o con una rivoluzione dall'alto, attraverso riforme e parlamenti, è una negazione della storia. Non esiste una via parlamentare al socialismo mentre può esservi, poste alcune condizioni, una via democratica allo stesso. Il cretinismo parlamentare è pericoloso quanto il suo contrario. L'incomprensione teorica della natura di classe dell'apparato statale, della burocrazia, della polizia e delle forze armate, della magistratura è un altro male dal quale curarsi. Inoltre non è da negare la possibilità di un'alleanza tra classe operaia e piccola borghesia o "borghesi illuminati": ma quale deve essere il contenuto di tale alleanza? E' la piccola borghesia a consentire l'ascesa di Hitler! Un'alleanza organica con il ceto medio presuppone il concretizzarsi di una rivoluzione intellettuale e morale! L'imperialismo è la negazione della democrazia: compito dei rivoluzionari è svilupparla fino ad ottenere l'estinzione delle classi… L'epoca imperialista è il tempo del terrore, del disprezzo di ogni diritto e della stessa dignità umana: farsi ingannare da deboli democrazie borghesi è indietreggiare e non svelare la vera natura dei nemici dell'umanità. La trasformazione per via democratica della società presuppone una grande unità dal basso attorno alla classe operaia, presuppone il dotarsi di un'elevata coscienza di classe e la capacità di dirigere ogni esasperazione, presuppone l'analisi di ogni mutamento della situazione in cui opera l'imperialismo, una nuova e consapevole alleanza internazionale tra forze del cambiamento, un movimento "antagonista" ben organizzato, il costruire rapporti di forza reali nella società e non nelle sedi istituzionali, presuppone una lotta incessante (belligerante) contro l'opportunismo ed il riformismo. Le concessioni fatte dall'imperialismo ai lavoratori sono conseguenze della lotta di quest'ultimi e sono, anche, il trasferimento dai paesi asserviti verso le metropoli "occidentali" del plus-valore creato da questi popoli, le loro stesse ricchezze derubate. Il compromesso sociale rimane comunque un fatto transitorio e sempre lo scarto tra il livello di vita dei lavoratori e quello che sarebbe reso possibile dall'effettivo accrescimento della produttività resta considerevole anche perché la vera natura della produzione capitalistica è di essere una produzione per il profitto e non per il consumo ecco perché i trusts, l'industria pesante e la crisi nei campi che producono "beni di consumo" e nello stesso comparto dell'agricoltura. Tutte le conferenze economiche internazionali degli ultimi anni si sono preoccupate come evitare lo scoppio di una crisi negli Stati Uniti ivi comprese le spese militari. Il mercato, quindi, è sempre dominato da alcune imprese giganti che impongono le loro condizioni a Stati e uomini ridotti ad utenti e consumatori: nel contempo si vuole imporre  una verità per la quale non bisogna infastidire i detentori del potere economico perché solo se i loro profitti sono considerevoli si può investire e solo aumentando la produttività si può parlare di salari diversamente si apre la porta all'inflazione incontrollata, alla miseria, al crollo del mondo…: farebbero bene i marxisti a ricordarsi che non la miseria ma l'organizzazione cosciente della classe è la condizione per una trasformazione. L'unità di classe e la solidarietà al di sopra di ogni divergenza o interesse immediato sono condizione imprescindibile per edificare una società nuova. L'equilibrio capitalistico è sempre provvisorio e con esso le stesse conquiste operaie e popolari al suo interno nonostante progressi tecnici, pratiche antinflazionistiche, maggiore produttività ecc.  Come mai allora il capitalismo si trova in una fase di espansione e ciò che sembra sconfitto è proprio il socialismo? L'imperialismo si estende come affermava Lenin "in profondità ed in superficie" tra allargamento del mercato interno e nuove "dominazioni" e si dimentica che il crollo dello stesso  è principalmente legato, pena la sconfitta del genere umano, allo sviluppo della lotta di classe e all'azione riflessa della sovrastruttura sui rapporti di produzione. Noi viviamo non nell'epoca di un capitalismo astratto ma nell'epoca dell'imperialismo in cui il capitale finanziario, gli oligopoli e i monopoli, multinazionali e "imprese" transnazionali dominano il mercato. In un'epoca in cui la rottura di paesi coloniali con i loro dominatori non ha corrisposto ad un distaccamento dal capitalismo mentre la crisi del socialismo reale ha determinato una nuova invasione imperialistica dell'occidente che da un lato comprime uno sviluppo qualitativo di un'industria nazionale e dall'altro mantiene un basso potere d'acquisto delle masse esercitando, parimenti, pressioni non indifferenti sulla superstruttura ideologica e favorendo l'insorgere di conflitti regionali. Inoltre si va determinando, all'est e nella stessa Europa, l'idea di un trionfante "capitalismo popolare" che propone un progetto di ristrutturazione del capitale nella ricerca di sbocchi in investimenti dentro politiche neoliberiste che obbligano a dover accettare l'idea che disoccupazione e povertà, marginalizzazione sociale e conflitti sono fatti transitori al pari di riduzione dei salari, deterioramento del sistema sanitario ed educativo, impoverimento dei paesi del sud e dell'est ecc. Le ONG in questa situazione vivono dentro una "proposta morale" come se ci fossero errori da correggere e non poteri da combattere. L'espansione del capitale, ad est e non solo, non presuppone nessun  risultato che riguarda lo sviluppo, la piena occupazione, la ripartizione dei redditi , l'acquisizione di diritti ma mira esclusivamente ai profitti riconoscendo allo Stato, sempre di più in mano ai poteri economici, una non separazione dal capitalismo: i drammi di questi giorni sono non un prodotto del mercato e del suo esprimersi ma di una strategia imperialista. La disoccupazione è voluta, lo sono le guerre e lo sviluppo ineguale. Il Fondo Monetario Internazionale che doveva sostituirsi allo "zoccolo duro" rappresentato dall'oro nasce per assicurare stabilità monetaria ad un'economia mondiale aperta ed è stato concepito per garantire agli Stati Uniti un controllo assoluto dei suoi stessi interventi fino a concepire "tra politiche d'indebitamento e politiche di sdebitamento"  un aggiustamento strutturale sottomesso alla gestione della crisi. Ogni discorso umanitario è privo di credibilità  ma grave sarebbe, partendo da tali presupposti, ritenere che esiste un'economia senza politica e senza stato e, infatti, non ha senso una moneta europea senza la nascita di una confederazione politica. La stessa Banca Mondiale non è un'istituzione pubblica ma uno strumento incaricato di favorire la penetrazione dirompente dell'imperialismo nel cosiddetto Terzo Mondo, per le multinazionali contro rischi di nazionalizzazione e per spezzare l'autonomia locale in ogni campo (agricolo o industriale, delle infrastrutture o nella produzione delle materie prime). Inoltre FMI e BM sono complici dello sfruttamento selvaggio di risorse ambientali fino a proporsi come agenti concreti di nuove povertà e migrazioni forzose. ONG e volontariato generico rientrano in questo piano? Le eccezioni non modificano la realtà. La mondializzazione capitalistica attuale riguarda gli scambi commerciali e gli stessi sistemi produttivi, la tecnologia e l'informazione, i mercati finanziari e gli stessi aspetti della vita sociale, il "riciclaccio di denaro di dubbia provenienza" e il nuovo modello di "attacco". La rimondializzazione non sopprime, come affermano ad esempio alcuni teorici del PRC in Italia, la gestione economica dello stato nazionale anche perché l'economia è inconcepibile al di fuori  del sociale e del politico e dunque dello stato. E' vero, invece, che lo spazio mondializzato vorrebbe portare a detrimento quello nazionale attraverso privatizzazioni senza limiti, smantellamento degli interventi sociali, controllo dello stesso "esercito di riserva" e delle aree di espansione… fino a sminuire il ruolo dell'ONU e massacrando il Welfare State producendo una "stagnazione", non ancora fortemente visibile, che si traduce anche in un'eccedenza di capitali che non hanno sbocchi nell'investimento produttivo o in una finta mancanza di disoccupazione negli Stati Uniti o in una inventata "crescita" delle cittadelle capitalistiche vecchie e di nuova "conquista". Lo sviluppo della periferia dell'impero non è più nei piani del capitale! Keynes è semplicemente il prodotto di un contrapporsi alla minaccia del comunismo quanto lo sviluppo nel passato del Terzo Mondo e finanziamenti a governi locali amici un frenare i successi dei movimenti di liberazione nazionale: oggi si può immaginare un Plan Colombia con obiettivi identici. In realtà, dopo il disgregarsi del blocco sovietico, il capitalismo sta riconquistando il suo carattere originario tra cui lo smantellamento della resistenza operaia, lotte di liberazione e fine di ogni compromesso di classe… Il G8 nasce per coordinare la gestione della crisi, per organizzare il riciclaggio di denaro sporco e petrodollari a favore della sfera finanziaria speculativa, per un nuovo dominio che non prevede la fuoriuscita dalla crisi (neppure potrebbe) ma unicamente il come conviverci all'interno di processi contradditori non controllabili nel tempo e all'interno dell'aggravarsi di conflitti sociali e politici inevitabili e una ripresa dei nazionalismi e di emergenze non previste (dalla grande criminalità organizzata alla crisi energetica). Una riduzione, ad esempio, delle spese militari americane farebbe sprofondare il paese in una crisi non dissimile da quella degli anni trenta così come è impensabile la soluzione del problema occupazionale mentre è prevedibile il conviverci scaricando su deboli alleati il peso della crisi e, ancora, si genera e si richiede emigrazione escludendo la libertà dei migranti: il sistema mondiale, dopo gli anni trenta, a partire dalla fine degli anni sessanta è in una fase di crisi strutturale mai superata e l'eccedenza di capitali fluttuanti in modo da evitare la loro svalorizzazione non trova sbocchi sufficienti e risolutivi e impone sacrifici che si inventano come temporanei ma che appartengono al futuro. Nella stessa Europa il ritorno al nazionalismo, di Haider o Kostunica, di Fini o Putin, alimenta l'avanzare di un nuovo oscurantismo, di sottonazionalismi fino a manipolarne anche parziali direzioni consapevoli che non possono non sfociare in un nuovo razzismo ed etnicismo esasperato, fino a gettare benzina sul fuoco di popoli ad est o in Medio Oriente, in America Latina o in Asia, in Africa o nella stessa Europa dove avanza una destra alla lunga ingovernabile. Una convenzione programmatica internazionale è necessaria quanto un Parlamento Ombra dei Popoli che sia capace di promuovere lotte coscienti e percorsi nuovi. Nessuna politica può, comunque, essere realizzata con efficacia senza un'organizzazione capace di portarla tra la gente, i popoli delle periferie, le classi sociali dominate, le fabbriche e i luoghi della cultura. Nessuna idea di progresso può avanzare se intanto non si è decisamente antifascisti, decisamente non gradualisti e riformisti, decisamente non dogmatici ed ortodossi, decisamente unitari aperti al confronto e vicini a tutti gli strati popolari, ai lavoratori e a coloro che soffrono, ai disoccupati e alle donne, agli intellettuali e ai contadini, ai migranti e ai nuovi emarginati. Vicini soprattutto alle nuove generazioni e disponibili alla sconfitta e a creare i propri "sostituti". Possiamo analizzare gli errori e le stesse nefandezze del socialismo ma ciò che è utile, oggi, è aprire a noi stessi nuove strade, un modo anomalo di essere organizzazione, un progetto credibile e leggibile. Il marxismo, il leninismo, le lezioni di Gramsci, le intuizioni di Mao o del Cristo della Sierra non sono formule ma una teoria vivente che presuppone una continua elaborazione, tra diversi e come collettivo. La partecipazione di tutti e di tutte è indispensabile mentre quella del genio è "deviante" anche perché rappresenta una visione "personale" e , quindi, un'approssimazione, una parzialità, un modo oligarchico di concepire l'organizzazione delegandola alla fine nelle mani dei senza classi, di docenti eruditi, avvocati, professionisti abituati come alcuni sacerdoti o teologi "moderni" a detenere il verbo, a proclamarlo e ad aumentare la loro distanza tra il dire ed il fare, tra il proporre e il dimostrare la validità delle loro argomentazioni.  Un iscritto o un simpatizzante di un'organizzazione rivoluzionaria ridotto al ruolo di chi deve ricevere direttive e orientamenti già confezionati e non messo in condizione di dire anche "banalità" è un ostacolo alla costruzione di un movimento che intenda cambiare lo stato di cose presente: non è un buon militante ma un morto resuscitabile per soddisfare appetiti di "capi" incoscienti. Un movimento rivoluzionario non è un'accademia ma è vero anche che deve favorire la crescita di ognuno ed ognuna, avere un'ideologia e una particolare disciplina: i nostri orientamenti sono chiari: far progredire il movimento operaio e quello popolare in generale contro infantilismi e settarismi, operaismo e frazionismo, esaltando ogni diversità come presupposto dell'idea di uguaglianza che andiamo cercando e definendo la società che intendiamo edificare. Ora, noi dobbiamo penetrare la realtà e dotarci della filosofia della prassi, del socialismo scientifico per comprenderla  ma non possiamo limitarci a questo né possiamo aspettare gli eventi o esprimere contestazione generica: partito e organizzazione, partito e lotte marciano contemporaneamente. Dobbiamo conoscere la realtà , l'avversario attraverso le sue stesse idee, un territorio, i bisogni e le esigenze dei più e pretendere di diventare avanguardia per non subire gli avvenimenti o porvi semplice riparo ma per determinarli. Se non hai un programma rivoluzionario non sei  un rivoluzionario, se non hai una dottrina di avanguardia non sei un'avanguardia, se non hai un'intensa attività ideologica non sei un combattente pratico e se non hai la capacità di relazionarti a masse lontane, dentro linguaggi accessibili, non lavori per la loro emancipazione. Non si possono ripetere formule passate: esse vanno continuamente riattualizzate mentre lo strumento per farlo deve ipotizzare il minor numero di istanze intermedie e la minore possibilità di concentrare poteri e decisioni. La stessa critica deve incoraggiare e non certo demolire. Oggi vi sono elementi nuovi che vanno considerati: l'anticomunismo straccione, un nuovo potere degli integralismi religiosi, una rimondializzazione dell'economia con conseguente trascinarsi dietro diversi aspetti della vita fino ai rapporti più intimi, un ruolo diverso e dirompente dell'informazione, il riacutizzarsi di logiche di guerra e devastazione ambientale, rigurgiti fascisti e destre rampanti, crisi generalizzata del movimento operaio e dei soggetti antagonisti… questo ed altro. Il ceto medio delle città e della campagna e la stessa piccola borghesia, strati proletari, diversi intellettuali, artigiani e commercianti in particolare, rappresentanti della media industria non guardano ai lavoratori mentre destra e sinistra di "governo" puntano ad una modificazione sostanziale dell'ordinamento politico in senso reazionario fino a condurre una battaglia nel "senso comune" contro  "il partitismo"  che sconfina nella stessa sinistra critica e autorganizzata: è in atto una campagna di partiti e partitini contro la partitocrazia? In realtà è in atto un processo di attacco a Costituzioni avanzate, alla stessa democrazia e alla sua possibilità di ampliarla, logorando partecipazione alla vita politica e democratica, generando un "riflusso irreversibile" e un cedimento culturale. Al proporsi di un nuovo imperialismo va contrapposto l'impegno per una maggiore partecipazione, anche al voto, delle masse, battaglie anche piccole e individuazioni dei reali mali che affliggono il paese e attendono da sempre risposte.  Spinta ideale, organizzazione, lavoro politico, costruzione di sedi unitarie devono convivere contemporaneamente cercando la "gente" e rifiutandosi di vivere la competizione e il conflitto a sinistra. Siamo in giorni in cui i "gruppi di pressione" sono diventati "gruppi di potere" e i comitati di affari il potere reale. Partecipare ad un'organizzazione politica per il socialismo a maggior ragione deve diventare un atto di libertà quanto creare un vasto schieramento sociale capace di lottare  contro un impietoso imperialismo e le miserie di governi compiacenti allo stesso. Il primo obiettivo, coscienti d'ogni particolarità nazionale, è la lotta mondiale contro l'imperialismo valorizzando le analisi leniniste in materia, collaborando alla formazione di un ampio schieramento internazionale senza smarrire la funzione storica dei lavoratori e la nascita di un blocco storico originale con gli oppressi, gli ultimi, evidenziando il carattere mostruoso che ha assunto il capitalismo e non limitandosi alla lotta per il soddisfacimento dei beni materiali. Questo è un terreno di lotta politica e culturale insieme. Un sistema bipartitico al pari della "polarizzazione" internazionale della politica, soprattutto per mantenere viva l'idea e la pratica di una via democratica al socialismo, va combattuto e  va ostacolato anche perché è la negazione della libertà e la ridicolizzazione della nostra stessa storia. Vanno create, ricreate, le condizioni di una giusta competizione politica riconoscendo il fallimento del "partito nuovo e di massa" proposto da Togliatti e rivalutando un partito di tipo nuovo come le condizioni storiche attuali impongono: capace di inventare avanguardie che sappiano stare tra le masse, un intellettuale collettivo organico alla classe operaia, un suscitatore ed un organizzatore permanente. Il partito necessario è il costruttore di un nuovo internazionalismo che mentre vive le sue dinamiche nazionali è al primo posto con le lotte in ogni parte del mondo, contro guerre e armamenti, militarizzazione crescente, per la risoluzione dei grandi problemi dell'umanità a partire dalle aree costrette al sottosviluppo, alla fame, a malattie endemiche, all'analfabetismo. Una convenzione programmatica internazionale non è più eludibile: rifiutarsi di concorrervi pone ogni movimento negli angusti confini del proprio "orticello" e a sconfitte immediate o nel tempo. Non esistono nè devono esistere partiti o movimenti-guida, Stati-guida, miti e realtà da imitare ma se l'autonomia è chiudersi in se stessi, nelle questioni interne del proprio paese vuol dire che stiamo rinunciando a cambiare il mondo.  Quella del 21 gennaio 2001, un incontro a più voci e senza egemonie di questa o quella organizzazione, è una sfida che va lanciata qualunque sia la risposta. Stare nella storia non corrisponde al perseguimento di obiettivi eclatanti e all'inseguimento di mode affascinanti e coinvolgenti ma "fare la cosa giusta".  DP ha scelto la strada più difficile proponendo "questioni" semplici. Difficoltà economiche nostre e di organizzazioni, in Italia e all'estero, con le quali abbiamo un rapporto e scambi d'idee e di esperienze non ci permetteranno di raggiungere risultati auspicati ma rimaniamo convinti, ringraziando anche i tanti artisti che hanno dato la loro disponibilità al piccolo evento in costruzione, che si è sconfitti solo quando si rinuncia a fare la propria parte di lotta da protagonisti.

 DP - Dipartimento Stampa e Comunicazione - Elio Lamari