CONIFERA
FOSSILE
(Cassinisia Orobica)
DELLA
VAL GEROLA



LUOGO DI RINVENIMENTO: TESTATA DELLA VAL GEROLA (FINE ANNI '70)
Finalmente, dopo circa otto anni di studi, è
stata pubblicata, sulla rivista internazionale "Review of
Palaeobotany and Palynology", la descrizione della nuova
conifera fossile rinvenuta alla fine degli Anni 70 alla testata
della Val Gerola.
Le è stato dato il nome di Cassinisia orobica, in onore del prof.
Giuseppe Cassinis, geologo dell'Università di Pavia che ha
studiato a lungo le rocce di età permiana affioranti nelle Alpi
Meridionali (di cui le Alpi Orobie fanno parte) e in memoria del
luogo del suo rinvenimento, le Orobie appunto.
Gli studi sono stati condotti da una equipe internazionale, di
cui hanno fatto parte, oltre al sottoscritto, il prof. Hans Kerp,
della Westfälische Wilhelms Universität di Münster (Germania),
il prof. Giuseppe Brambilla, dell'Università di Pavia, il dr.
Pim van Bergen e la dr.ssa Jopie Clement-Westerhof, entrambi dell'Università
di Utrecht (Olanda).
I risultati sono andati ben al di là delle più rosee
aspettative. Infatti, non solo si è potuto appurare che i resti
fossili della Val Gerola appartengono realmente ad una specie e
ad un genere di conifera sconosciuta alla scienza, ma anche la
modalità di fossilizzazione è risultata eccezionale.
In sintesi, si può affermare che questi resti fossili sono
costituiti da modelli tridimensionali di parti aeree, cioè rami
e forse anche porzioni di fusti, di una conifera a foglie larghe
di grandi dimensioni, disposte a spirale (vedi foto). Le foglie
sono spesse e di aspetto carnoso, a sezione leggermente
triangolare, con apici più o meno acuti, lunghe da 10 a 26 mm. I
frammenti rinvenuti sono di varie dimensioni: il più grosso è
rappresentato da un asse (ramo?) lungo 14 cm e con un diametro
compreso tra 14 e 11 mm; un altro campione è costituito da una
porzione di asse completamente defogliato, avente un diametro di
ben 25 mm. Sebbene i resti rinvenuti non permettano di
ricostruire la forma e le dimensioni delle piante intere, il loro
aspetto, nel complesso, doveva essere abbastanza simile a quello
delle Araucarie attuali, loro lontane "parenti".
Come già accennato, questi fossili sono modelli tridimensionali
fatti di fango pietrificato, che durante i processi geologici ha
sostituito pressocchè completamente i tessuti vegetali. E'
questa una modalità di fossilizzazione unica, mai osservata in
precedenza, che si ritiene abbia avuto luogo in due fasi.
1ª fase. Alcuni rami di queste conifere si spezzano e cadono in
una pozza d'acqua dolce, ai margini di un fiume o di un lago.
Immediatamente vengono incrostati di un sottilissimo strato
tufaceo, deposto ad opera di batteri presenti nell'ambiente
acquatico. Pochissimo tempo dopo, però, questi resti riemergono
e disseccano: i tessuti vegetali più delicati si decompongono,
mentre quelli più duri (es.: il legno) si "mummificano".
2ª fase. I rami e le foglie incrostati di tufo finiscono
nuovamente sott'acqua, in posizione più o meno verticale; questa
volta l'immersione dura molto a lungo e sui resti si sviluppano
grandi colonie algali, tipiche ancor oggi di molti laghi ed
oceani, chiamate "stromatoliti". Queste alghe molto
primitive, appartenenti al gruppo delle "Alghe azzurre",
crescono per strati concentrici, facendo depositare nel frattempo
microscopici cristallini di calcite, che con il passare del tempo
finiscono per ricoprire interamente i rami, rinchiudendoli in una
sorta di armatura rocciosa molto dura. E' in questa fase che gli
spazi interni, all'inizio occupati dai tessuti vegetali ed ormai
vuoti, vengono riempiti più o meno completamente dal fango
trasportato dalla corrente durante le piene. Con il trascorrere
delle ere geologiche, questo fango indurisce fino a trasformarsi
a sua volta in roccia, assumendo così le forme e le dimensioni
dei rami originali.
E proprio con questo aspetto sono stati rinvenuti, casualmente,
durante una escursione da E. Rapella nel 1977. Allora vennero
scambiati per grosse "pigne" di calcare nero, ma grazie
alla intelligente curiosità di Ugo Arosio, che individuò l'affioramento
e raccolse molti dei campioni più significativi e "spettacolari",
ed alla passione collezionistica di Giacomo Perego, che ne
conservò alcuni in Museo, è stato possibile scoprirne la vera
natura.
Oggi, questi fossili sono la muta testimonianza di un mondo
scomparso da centinaia di milioni di anni. La Cassinisia orobica,
infatti, probabilmente cresceva circa 230/240 milioni di anni fa
(Permiano superiore) lungo le sponde dei corsi d'acqua e dei
bacini lacustri che interrompevano la monotonia delle vaste
pianure subdesertiche della Pangea, il supercontinente che
successivamente si sarebbe frammentato a dare origine alle terre
emerse così come noi le conosciamo. A quei tempi i Dinosauri non
erano ancora comparsi e sulla terraferma, già colonizzata dagli
Insetti, si muovevano solo Anfibi e Rettili primitivi. La deriva
dei continenti e la conseguente formazione della catena alpina
hanno poi "spinto" gli strati rocciosi, che
racchiudevano i nostri fossili, verso l'alto, fino ad affiorare
lungo la cresta delle Alpi Orobie.