IMPRONTE
DI
TETRAPODI
IN
VAL GEROLA
(ARTICOLO TRATTO DA: "Quaderni Valtellinesi" )
Sulle
tracce degli avi dei dinosauri di Franco Benetti
Le
Valli del Bitto di Gerola e Albaredo, valli storicamente e
artisticamente importanti, non mancano certamente di attrattive
per il visitatore attento che puņ trovare pane per i suoi denti
sia nel campo prettamente culturale che in quello sportivo; se
nella zona di Sacco puņ sbizzarrirsi nell'ammirare le
innumerevoli ricchezze architettoniche e il fiorire su quasi ogni
casa di bellissimi e variopinti affreschi, nella zona di
Pescegallo, della cima Rosetta, del monte Olano, del monte Lago o
del pizzo Pedena puņ dedicarsi allo sci di discesa o allo sci-alpinismo
sudando le proverbiali sette camice lungo gli ormai classici
itinereri di questo meraviglioso sport.
Le pitture murali del paese di Sacco testimoniano il fiorire dei
rapporti culturali tra valli adiacenti come la Valtellina e le
vicine valli bergamasche da cui provenivano innumerevoli pittori
viandanti e tra questi un esponente della famosa famiglia di
artisti dei Baschenis di Averara.
Particolarmente famosa e' poi la "camera picta" dell'Homo
Selvadego, recentemente restaurata e diventata ormai quasi un
simbolo della valle.
Lungo i sentieri di montagna si possono incontrare innumerevoli,
preziose santelle mentre gli edifici sacri sono ricchi di tele e
di oggetti preziosi, spesso dono di emigranti nel Veneto, nel
Lazio o in Campania; alcuni articoli dedicati a una bella tela
che arricchiva una cappella in quel di Sacco di sotto,
recentemente restaurata dal parroco di Regoledo, e alle santelle
della zona di Pedesina sono gia' apparsi in passato sui Quaderni
Valtellinesi.
La fama della valle del Bitto di Albaredo e' anch' essa assai
antica in quanto attraversata da secoli dalla leggendaria strada
Priula, ampliata migliorata verso la fine del '500 dal podesta'
veneto Alvise Priuli, che intendeva migliorare i trasporti
commerciali di Venezia verso il territorio grigione.
Attraverso la valle Brembana, il passo di San Marco e quindi
attraverso il Septimer le merci raggiungevano il Centro Europa e
quindi i ricchi mercanti di Amsterdam e del Nord Europa.
Gia' appena dopo il 1000 le stradine sterrate e i sentieri della
Val Gerola erano tutto un brulicare di attivita' commerciali che
raggiunsero il loro apice con la valorizzazione della valle dal
punto di vista minerario; infatti la fortuna delle valli del
Bitto e da questo punto di vista, soprattutto di quella di Gerola
derivo', come per molte altre valli orobiche, dallo sfruttamento
degli innumerevoli filoni di minerali di ferro (soprattutto
Siderite) che attraversano la catena orobica; si pensi che nella
sola zona del lago d'Inferno sono stati individuati i resti di
muretti a secco di piu' di 30 forni fusori.
In queste valli ricche di acqua e di boschi non mancava
certamente la legna, necessaria per lavorare il minerale grezzo
cosicche' lo sfruttamento delle ricchezze minerarie continuo'
fino a quando comincio' a scarseggiare questo prezioso
combustibile, mentre eventi calamitosi come frane e alluvioni
rendevano sempre piu' difficile l'attivita' estrattiva di un
prodotto che, appunto per gli elevati costi, aveva perso la sua
concorrenzialita' rispetto ad altri mercati.
Per completare il quadro non possiamo scordare le ricchezze
naturalistiche e la produzione casearia del famoso Bitto,
menzionato fin dal Seicento e conosciuto ovunque per le sue
caratteristiche.
Tra le ricchezze naturalistiche e' da citare la fauna che da
alcuni anni annovera un cospicuo numero di stambecchi
reintrodotti in zona da poco e che si sono ben ambientati
frequentando soprattutto lo spartiacque orobico e la zona del
lago di Trona, l'aquila che volteggia silenziosa sui 2553 m. del
Pizzo dei Tre Signori, il camoscio, presente un po' dovunque come
anche la marmotta ed altre innumerevoli specie.
Da alcuni anni si e' aperto pero', ad arricchire un patrimonio di
valle gia' assai cospicuo, un nuovo capitolo nell'affascinante
libro della storia di questa valle, un capitolo che ci porta
assai indietro, addirittura nel Paleozoico e piu' precisamente
nel Permiano, quando l' ambiente naturale della zona era assai
diverso da quello attuale.
Tutta la fascia che corrisponde all'attuale spartiacque orobico
era costellato di paludi e laghi, fosse colmate da sedimenti
erosi dalla catena ercinica e da prodotti vulcanici (lava-polvere
e proietti vari caratteristici di fenomeni vulcanici sono quasi
sempre presenti in tutte le zone sottoposte a distensione).
Le rocce originate da questo materiale, originariamente deposto
in zone depresse, affiorano ora proprio nelle zone piu' elevate
del crinale orobico, portate lassu' dai grandi sommovimenti
orogenetici susseguitisi nel ciclo alpino.
Si parla di formazoni note ai geologi e agli studiosi di
tettonica alpina e prealpina come la Formazione di Collio o il
Conglomerato di Pontercanca risalenti al Permiano Inferiore
costituite la prima da un' imponente sedimentazione continentale
fluviale e lacustre (prevalentemente arenarie verdi o nere) la
seconda, che si e' depositata nelle zone marginali e poco
profonde degli stessi bacini lacustri da conglomerati di ciottoli
da vulcaniti e arenarie rossastre.
Durante il Permiano Superiore si formarono poi quei depositi
alluvionali che diedero origine all'attuale cosiddetta formazione
del Verrucano lombardo, conglomerato costituito da detriti (ciottoli
e frammenti di rocce preesistenti ) portati a valle da corsi d'
acqua che, improvvisi e irruenti, si riversavano allo sbocco
delle grandi pianure.
Queste formazioni rocciose, rappresentate quindi prevalentemente
da rocce sedimentarie e piu' specificatamente da conglomerati e
arenarie sono per cosi' dire, l'equivalente fossile (rispetto
alla catena ercinica) delle ghiaie e dei congelamenti recenti
della pianura padana, che testimoniano l'erosione in corso della
catena montuosa generatasi dall' orogenesi alpina.
Estesi affioramenti della Formazione di Collio sono segnalati dai
testi di geologia anche nella zona del lago dell' Inferno e del
lago Zancone in alta val Gerola.
Proprio dagli strati di queste arenarie, verdi, rosse o nere,
fondali bassi o rive sabbiose di questi bacini lacustri, tornano
oggi alla luce, le impronte fossili di quei lucertoloni, di
piccole o medie dimensioni ( le piu' grandi di 7 -8 cm. fanno
pensare alle dimensione di un iguana) che evidentemente li'
passeggiavano tranquilli circa 250 milioni di anni fa.
Con l'inizio del Trias, nel Mesozoico, il mare comincera' poi ad
invadere questa zona lacustre ed il paesaggio tendera' ad
assumere l'aspetto tipico della piana di marea, lagune e baie
poco profonde i cui sedimenti hanno dato origine a rocce
sedimentarie marine come il Servino cho non interessano pero' il
versante valtellinese, a parte un piccolo affioramento nella zona
sud della bocchetta di Trona.
F. Penati, direttore del Museo naturalistico di Morbegno, ente
che ha avuto il merito di iniziare gli studi su questi
ritovamenti e di lanciare per i prossimi anni una campagna di
scavi e di ricerca, ricorda in un articolo apparso sul Giorno del
16 febbraio 1995:" sono impronte su rocce che derivano dall'
indurimento di fanghi che occupavano sponde di bacini di acque
dolci, probabilmente laghi ed appartengono ad animali chiamati
tetrapodi, cioe' a quattro zampe.
Dire di cosa si tratti con precisione e' ancora difficile; sara'
un'apposita campagna di ricerche a definirlo con esattezza...
Si tratta ad ogni modo di animali che sono vissuti nel periodo di
passaggio fra gli anfibi ed i rettili primitivi...tra i 260 e i
230 milioni di anni fa, che si possono definire i progenitori,
gli antenati dei dinosauri... Rocce con fossili sono gia' state
segnalate nella Bergamasca; si hanno nella zona del Pizzo dei Tre
Signori...
Non si esclude che una prossima campagna di ricerche porti a
scoprire resti fossili di vegetali e ossa".
Il ritrovamento di impronte fossili sul versante bergamasco non e'
infatti una novita' e gia' nell' importante testo di Bonsignore.
Nangeroni ed altri, dedicato nel 1970 alla geologia del
territorio della provincia di Sondrio, veniva citata la presenza
nelle arenarie, siltiti e argilliti ben stratificate, da grigie,
a grigio-verdastre, fino a nerastre della Formazione di Collio e
negli scisti ardesiaci (tipici della zona di Carona nel
Bergamasco) di rari resti vegetali (sp. Walchia) e di impronte di
tetrapodi.
Una prima segnalazione di impronte di tetrapodi sul crinale
orobico della Val Gerola veniva gia' data sul numero 34 del
gennaio 1990 di questa stessa rivista, ma il merito della
scoperta va al sig. Remo Ruffoni, originario di Gerola che vive
ora a Regoledo, artista del legno a tempo perso, profondo
conoscitore della Val Gerola e della zona del lago d' Inferno
dove gia' da ragazzo aveva fatto il caricatore d'alpe e dove
lavora da 15 anni come custode delle dighe Enel.
A lui, attento osservatore dell'ambiente naturale qual'e', non
potevano sfuggire quelle strane impronte sulla roccia, tra l'altro
non sempre facilmente interpretabili, per cui le sottoponeva all'
esame degli esperti del museo naturalistico di Morbegno che ne
potevano cosi' accertare l'antica origine.
Non e' questo ad ogni modo il solo ne' il primo importante
ritrovamento di fossili in Val Gerola; alcuni anni fa infatti,
nella zona dei laghi di Trona, grazie alla segnalazione di alcuni
ricercatori di Morbegno, veniva individuato in un arenaria nera
appartenente alla Formazione del collio, un giacimento di
interessantissimi fossili di resti di una conifera del Permiano
risalente a circa 280 milioni di anni fa che, studiata dal Museo
di Morbegno veniva dapprima classificata come sp.Lebachia ma poi
addirittura riconosciuta come nuova specie e denominata "Cassinisia
Orobica".
La Val Gerola continua quindi a riservarci liete sorprese e dallo
scrigno delle sue montange vengono alla luce nuovi preziosi
tesori che, aggiunti alle bellezze gia' note e sopra decantate,
arricchiscono ancor piu' quello che e' il fiore all' occhiello
della nostra provincia, un patrimonio naturalistico da preservare,
che certamente poche valli sia in Italia che all'estero possono
vantare.
LE IMPRONTE DEGLI AVI DEI DINOSAURI IN VAL GEROLA
Impronte di tetrapodi in Val Gerola
Genere: Thadeosaurus |
Genere:Areascelis Periodo:Permanio inferiore Diffusione:America settentrionale (Texas) Dimensioni: lunghezza 60 cm Araeiscelis e' un parente stretto di Petrolacosaurus, anche se visse parecchi milioni di anni piu' tardi. Simili a lucertole, questi rettili avevano entrambi lunghe zampe adatte alla corsa, collo lungo a testa piccola. I denti di Araeoscelis erano pero' diversi da quelli del suo predecessore e indicano una dieta piu' specializzata. Essi infatti non erano piu' sottili e acuminati, ma piuttosto massicci, non appuntiti e tronconici: uno strumento ideale per triturare i duri esoscheletri chitinosi di insetti. In relazione con questa dieta specializzata sono i cambiamenti nella struttura del cranio. Questo e' tipicamente diapside, ma su ogni lato una delle fenestrature appare chiusa da una superficie ossea: si tratta probabilmente di un adattamento che rendeva piu' solido l'insieme in modo che l'animale potesse mordere adeguatamente le prede coriacee. |