Ricordate la “falsa necessità”? Ne ho parlato nella
seconda di queste escursioni dicendo che consiste nel credere qualcosa
necessario ad un fine quando invece non lo è. Oggi possiamo dire che la
falsa necessità non è altro che sbagliare piano. Quando siamo a tavola con
degli ospiti può venirci l’ansia se la conversazione muore aprendo
imbarazzanti vuoti di silenzio. Questo avviene se mettiamo quella
situazione su un piano determinato dall’allegria, dalla chiacchera o da
qualcos’altro che esclude il silenzio. Se ci convinciamo che non è vero che
parlare sempre sia necessario (ad esempio perché anche il silenzio ha
valore: aumenta la significatività dei gesti, rende più autentici, offre
anche agli altri l’opportunità di iniziare una conversazione...) vivremo
più sereni. Abbiamo sconfitto la falsa necessità ponendo l’invito a pranzo
su un piano più adatto. Nessun
concetto è contestato dai filosofi contemporanei come quello di “verità”.
Uno degli scopi delle nostre esplorazioni è proprio quello di arrivare ad
un’idea accettabile di essa. Tuttavia vorrei cogliere questa occasione per
iniziare a mostrare come non possono esistere idee assolute, cioè libere,
sciolte da ogni condizionamento. Per avere senso ogni cosa deve essere
riferita ad un piano. La penna è un oggetto incomprensibile se non lo
riferiamo allo scrivere, è davanti a un foglio che essa trova la sua
“verità”. Immagino che nella nostra mente inizino a nascere problemi e
domande, il discorso è solo rimandato. Resta da parlare del secondo vantaggio
dell’individuazione dei piani; è importantissimo e merita una puntata a
parte.
Michele Marongiu Quando
attribuiamo uno scopo a qualcosa possiamo dire che la stiamo ponendo su un
luogo mentale che chiamerò “piano”. E’ uno spazio di esistenza, il piano,
delimitato dallo scopo che ci siamo proposti di raggiungere con una data
azione (un colloquio, un lavoro manuale, uno studio...). Avete mai provato
a scherzare in una discussione che per gli altri era serissima? Se avete
voglia di rischiare fatelo, ma facilmente capiterà di non essere capiti,
perché? Perché ci si viene a trovare su piani diversi, il vostro avrà lo
scopo di sdrammatizzare o prendere in giro, quello degli altri no e non
tutti saranno pronti a scendere sul vostro piano. A questo punto viene da chiedersi qual’è l’utilità del
guardare il mondo per piani. Penso che i vantaggi siano almeno due e che
riguardino due dimensioni cruciali dell’esistenza, perlustriamole. La prima
riguarda l’ermeneutica, cioè la capacità di interpretare. Situare
nel suo piano qualcosa, come una poesia, un saggio, un’impresa notevole, ci
aiuta a darne un’interpretazione corretta (definitiva magari no, ma
corretta si); tutti i giorni capita di incontrare interpretazioni fuori
piano, qualche esempio: - Intendere ostilmente una
frase che l’altro ha pronunciato con le migliori intenzioni. - Non capire perché in certe
scuole vengono studiate le lingue morte dato che oggi non si parlano più. - Eseguire un lavoro faticoso
e capire poi che non era esattamente quello che ci era stato richiesto. - Scoprire il giorno
dell’esame che il professore interroga sugli appunti e non sulla caterva di
libri su cui ci eravamo preparati. - Trovare secco un fiore che
non avevamo innaffiato perché pensavamo fosse una pianta grassa. In ciascuno di questi casi è avvenuto un errore
ermeneutico, il lavoro, l’esame, il fiore non sono stati posti sul piano
esatto. Vorrei
sottolineare il primo esempio, quello delle parole male interpretate. Se
vogliamo condurre un dialogo che non sia generico è imprescindibile capire
su che piano si sta ponendo il nostro interlocutore. Dobbiamo allora
chiederci che cosa vuole dire con quelle parole, che cosa significano nella
sua mentalità, che cosa sta dando per implicito. Qualcosa di simile avviene
agli esegeti quando cercano di interpretare un testo scritto, la prima
domanda che si pongono è a che genere letterario appartenga, se si tratti
di una favola, una parabola, un brano di storia... Infatti il genere
letterario non è che un “piano”. “Di fronte a un libro non dobbiamo
chiederci cosa dica ma cosa vuol dire”, ha scritto Umberto Eco. Se l’interpretazione delle cose possa o meno influenzare
la nostra vita chiedetelo agli psicoterapeuti, vi risponderanno che la
capacità di valutare in un modo o in un altro gli eventi è una forza
potente che può trasformare in positivo anche l’avvenimento più triste (o
viceversa). La tecnica terapeutica della “ristrutturazione” è basata
proprio su questa potenzialità umana. Provate a leggere la storia
di ieri e di oggi prendendo come punto centrale la bontà dell’uomo, la
crudeltà, la forza fisica, la paura, la meraviglia, l’intelligenza,
l’eccesso, il rapporto tra forma ed essenza... I risultati saranno
interessanti e non mancherete di scoprire nuovi brandelli di realtà.
Eraclito osservò il panorama dal fiume del divenire, Parmenide dalla
montagna dell'essere, Platone dalle idee eterne, la postazione di Einstein
fu l’invincibile rapidità della luce, quella di Monet l’emozione che
trasfigura le cose. Credo che nessun uomo possa dirsi esente da questa
presa di posizione, nessuno può fare a meno di dare una sua lettura del
mondo, persino chi la rifiuta la sta offrendo. Qual’è il nostro punto di osservazione di questo
momento? In una parola il “perché?”; stiamo cioè scrutando le cose dal
punto di vista del loro scopo. Piccolo particolare: la gran parte di ciò
che costituisce la nostra vita non ha uno scopo predeterminato e oggettivo,
siamo noi che lo assegniamo. Lo scopo non è dentro le cose ma dentro la
nostra testa. RITORNA ALLA PRIMA PAGINA l mondo, e chi non se
n’era accorto?, può essere osservato da diversi punti di vista. Infiniti?
Può darsi, l’ipotesi è accattivante, quello che però ci interessa ora è che
da ognuno di essi scaturisce una diversa interpretazione della vita. (sesta
puntata)
Di nuovo lei
La verità, la verità
Il piano
Interpretando
Punto d’osservazione