IL MITO DI OANNES Gli dei civilizzatori non sono patrimonio esclusivo delle Americhe. Persino i geni alati della mitologia assiro-babilonese, i Pazuzu che impersonavano in vento torrido di sud-ovest, testimoniano come anche in Mesopotamia, seimila anni prima di Cristo, si credeva nel contatto con gli esseri scesi dal cielo. Queste creature, che ritroviamo nel credo islamico in forma di jinn e djinn, potevano essere buone o cattive. Secondo molti moderni autori essi furono i figli dei primi dei scesi sulla Terra, e coloro i quali diedero inizio alla civiltà mesopotamica. Questa tradizione fa il paio con la credenza australiana del tempo del sogno: vi fu un Primo tempo "prima del tempo"; poi una seconda era in cui la Terra fu creata; quindi una terza, il presente. Nel Primo Tempo i Kundingas crearono la vita. "Era comparso dal Mare Eritreo. Diceva di chiamarsi Oannes ed era un animale dotato di raziocinio; tutto il suo corpo era come quello di un pesce; aveva sotto la testa di pesce un'altra testa, e dei piedi umani, aggiunti alla coda di pesce. Anche la sua voce ed il linguaggio erano umani e articolati. E ancora oggi si venera la sua immagine". Con queste parole lo storico babilonese Berosso descriveva, nel 275 a.C., una misteriosa creatura apparsa improvvisamente in Mesopotamia, uscita dalle acque per "istruire ed instradare" il barbaro genere umano. "Questo essere", raccontava Berosso, "non si nutriva mai ma parlava con l'uomo tutto il giorno; insegnava le lettere, le scienze, le arti. Aveva insegnato a costruire le case e a fondare i templi, a compilare le leggi, a distinguere i semi della terra e a raccogliere i frutti; aveva spiegato i principi della geometria e, in breve, aveva insegnato tutto quello che serviva a dare dei modi garbati e a rendere più umana la gente. I suoi insegnamenti erano così universali che, dopo allora, non fu aggiunto nulla per migliorarli. Quando tramontava il sole, l'essere si tuffava in mare ed attendeva tutta la notte nelle profondità marine, in quanto anfibio. Dopo di lui apparvero altri animali simili ad Oannes". Chi o cosa era veramente il misterioso essere descritto da Berosso più di duemila anni fa? Una creatura fantastica e leggendaria cui attribuire l'improvvisa evoluzione della società umana, o, come affermano molti ufologi, un visitatore spaziale in missione sulla Terra? Di quest'ultima idea è lo studioso tedesco Ulrich Dopatka, che non fatica a vedere nel "corpo di pesce" il ricordo deformato di una tuta spaziale anfibia. "Oannes", racconta Dopatka, "è un nome che in siriano antico significa "lo straniero". Questo straniero comparve simultaneamente nel Golfo Persico e nel Mar Rosso. L'Oannes babilonese fu solo il primo di dieci, comparsi nel Mare Eritreo, il tratto di mare comprendente il Golfo Persico, il Mar Rosso e l'Oceano Indiano. Berosso chiamava questi esseri "Annedotoi", "i ripugnanti", e l'orrore che questi esseri suscitavano nella gente del luogo è un indizio della veridicità di quanto è stato tramandato. La nostra reazione alla visita di un extraterrestre non sarebbe forse uguale?". "Gli Oannes", prosegue Dopatka, "avevano ognuno un nome specifico, come Odakon, Euedokos, Eneugamoo, Eneuboulos e Anementos. Dal filologo egizio Elladio sappiamo che Oannes era "sbarcato da un uovo luminoso precipitato in mare", molto simile ad un disco volante. Nella mitologia sumera egli era spesso identificato con il dio Eridu, il signore delle onde, e a lui era dedicata la stella Canopo, da cui si diceva provenisse". A conferma della realtà di questi eventi occorre sottolineare che il culto dell'uomo pesce dei sumeri era anticamente diffuso in tutto il Medioriente. Oannes era venerato presso i filistei con il nome di Dagon, mentre i Dogon del Mali, nell'Africa Nera, lo chiamavano "il Nommo", il dio anfibio. Il ricordo delle sue imprese sopravvisse persino nella cultura monoteista ebraica al punto che, secondo il vangelo apocrifo "Atti di Pilato", quando Gesù entrò in Gerusalemme come inviato divino, il popolo lo acclamò come "Oannes che vieni dall'alto dei cieli" (frase passata alla storia, per un errore di traduzione dall'ebraico, nella versione distorta "Osanna nell'alto del cieli"). Di quest'ultima interpretazione si dice convinto, oltre all'ignoto compilatore del vangelo sopra citato, anche lo studioso ebraico contemporaneo Hayym ben Yehoshua, secondo cui Gesù, il pesce secondo l'iconografia cristiana, e molti grandi mistici del passato sarebbero stati degli Oannes "avatar", cioè degli inviati divini mandati a salvare l'umanità. Senza arrivare a questi estremi, è curioso notare come nei vangeli apocrifi, cioè in quei testi ebraici e mediorientali a sfondo biblico non riconosciuti dalla Chiesa, si accenni ripetutamente agli Oannes. Gli Osannes dimostrarono di conoscere molti grandi segreti dell'universo. Se ne dissero convinti, nel libro "Vita intelligente nell'universo" (Feltrinelli, 1980), anche gli astronomi J. Shklovskij e Carl Sagan (quest'ultimo è in seguito diventato uno scettico d'ufficio). "Perché escludere la possibilità di un evangelismo extraterrestre?", scrissero di due. "C'è un sigillo cilindrico sumero che mostra il nostro sole con attorno nove pianeti. Da dove avevano attinto quest'informazione i sumeri, se non dagli Oannes? Leggende di questo tipo meritano uno studio critico molto approfondito, e la possibilità di un contatto diretto con una civiltà extraterrestre deve essere tenuta presente come una fra le molte interpretazioni alternative". Conoscenze altrettanto straordinarie fanno parte del patrimonio religioso dei Dogon, una tribù del Mali negli anni Trenta ferma all'età della pietra. Avvicinati dall'etnologo francese Marcel Griaule più di sessant'anni fa, i Dogon, una volta superata la diffidenza, svelarono di custodire profondi segreti scientifici, rivelati nella notte dei tempi da otto "Nommo" scesi sulla Terra. Secondo quanto rivelato a Griaule dallo stregone Ogotemmeli, i Nommo erano delle creature acquatiche mandate sul nostro pianeta dal dio Amma per istruire gli uomini. Sbarcati da una strana macchina fragorosa, gli dei avevano detto di provenire da "Potolo, una stella fatta della materia più pesante dell'universo". Durante il loro viaggio i Nommo avevano incrociato un pianeta con molti anelli (Saturno), uno con molte lune (Giove) ed uno, satellite della Terra, morto e disseccato. Dai Nommo i primitivissimi Dogon impararono a costruire dei santuari cosmici orientati verso Venere e ad intrecciare canestri che, una volta srotolati, risultano essere delle mappe stellari della Via Lattea. Marcel Griaule apprese che i Dogon conoscevano la rotazione della stella Sirio, da cui provenivano i Nommo, e della sua compagna Sirio B. Quest'ultimo dato ha stupito molto i ricercatori, in quanto sebbene l'esistenza di Sirio B fosse ipotizzata sin dal XIXº secolo, negli anni Trenta i moderni telescopi non ne avevano ancora certificato l'esistenza effettiva; la "compagna invisibile" di Sirio, una nana bianca pesantissima ("fatta della materia più pesante dell'universo") era difatti invisibile ad occhio nudo. Un'informazione, quest'ultima, che una cultura ferma all'età della pietra non poteva assolutamente conoscere. A meno di averlo saputo dagli dei. La storia dei Nommo venne ampiamente divulgata dallo scrittore Robert Temple con il volume "Il mistero di Sirio" (Sugarco, poi rieditato da Piemme). Temple arriva a sostenere che vi sia addirittura un legame fra i Nommo e l'Egitto, affermando che le tre piramidi di Giza sarebbero orientate verso le stelle Sirio A, B e C. Un altro dato curioso è che nelle leggende Dogon si accenna spesso a due Nommo, due gemelli anfibi scesi nella notte dei tempi. Nelle raffigurazioni pittoriche australiane ricorre la stessa simbologia: i due gemelli Kundingas. E ricorre anche nei miti sumeri, allorché si parla di due "divini fratelli", Dumuzi e Tammuz, le cui gesta ispirarono poi la vicenda biblica di Caino e Abele. Quando Dumuzi morì, gli venne costruita una tomba "con un foro orientato con le stelle" (come nel caso della Grande Piramide). Il fatto che le piramidi di Giza siano orientate, oltre che verso Orione, pure in direzione di Sirio è curioso. Anche i Dogon, probabilmente influenzati dalla popolazione nomade dei garamanti provenienti dall'Egitto, impostarono la loro teogonia su Sirio. L'aspetto insolito è che i Dogon attribuivano queste conoscenze ai "Nommo"; e i sumeri, separati dai neri del Mali da secoli di storia e da migliaia di chilometri di distanza, le attribuivano - oltreché agli Oannes, che erano gli istruttori materiali veri e propri - alla dea Nammu, la "creatrice di Sumer". Qui, l'assonanza Nommo-Nammu è troppo stretta per essere puramente casuale...
La storia dei Dogon non rappresenta, tra le altre cose, un caso isolato. Lo psichiatra inglese John Layard, partendo dagli studi etnologici del missionario padre Godefroy (quest'ultimo autore nel 1933 di un volume intitolato "Una tribù caduta dalla Luna"), scoprì che presso i neri Malekula si tramandava il ricordo di un'antichità assai remota in cui dei giganti benevoli civilizzarono gli uomini, insegnarono loro le arti, utili o estetiche e la scultura in primo luogo: l'erezione delle statue dei re (ci vengono in mente le colossali statue votive dell'Isola di Pasqua). Poi "vennero i giganti cattivi e cannibali e fu necessario mettere tavoli di pietra davanti alle loro statue e offrire uomini in pasto. Tagaro, che era buono, era venuto dal cielo. Suque, che era cattivo, lottò contro Tagaro e fu precipitato nell'abisso". Come in Grecia i giganti cattivi furono fatti precipitare dagli dei buoni. "Poi tutti i giganti scomparvero, ma gli uomini terrorizzati continuarono a diffidare di loro erigendo statue e offrendo sempre vittime". É interessante notare come il progressivo imbarbarimento dell'umanità, che apprende il cannibalismo ed il sacrificio rituale, sia legato all'avvento di "giganti cattivi", mentre l'Età dell'Oro dei nostri padri iniziò con il contatto con i "giganti buoni". Da questi ultimi i Malekula appresero diverse cognizioni scientifiche. Layard afferma, difatti, di avere trovato "reminiscenze di scienze sperimentali diverse dalle nostre". "Ed essendo quei negri assolutamente incapaci di inventare alcuna scienza, osservazioni e pratiche sono verosimilmente conseguenza di tradizioni molto più antiche di uomini civilizzati non nello stesso modo", ha scritto il saggista francese Dénis Saurat, aggiungendo: "Le cose si presentano piuttosto come se i negri fossero in possesso di certi frammenti di scienza un tempo bene organizzata e come se questi frammenti, utilizzati da cervelli poco adatti, fossero deformati e intaccati da errori, ma capaci di essere qualche volta ancora efficaci".