UFO DEI TEMPI MODERNI Venendo a tempi più recenti, nei territori che adesso chiamiamo Paesi arabi le apparizioni di dischi volanti "veri e propri", cioè secondo l'iconografia tipica di questo secolo, iniziano paradossalmente un secolo prima della nascita ufficiale dell'ufologia. Era il 15 maggio del 1879 quando i passeggeri della nave corvetta militare inglese H.M.S.Vulture, in navigazione nel Golfo Persico, assisterono stupefatti, e ben 35 minuti filati, alle strane evoluzioni di due "ruote" di quaranta metri, che giravano in aria e che si avvicinavano lentamente alla superficie del mare sino ad inabissarsi. Un altro episodio molto simile accadde nel maggio 1880, sempre nel Golfo Persico. Parecchi passeggeri che si trovavano a bordo del Patna, un vapore di proprietà della Compagnia delle Indie, riferirono che la nave era stata fiancheggiata e accompagnata da due enormi ruote illuminate che restavano a pelo d'acqua: anche queste avevano raggi luminosi. Un dettagliato resoconto dell'evento venne riportato sul diario di bordo dal secondo Lee Fore Brace, che aggiunse che testimoni dell'episodio erano stati anche il comandante Avern ed il terzo ufficiale signor Manning. Fu poi la volta della Turchia. Era l'alba del 2 novembre 1885 a Scutari, quando un oggetto luminoso "compiva un giro del porto ad un'altezza di 5-6 metri, illuminando tutta la città". L'ordigno veniva osservato per un minuto e mezzo. "Sembrava una fiamma che passava dal blu al verde", dissero i testimoni. Poi l'UFO, dopo avere descritto diversi cerchi attorno ad un ferry-boat, si tuffava in mare. Nell'aprile del 1915 l'esercito alleato era sbarcato nella penisola di Gallipoli, nella Turchia occidentale, nel tentativo di conquistare l'allora capitale dell'impero turco, Costantinopoli (oggi Istambul), e collegarsi con i russi, schierati sulle rive settentrionali del Mar Nero. Questa mossa era strategicamente sbagliata e lo dimostrò il fatto che dopo nove mesi la resistenza turca, molto bene organizzata, costrinse gli alleati a ritirarsi. Gli scontri più cruenti avvennero attorno ad un luogo chiamato "Collina 60", presso la baia di Suvla. La mattina del 28 agosto 1915 un reggimento inglese, il First-Fourth Norfolks, composto da più di mille uomini si preparava ad attaccare la postazione. Era una giornata calda e luminosa, ma parecchi osservatori ricordano di avere notato che sulla Collina 60 gravava uno strano ammassamento di nubi basse, di avere visto il reggimento marciare sino in cima alla collina e scomparire dentro una nube a forma di foglia. Quando anche l'ultimo uomo fu inghiottito, le nubi si dissolsero senza lasciare traccia alcuna dei soldati. Il comandante in capo del corpo di spedizione alleato a Gallipoli riferì al governo inglese della scomparsa del reggimento, senza però parlare delle nubi misteriose, dicendo semplicemente che esso si era staccato dal corpo principale delle truppe ed era scomparso. L'intero reggimento venne successivamente indicato nei documenti ufficiali come "disperso". Quando nel 1918 la guerra finì, gli inglesi chiesero ai turchi notizie del reparto disperso. Il governo turco rispose che non ne sapeva nulla perché le proprie truppe non si erano mai scontrate con il reggimento inglese. Nel 1920 i resti di un certo numero di soldati appartenenti al reggimento scomparso vennero trovati a Gallipoli; si pensò allora che questi uomini dovevano essere morti in combattimento e che i superstiti, presi prigionieri dai turchi, fossero stati sterminati nei campi di prigionia. Chiaro che il governo turco preferisse tacere su questo eccidio di massa. Chi non ha accettato questa tesi è stato però il celeberrimo ufologo francoamericano Jacques Vallée, il primo a riportare il curioso episodio nel volume "Passport to Magonia", sostenendo di avere recuperato una lettera firmata da tre soldati testimoni dell'evento, e sottolineando come la casistica ufologica fosse densa di apparizioni di misteriose nubi che rapivano le persone. L'ufologo rumeno Ion Hobana, dopo avere condotto una minuziosissima indagine documentale presso gli archivi e le biblioteche di mezza Europa, è invece giunto alla conclusione che l'episodio di Gallipoli sia un falso. Questo perché in realtà, come puntualizzato da diversi ricercatori, non è mai esistito alcun reggimento First-Fourth Norfolks; esisteva invece il Primo (First) Battaglione del Quarto (Fourth) Reggimento di Norfolk; si trattava di un'unità che non scomparve mai, ma che combatté valorosamente a Gallipoli sino al 1915, finché i militari non vennero evacuati e tornarono in patria. La storia era dunque un falso? Non è detto. Una più recente indagine dell'ufologo neozelandese I.C.McGibbon ha permesso di identificare uno dei tre testimoni autori della lettera a Vallée (gli altri due erano stati rispediti a casa il 28 agosto del 1915 per malattia). L'uomo, un tale Frederick Reichardt che aveva prestato servizio nell'esercito neozelandese, all'epoca dei fatti si trovava a Rhododendron Spur, sopra una collina ad un centinaio di metri dal luogo della misteriosa sparizione; il militare aveva assistito effettivamente alla scena descritta, ma nel riferirla anni dopo a Vallée aveva commesso un errore grossolano, confondendo, a causa del tempo trascorso, due episodi assai diversi. Il reggimento che effettivamente scomparve fu (il 12 e non il 28) il Primo Battaglione del Quinto Reggimento Norfolk (First Battalion of the Fifth Norfolk Regiment's Colonel), composto soltanto da 16 ufficiali e 250 soldati. L'armata era impegnata in un'azione di guerra quando scese improvvisamente la notte; il giorno seguente, dei 266 uomini non vi era più traccia alcuna. Sir Ian Hamilton, il comandante generale, definì quella sparizione "un episodio assai misterioso", anche perché lo squadrone era a soli sei km dai soldati neozelandesi (che dunque si sarebbero accordi di una così massiccia eventuale diserzione). McGibbon opta peraltro per una spiegazione convenzionale, in quanto ha appurato che effettivamente a partire dal pomeriggio del 21 agosto 1915 la zona di Suvla Bay e Plain rimasero immerse nella nebbia. Secondo McGibbon, Reichardt avrebbe effettivamente il battaglione entrare nella nebbia e, una volta udito della sparizione del Quinto Reggimento Norfolk, avrebbe confuso i due episodi. Ciò non spiega peraltro ove siano finiti i 266 soldati del generale Hamilton; negli anni Ottanta uno dei figli di Reichardt, nato nel 1932, dichiarava che suo padre aveva iniziato a narrargli quella storia sin dalla più tenera età, e quindi in un periodo in cui ancora di UFO non si parlava. LA SCOPERTA DEL TELETRASPORTO Sia come sia il caso di Gallipoli, esso vanta un curioso parallelismo con un episodio in cui si è imbattuto, alcuni anni fa, un mio collega l'ufologo. Mi rendo conto che l'episodio ha dell'incredibile, e che a raccontarlo si rischia di passare per matti o per creduloni. Prendetelo dunque per ciò che è: il racconto di un sedicente testimone. Nel 1997 il mio collega ricevette la telefonata di un medico turco, che chiameremo Karbali, che all'epoca lavorava presso un grosso ospedale dell'hinterland milanese e che chiese ed ottenne un incontro, nel corso del quale offrì garanzie documentate delle sue competenze mediche (compreso un articolo uscito su una pubblicazione scientifica circa il brevetto di un nuovo tipo di cuore artificiale). Karbali sosteneva di avere costruito negli anni Settanta, quando ancora viveva in Turchia, una macchina che sfruttava la trasmissione dei fotoni per la cura del cancro. Quando i fotoni colpivano le cellule cancerogene in un certo modo, queste, a regola, avrebbero dovuto reagire con una serie di procedimenti complessi che avrebbero portato al riassorbimento del male. I dettagli medici dell'esperimento non ci interessano; ciò che ci colpì fu che, a detta del dottore, nel corso di uno di questi test, regolarmente fotografato, alcune cellule irradiate, anziché reagire normalmente, si smaterializzarono, per poi ricomparire poco distante, sul vetrino ove erano adagiate. In parole povere, Karbali aveva scoperto il segreto del teletrasporto. Seppure a livello molecolare, la scoperta avrebbe potuto avere applicazioni inimmaginabili! Perfezionata in anni di studio, avrebbe potuto mutare radicalmente il nostro modo di concepire i trasporti - di mezzi o di umani -, e le ripercussioni sulle multinazionali del petrolio o dell'industria automobilistica, che da un giorno all'altro sarebbero divenute obsolete, si potevano solo vagamente immaginare. Queste ultime certo non si sarebbero certo lasciate mettere da parte restando con le mani in mano (pensiamo all'omicidio Mattei organizzato dai petrolieri USA): il dottore dunque rischiava la pelle; inoltre la scoperta di Karbali, se autenticata, avrebbe potuto avere applicazioni militari impensabili. Si favoleggiava già da anni che americani e russi stessero cercando di "teletrasportare" gli effetti di un'esplosione nucleare (almeno, secondo quanto dichiarato dall'ex-fisico del Pentagono Thomas Burden); chissà cosa sarebbe successo se fosse stato possibile materializzare all'improvviso armi e soldati in punti strategici! Non sappiamo se Karbali ci abbia raccontato solo un mucchio di panzane; i dettagli tecnici della sua scoperta non ci sono stati ovviamente rivelati. Egli disse che i militari turchi, intuendo l'importanza della sua invenzione, confiscarono l'enorme macchinario; e, de facto, tennero il dottore prigioniero nel suo laboratorio. Karbali avrebbe impiegato anni per costruirsi una via di fuga, e vi sarebbe riuscito solo qualche anno fa, grazie alla liberazione delle frontiere. Il suo portentoso marchingegno sarebbe rimasto in mano ai servizi segreti turchi, che avrebbero avuto a disposizione ben vent'anni per studiarlo in santa pace, e per perfezionarlo. Karbali chiedeva adesso agli ufologi un po' di notorietà, pur sapendo di rischiare la vita, nella speranza di trovare uno sponsor con cui ricostruire un modello ridotto della sua macchina. Il dottore ci teneva a precisare di non essere il solito scroccone in cerca in denaro; raccontava di avere depositato a Torino un brevetto, furbescamente incompleto, della macchina; gli era stato subito rubato. Di Karbali adesso si son perse le tracce; le ultime notizie lo volevano sempre in Italia, impiegato presso un altro ospedale. Non sapremo mai se ciò che ha rivelato corrisponda a verità, e se abbia veramente scoperto quel teletrasporto che alcuni ufologi attribuiscono anche agli occupanti degli UFO; in mano ci restano soltanto tre fotografie datate 30 aprile 1989 in cui si vedono delle cellule collocate prima in un punto e, presumibilmente subito dopo essere state irraggiate, scomparire e riapparire in un altro punto. Sempre ammesso che la sequenza mostrata corrisponda alla realtà. Non lo sappiamo. "ARRIVANO GLI ITALIANI!" Concludendo la rassegna di apparizioni UFO ante-litteram, voglio ricordare che il 4 agosto del 1935 la rivista italiana "Illustrazione del popolo", supplemento settimanale della "Gazzetta del popolo", dedicava la copertina alla comparsa di una strana luce sopra il Sinai. Titolando "Il linguaggio degli astri" il settimanale riportava: "Una notte della scorsa settimana nel deserto del Sinai il cielo si illuminò all'improvviso per una meteora di meraviglioso splendore. Gli arabi, che danno molta importanza ai fenomeni celesti e a quello che essi chiamano 'linguaggio degli astri', ne rimasero atterriti: essi affermano che la meteora del Sinai è sempre stata un infallibile segno del cielo annunciante grandi avvenimenti nelle regioni del Mar Rosso". Diverse apparizioni di UFO vennero poi segnalate durante la Seconda Guerra Mondiale, sia nei cieli della Francia che della Germania che del Giappone. Ma anche a Palembang in Sumatra e a Laguna Truk, nell'arcipelago delle Caroline, a dimostrazione di quanto il fenomeno fosse esteso e non certo riconducibile, come pensavano reciprocamente sia gli Alleati che le forze dell'Asse, ad armi segrete o aerei spia del nemico. A Palembang, il 10 agosto 1944, il pilota di un bombardiere B-20 americano, il capitano Alva M. Reida, veniva inseguito da "una strana macchina volante di forma sferica che emetteva una luce vivida e pulsante, lasciandosi dietro una lieve scia azzurro-grigia", durante un'azione su impianti petroliferi giapponesi. Il pilota segnalò lo strano avvistamento al comando di Ceylon. A Laguna Truk, un anno dopo, un bombardiere americano B-24 veniva inseguito per oltre un'ora e un quarto da due "globi infiammati". Nel suo rapporto il pilota precisò che gli ordigni dimostravano un controllo intelligente, come se fossero radiocomandati da terra. I misteriosi ordigni discoidali erano stati avvistati anche parecchi anni prima, in un giorno dell'ottobre del 1935, dall'africanista Pierre Ichac, sopra l'Etiopia. Il nostro uomo stava passeggiando per le strade del centro di Addis Abeba quando notava, ad un crocicchio, un gruppo di persone che indicavano un oggetto discoidale di colore argenteo comparso all'improvviso nel cielo. "Gli italiani!", aveva gridato qualcuno, memore del fatto che le truppe dell'Ala Littoria del duce avevano iniziato l'invasione dell'Etiopia. Ma non cadde alcuna bomba. L'oggetto non identificato rimase immobile alcuni minuti, prima di sparire. Interessantissima però la reazione della gente, di fronte all'ordigno "straniero", la cui origine non poteva che essere italiana (con il senno storico di poi sappiamo che i nostri nonni quella volta non c'entravano). Curiosa la reazione dell'essere umano di fronte all'ignoto, prontamente razionalizzato ed esorcizzato facendo ricorso a presenze conosciute e, pur se ostili, per questo meno paurose. Un atteggiamento mentale del genere spiega, per inciso, quel misto di diffidenza e paura che hanno molte persone di fronte alla consistenza del fenomeno UFO. É interessante, ad esempio, considerare in quale modo sei studenti musulmani della Stowell English Primary School di Bukit Mertajam in Malesia reagirono all'apparizione di cinque insoliti umanoidi scesi da un astronave dinanzi alla loro scuola. I protagonisti di questa storia si chiamano Mohamad Zulkifli, Abdul Rahim, David Tan, Mohamed Alì, K. Wigneswaran (il più interessante ai fini di quest'episodio); del sesto ragazzo non è stato riportato il nome. Era il 19 agosto 1970. I ragazzini, di età variabile tra i sei e gli undici anni, descrissero gli esseri come una via di mezzo fra un folletto dagli stivali a punta ed un vecchio personaggio dei fumetti statunitensi, Capitan America. Le creature erano alte tre pollici; quattro indossavano una tuta blu, la quinta aveva una tuta gialla; quest'ultimo, identificato come il capo, venne descritto con indosso un'uniforme piena di stelline sul petto e con delle strisce lungo le maniche (in pratica, la bandiera americana); calzava grossi stivaloni dalla punta rialzata di tipo arabo e portava una sorta di calzettoni. Aveva un vistoso paio di corna e gli occhi di tipo ovale (il viso era abbastanza simile ad un Grigio, se non fosse che gli occhi avevano delle normali pupille). Gli esseri erano usciti da un tipico disco volante, sottile, atterrato nel giardino della scuola ove i ragazzini stavano giocando. Gli esseri imbracciavano dei fucili in miniatura. Mentre la sottile creatura che sembrava essere il capo era intenta ad incastrare una sorta di ordigno in un vicino albero uno dei ragazzi, Wigneswaran, cercò di avvicinarsi per catturarlo, ma gli alieni lo colpirono con le loro pistole laser. A quel punto gli altri ragazzini scapparono via; più tardi Wigneswaran venne trovato da un insegnante; piangeva accanto ad un cespuglio ed aveva un marchio rosso ove era stato colpito dal laser. Gli altri ragazzi riferirono, nei giorni seguenti, del loro incontro con gli alieni all'insegnante; quest'ultimo, convinto che i sei stessero fantasticando, li mise più volte alle strette, ma i sei insisterono nel dirsi sinceri. Il loro racconto, però, fa riflettere. Perché se da una parte gli occidentali sono spesso terrorizzati da creature aliene visti con tratti orientali (i Grigi - e già nel nome attribuito, variante di negro - vi è un che di razzista) che incarnano la paura del diverso, gli orientali parimenti sono terrorizzati da esseri visti più simili agli occidentali: vestiti come nei fumetti americani nel caso di Bukit Mertajam, dalla pelle bianca negli episodi di rapimenti nell'Africa Nera (i mutende-ya-nghenghe degli zulù). Chiaramente non si tratta di costanti, visto che la casistica ci presenta una varietà di umanoidi quanto mai eterogenea, ma è interessante sottolineare come in questi racconti possa giocare un fattore emotivo, non necessariamente attendibile e soggettivo, che tende a rivestire l'alieno sconosciuto con luoghi comuni attribuiti a culture sentite come nemiche (circa il caso del Capitan America cornuto, ricordiamo che molti islamici considerano gli Stati Uniti il regno del Grande Satana). Se da una parte molti islamici sono pronti a giurare di non essere turbati da eventuali presenze esterne, è altresì vero che quando certe presenze si mostrano in maniera così ravvicinata, come in Malesia, qualunque proposito va a farsi benedire. Qui si esce dal campo delle possibilità e delle opinioni per entrare in un mondo assai più spaventoso, perché di esso sappiamo ben poco. Per questo non ci stupisce leggere la relazione della terrorizzata Gamida, una donna africana musulmana vittima di rapimenti UFO; chiunque, al di là delle credenze religiose, del folclore o delle convinzioni buoniste, proverebbe nelle sue condizioni un ragionevolissimo terrore nel trovarsi dinanzi i 'visitatori' in camera da letto. Gamida (pseudonimo, essendo la donna letteralmente terrorizzata all'idea che la sua storia possa essere conosciuta) è una madre africana, figlia di un indiano e di una malese; è di religione musulmana ed ha dichiarato all'ufologa sudafricana Cynthia Hind di avere avuto diversi contatti con "gli esseri". "Ogni volta che stanno per arrivare", ha raccontato la donna, "la loro venuta è preceduta da dei rumori sinistri: pesanti battiti d'ali, vibrazioni, suono di sveglie. Mi rendo conto che lavorano sulla mia testa, mi toccano in fronte, sul viso, sulla bocca. Io grido, cerco di dibattermi ma dalla mia bocca non esce alcun suono e il mio corpo non si muove. Io sono terrorizzata e quando mi corico lascio la luce e la radio accese tutta la notte. Inizialmente, prima che tutto questo accadesse, sentivo dei ticchettii, come di una chiave che girava in una serratura. Un giorno ho visto una specie di scimmia (descrizione che calza a pennello per un Grigio, n.d.A.). Ho chiuso gli occhi, spaventata, ed ho sentito che mi soffiava nell'orecchio destro. Poi se ne è uscita dalla finestra chiusa! (altra caratteristica ricorrente in questo tipo di racconti, per quanto incredibili siano, n.d.A.). Mio fratello, un uomo religioso, è venuto a tenermi compagnia per diverse notti, in seguito. Quando c'era lui non accedeva nulla. A volte quando i miei fratelli pregavano, le entità se ne andavano. Un giorno gli esseri cercarono di portarsi via mio figlio. Lui gridò aiuto. Io tesi la mano, per cercare di trattenerlo... ma afferrai una sorta di pinza dura, secca, vecchia e nodosa. Ho convinto mio figlio a non parlare a nessuno di questo... Quando l'ombra soffia nel mio orecchio, il mio corpo trema violentemente; è una scossa interna, come se qualcosa mi percorresse interiormente. A volte i miei fratelli mi soffiano sul viso, per scacciare il demone, ma non funziona". Dopo alcuni di questi incontri notturni, Gamida ha scoperto di trovarsi dei marchi sul corpo (altro elemento ricorrente nei rapimenti UFO). Addirittura un giorno un suo amico, nel vederle uno di questi marchi sul collo, ha pensato che la donna avesse una relazione extraconiugale, avendo scambiato la cicatrice per un succhiotto. Gamida vive nella paura; identifica gli esseri nei demoni; ed i suoi fratelli cercano di sottoporla ad esorcismo secondo i dettami del folclore islamico. É chiaro che in certi paesi ove la cultura è meno condizionata dalla tecnologia spaziale dell'era atomica, eventi di questo tipo non possono che essere riletti in chiave mitica.