Ravenna, Domenica 18 gennaio 1998.

Oggi sono in veste di padre-accompagnatore-autista, alla guida di un pulmino dove sette piccoli mostri saltano da un sedile all'altro come scimmie in gabbia, mentre una piccola ma accogliente palestra vicino al centro di Ravenna ci attende per disputare la prima gara del TROFEO DELL'ADRIATICO.

Per essere preciso, solo sei dei mostri saltano, il settimo, dietro al mio sedile, con la bocca a meno di due centimetri dal mio orecchio destro sta martellandomi i timpani a suon di domande, barzellette, canzoni, versi di animali, cartoni animati ed altro ancora... Tutto sommato, però non va male. Modena non dista gran chè da Ravenna, e dopo un paio di giri in tondo, una decina di domande ai passanti, una telefonata a Luigi e una ad Ariano, eccoci finalmente di fronte all'immancabile cartello bianco verde e rosso "FASI". Ancora pochi secondi, poi, con un unico urlo di gioia, tutti e sette i mostri si tuffano d'un balzo dentro la palestra.

A questo punto, nella veste di padre-accompagnaore-autista potrei quasi disattivare il cervello e attendere in rassegnata quiete l'ora del rientro, ma so per esperienza diretta che dove finisce il mio lavoro comincia, o meglio, continua il lavoro di molti altri... Già, i tracciatori sono al lavoro da giorni, gli organizzatori sono in ballo da mesi con riunioni su riunioni per fissare il calendario, i regolamenti e la partecipazione. I responsabili delle società hanno rotto le scatole in lungo e in largo a caccia di sponsor, di collaboratori e di patrociniatori. Trincerati nella stanza dei giudici, un manipolo di arditi sta cercando di mettere ordine nelle idee proprie e in quelle di qualche Kilobyte di memoria del computer. Sulla scrivania delle iscrizioni girano con frenesia banconote da cinquanta mila alla disperata ricerca di un resto che va e viene come una pallina magica impazzita. Altri ancora tirano fuori corde, moschettoni, imbraghi e ferraglie di varia foggia. Team manager che tentano spasmodicamente di raccogliere i mostri di loro pertinenza, genitori un po' ovunque e soprattutto mostri ovunque.

Bambini, per lo più. Bambini con alle spalle mesi e mesi di banco di scuola, di domeniche piovose e di corsi di inglese per le elementari. Bambini costretti a sedere per dieci ore al giorno che adesso saltano, corrono, gridano, ballano, ridono, piangono e giocano, proprio come se fosse un loro diritto saltare, correre, gridare, ballare, ridere, piangere e giocare.

Per i nostri bambini è questa mole di lavoro, il lavoro che si vede e anche quello che non si vede, un quantità enorme di tempo e di sforzi, di pensieri, di progetti e anche di soldi. Tutto questo per i nostri bambini.

A fatica, in mezzo al brulicare di mostri e di adulti che popola la palestra, armato di una telecamera e di quel mirino che, impietoso, strappa brandelli di realtà per ricucirli su un nastro magnetico, mi accingo a sottrarre immagini, a rubare sguardi, a trafugare gesti e smorfie, a carpire l'anima di questa varia umanità che segue attenta e insieme svogliata il filo ben unto e scorrevole di questa gara di arrampicata.

Così, tra riprese, controlli, esperimenti e visite alla stanza del computer, per alcune ore mi dimentico dei miei figli.

E' per caso che dopo in po', a fine gara, scrutando tra la gente e alla ricerca di qualche bella scena da riprendere, ne trovo uno, in pedi di fronte al tavolo imbandito di coppe pronte per le premiazioni.

E' Daniele, che da quando arrampica non ha mancato quasi neanche una competizione senza mai riuscire a vincere una sola coppa. Da un mezzo metro di distanza, con il capo chino e le braccia abbandonate verso il basso guarda con fare triste lo sfavillio dell'ottone lucidato. Passano alcuni secondi e, mentre un istinto antico di protezione spinge perchè io vada a consolarlo, un istinto contrario e misterioso mi trattiene al mio posto. Per qualche oscuro motivo non riesco a partire e resto muto e immobile a guardare mio figlio che altrettanto muto e immobile continua a guardare le coppe. Passa un minuto, forse due, poi con andatura poco naturale gli vado accanto e gli poso una mano sulla testa. Lui si appoggia al mio fianco e per qualche altro istante restiamo in due, come due allocchi davanti alla tavola dei premi.

Questo è uno sport strano, uno sport che non lascia spazio alle fantasie di nessuno, ma che, al tempo stesso, richiede una gran quantità di immaginazione. E' uno sport che richiede mesi e mesi di sforzi per capire che la sola forza non serve a nulla.

Daniele adesso si diverte, gioca e si diverte con gli altri bambini e continua a sognare che un giorno vincerà pure lui una coppa. Per quanto continuerà a farlo non possiamo saperlo. Non sappiamo se un giorno riuscirà a vincerne una di coppe, se si stancherà di sognare, se diventerà un arrampicatore o un impiegato di banca o un furfante o chissà cos'altro. Sappiamo solo che adesso è un bambino e per questo, sgobbando dalla mattina alla sera, gli organizziamo un gioco, un gioco strano quanto è strana la vita, con sessanta iscritti, diciotto coppe e un unico lontanissimo Brenna.

Un saluto dal vostro Webmaster e buone arrampicate!