Lungro splendori orientali

 

Quell’anno 1848. . . . . . .

UN EPISODIO DELLA LOTTA PER IL SALE

NELLA LOCALITA’ MONTANA DI TAVOLARO

 

   La grande falda di salgemma della Salina di Lungro, come risaputo e riportato da varie relazioni geologiche, non è che una parte di un lungo filone sotterraneo che dai monti dell’Orsomarso si dirama verso la Pre Sila,Longobucco,proseguendo sino a Cirò e Belvedere di Spinello. Sui monti dell’Orsomarso o della Palanuda, che dir si voglia, in località Piano di Tavolaro, questo filone di cloruro di sodio affiora quasi a livello del suolo ed è stato oggetto, nel corso dei secoli, di prelevamento abusivo del minerale da parte delle popolazioni che gravitano attorno al massiccio montuoso. Si dice che anche i romani della colonia di Copia, costruita sulle rovine dell’antica Sibari, si rifornissero di quel sale. Ed è proprio a Tavolaro che doveva passare la famosa strada del sale che conduceva poi sulla costa tirrenica. Una via di comunicazione istimica realizzata sembra per la presenza del prezioso salgemma a Lungro ed a Tavolaro. Non a caso, a metà strada tra Piano di Campolongo e quello di Tavolaro, esiste un altro pianoro detto del Minatore.

Fino ad un secolo addietro, infatti, i paesi ubicati sul versante pedemontano tirrenico (Orsomarso, Verbicaro, Grisolia ed altri) venivano riforniti del sale di Lungro a mezzo di carovane di muli che percorrevano questa pista di montagna.

L’importanza della “cava” salifera di Tavolaro, per molte famiglie indigenti dei comuni limitrofi, la cui economia poverissima si reggeva in pratica del magro reddito agro-pastorale, rappresentava l’unica fonte di sostentamento. Il ricavato della vendita abusiva del salgemma, in un sistema di reale contrabbando, eludendo gli aggravi fiscali, rappresentava un sicuro guadagno per queste famiglie.

L’intervento dello Stato non si era fatto attendere anche in quella sperduta area montana interna del Pollino sud-occidentale. Le lotte furono cruenti e con la repressione il governo pose termine,con la chiusura della cava, a quella illegalità non più sopportabile e che aveva determinato notevoli danni all’Erario.

Un significativo episodio degli scontri tra le forze militari governative e gran parte delle popolazioni locali viene riportato dallo scrittore Misefari nell’opera sotto citata, che riprende quanto A. Caldora descrisse in un suo contributo apparso su “Archivio storico per la Calabria e la Lucania”.

Riportiamo quanto scrive il Misefari.

 

 

 

 

Enzo Misefari, Storia sociale della Calabria (Popolo, classi dominanti, forme di resistenza dagli inizi dell’età moderna al XIX secolo), collana “di fronte ed attraverso”, Coop. Edizioni Jaca Book, Milano 1976

 

Parte seconda – Il Risorgimento in Calabria - IV Economia e società

(pagg. 305, 306) ……………………………….

  A questi moti per le terre, aggiungiamo un episodio, anche dell’anno ’48, che può sembrare di lotta operaia, mentre si tratta ancora di un episodio di lotta contadina(*).

   A Verbicaro  e circonvicini comuni della Calabria citra, il proletariato agricolo era agitato, come nel resto della Calabria, dal fatto che non avendo terre da coltivare, tutte usurpate dai nuovi latifondisti, né potendo più esercitare i diritti civici nei terreni rubati al demanio, non sapeva in quale direzione volgersi. C’era in quel territorio comunale, in contrada Tavolaro, una salina chiusa  dalle autorità di governo. Il sale – ce n’era tanto – scavato e venduto di contrabbando avrebbe dato notevole guadagno e avrebbe alla fine costretto il governo a riaprirla, dando ai paesi in movimento lavoro e pane per centinaia di famiglie. Nei primi giorni del maggio “dugento e più persone a mano armata e già qualche tempo si sono dedicate allo scavo della soppressa salina di Tavolaro, in provincia di Cosenza ed allo smaltimento di quel sale di contrabbando. A quella forza imponente avvalorata dal concorso degli aderenti tra queste popolazioni, è insufficiente la forza doganale”(**). In realtà la “forza doganale” aveva di fronte le popolazioni di cinque paesi: Mormanno, Lungro, Verbicaro, Saracena e San Donato, compatte nell’idea di sfruttare la miniera e cavarne un guadagno e disposte a battersi per proteggere e difendere i lavori di estrazione del minerale.

   Ai precedenti si unirono anche gli abitanti di Altomonte ed Acquaformosa. Le guardie nazionali non erano più di settanta ed inoltre a capitanare erano stati i maggiorenti di San Donato i quali avevano uguale interesse che si forzasse il governo a riaprire l’industria ed il commercio del sale.

   Cominciò l’assedio “militare” intorno alla miniera e agli improvvisati minatori. L’ordine era prima di tutto di impedire la vendita di contrabbando del salgemma. Ogni tentativo di rompere la rete di sorveglianza fu stroncato: furono arrestati due contadini che portavano il sale in bisaccia e un terzo che aveva caricato una “vettura” (asino e mulo). Gli arrestati furono denunziati alla gran corte criminale “per furto qualificato commesso”. La vendetta dei capi della massa al lavoro – certi Cagliolo e Vaccaro di Lungro (uno degli arrestati era fratello del Cagliolo) – non si fece attendere, fu spedita una squadra di 12 contadini sul fondo del comandante delle guardie per distruggere la “mandra” e recargli il massimo danno.

   Dopo di che qualcuno parlò di “brigantaggio”.

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(*)  L’episodio, con relativi documenti, fu messo in luce da A. Caldora in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, a XXIX, 1960, fasc. 1, già cit.

(**)  Dal r apporto del giudicato regio di Verbicaro in data 15 novembre 1848, n. 380