La grande falda di salgemma della Salina di
Lungro, come risaputo e riportato da varie relazioni geologiche, non è che una
parte di un lungo filone sotterraneo che dai monti dell’Orsomarso si dirama
verso la Pre Sila,Longobucco,proseguendo sino a Cirò e Belvedere di Spinello.
Sui monti dell’Orsomarso o della Palanuda, che dir si voglia, in località Piano
di Tavolaro, questo filone di cloruro di sodio affiora quasi a livello del
suolo ed è stato oggetto, nel corso dei secoli, di prelevamento abusivo del
minerale da parte delle popolazioni che gravitano attorno al massiccio
montuoso. Si dice che anche i romani della colonia di Copia, costruita sulle
rovine dell’antica Sibari, si rifornissero di quel sale. Ed è proprio a
Tavolaro che doveva passare la famosa strada del sale che conduceva poi sulla
costa tirrenica. Una via di comunicazione istimica realizzata sembra per la
presenza del prezioso salgemma a Lungro ed a Tavolaro. Non a caso, a metà
strada tra Piano di Campolongo e quello di Tavolaro, esiste un altro pianoro
detto del Minatore.
Fino ad un secolo addietro, infatti, i paesi ubicati sul versante
pedemontano tirrenico (Orsomarso, Verbicaro, Grisolia ed altri) venivano
riforniti del sale di Lungro a mezzo di carovane di muli che percorrevano
questa pista di montagna.
L’importanza della “cava” salifera di Tavolaro, per molte famiglie indigenti
dei comuni limitrofi, la cui economia poverissima si reggeva in pratica del
magro reddito agro-pastorale, rappresentava l’unica fonte di sostentamento. Il
ricavato della vendita abusiva del salgemma, in un sistema di reale
contrabbando, eludendo gli aggravi fiscali, rappresentava un sicuro guadagno
per queste famiglie.
L’intervento dello Stato non si era fatto attendere anche in quella
sperduta area montana interna del Pollino sud-occidentale. Le lotte furono
cruenti e con la repressione il governo pose termine,con la chiusura della
cava, a quella illegalità non più sopportabile e che aveva determinato notevoli
danni all’Erario.
Un significativo episodio degli scontri tra le forze militari
governative e gran parte delle popolazioni locali viene riportato dallo
scrittore Misefari nell’opera sotto citata, che riprende quanto A. Caldora
descrisse in un suo contributo apparso su “Archivio storico per la
Calabria e la Lucania”.
Riportiamo quanto scrive il Misefari.
Enzo Misefari, Storia
sociale della Calabria (Popolo, classi dominanti, forme di resistenza dagli
inizi dell’età moderna al XIX secolo), collana “di fronte ed attraverso”,
Coop. Edizioni Jaca Book, Milano 1976
Parte seconda – Il Risorgimento in Calabria - IV Economia e
società
(pagg. 305, 306) ……………………………….
A questi moti per le terre, aggiungiamo un episodio, anche
dell’anno ’48, che può sembrare di lotta operaia, mentre si tratta ancora di un
episodio di lotta contadina(*).
A Verbicaro e
circonvicini comuni della Calabria citra, il proletariato agricolo era agitato,
come nel resto della Calabria, dal fatto che non avendo terre da coltivare,
tutte usurpate dai nuovi latifondisti, né potendo più esercitare i diritti
civici nei terreni rubati al demanio, non sapeva in quale direzione volgersi.
C’era in quel territorio comunale, in contrada Tavolaro, una salina chiusa dalle autorità di governo. Il sale – ce
n’era tanto – scavato e venduto di contrabbando avrebbe dato notevole guadagno
e avrebbe alla fine costretto il governo a riaprirla, dando ai paesi in
movimento lavoro e pane per centinaia di famiglie. Nei primi giorni del maggio
“dugento e più persone a mano armata e già qualche tempo si sono dedicate
allo scavo della soppressa salina di Tavolaro, in provincia di Cosenza ed allo
smaltimento di quel sale di contrabbando. A quella forza imponente avvalorata
dal concorso degli aderenti tra queste popolazioni, è insufficiente la forza
doganale”(**). In realtà la “forza doganale” aveva di fronte le
popolazioni di cinque paesi: Mormanno, Lungro, Verbicaro, Saracena e San
Donato, compatte nell’idea di sfruttare la miniera e cavarne un guadagno e
disposte a battersi per proteggere e difendere i lavori di estrazione del
minerale.
Ai precedenti si unirono anche gli abitanti di Altomonte ed Acquaformosa.
Le guardie nazionali non erano più di settanta ed inoltre a capitanare erano
stati i maggiorenti di San Donato i quali avevano uguale interesse che si
forzasse il governo a riaprire l’industria ed il commercio del sale.
Cominciò l’assedio “militare” intorno alla miniera e agli
improvvisati minatori. L’ordine era prima di tutto di impedire la vendita di
contrabbando del salgemma. Ogni tentativo di rompere la rete di sorveglianza fu
stroncato: furono arrestati due contadini che portavano il sale in bisaccia e
un terzo che aveva caricato una “vettura” (asino e mulo). Gli arrestati
furono denunziati alla gran corte criminale “per furto qualificato commesso”.
La vendetta dei capi della massa al lavoro – certi Cagliolo e Vaccaro di Lungro
(uno degli arrestati era fratello del Cagliolo) – non si fece attendere, fu
spedita una squadra di 12 contadini sul fondo del comandante delle guardie per
distruggere la “mandra” e recargli il massimo danno.
Dopo di che qualcuno parlò di “brigantaggio”.
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(*) L’episodio, con
relativi documenti, fu messo in luce da A. Caldora in Archivio Storico per
la Calabria e la Lucania, a XXIX, 1960, fasc. 1, già cit.
(**) Dal r apporto del
giudicato regio di Verbicaro in data 15 novembre 1848, n. 380