Pagina del Libro d'Ore, miniata da Belbello da Pavia tra il 1430 e il 1462 - Firenze, Biblioteca Nazionale


Pochi studi hanno la voluttà degli studia humanitatis; forse solo l'esegesi del testo sacro, con cui del resto hanno punti in comune, la luce del testo, la quiete dell'hortus conclusus. Nel suo inconscio l'umanista è convinto che il mondo classico è superiore a ogni altro, e scrivere in latino, aggiungendo qualcosa a quella lingua immobile ma non morta, è un godimento orgoglioso, tra il mistico e il sensuale. Questo umanista puro, paradossalmente, è più frequente in tempi postromantici. Ci sono molti gradi e molte forme di Umanesimo, fino alle più modeste. Proprio gli iniziatori non sono i più seducenti, per quanto benemeriti ed entusiasti. Coluccio Salutati (1331-1406) e Niccolò Niccoli (1364-1437) furono antiquari e grandi collezionisti, benché preziosi. Poggio Bracciolini (1389-1459) fu grande ricercatore e scopritore di testi, ma le sue scoperte sono guastate da una retorica un po' ingenua; per esempio, quando rinvenne nella biblioteca di San Gallo un Quintiliano, assicurò di dare al mondo «perfectam scientiam recte dicendi», «la perfetta scienza dello scrivere»: è troppo, anche per quei tempi e per quell'ammirazione. Il romano Lorenzo Valla (1497-1557), illustre per le sue Elegantiae linguae latinae, effettivamente fondamentali nella storia del classicismo, non supera i meriti di ogni vero insegnante, quello di aver insegnato ciò che oggi sappiamo. La sua esaltazione dei Romani come diffusori del latino nel mondo è piena di retorica. Dice «noi» a proposito dei Romani e parla degli altri come «barbari». È tra gli iniziatori del nazionalismo umanistico. Il suo De voluptate, a dispetto del titolo, è non poco soporifero. Questi non artisti artigianali, ma altamente artigianali, hanno un altro merito che il genio, quello di avere creato la filologia, che è nata classica e resta classica. Quello che diventò poi, nell'Ottocento, il solenne «testo critico», faceva parte di questo artigianato. Restauravano, come già aveva fallo Petrarca. E come Petrarca crearono una repubblica degli umanisti, da cui nacquero epistolari che restano la cosa letterariamente più viva dell'Umanesimo. Ma l'abbiamo già visto con Petrarca, non è l'antico che trasforma, è un uomo nuovo che cerca, per affinità, l'antico; e il solco della media aetas si fece più profondo.

Nuovi uomini non significa gli uomini maggiori, e ci sembra eccessivo intestare a loro quell'epoca che chiamiamo l'Umanesimo. Alla base di questo privilegio c'è il prestigio di cui godettero i latinisti nel Quattrocento. Ma c'erano anche artisti e filosofi. Questi ultimi non rientrano nel nostro discorso, ma ne ricordiamo i più interessanti dal punto di vista letterario: Marsilio Ficino (1433-1499), «il novel Plato», come lo salutò Lorenzo il Magnifico, maestro d'un idealismo più umano e affettivo (e molto cristiano) di quello di Platone ma troppo minore per astrazione, per idéa; annunciatore dell'amore come Eros dello spirito, poté molto sulla concezione della bellezza rinascimentale, sull'«idealismo» come ancora si intende generalmente in Italia. Pietro Pomponazzi, di Mantova (1462-1524), che pagò la sua eterogeneità al prezzo terribile della «doppia verità», per cui coesistono una verità di fede e un'altra della ragione; triste dicotomia, non nuova ma sempre più necessaria, che gli permise almeno di suicidarsi e a sessantun anni.

E Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494).

Era un giovanissimo assetato di spiritualità, e la cercò con inevitabile insoddisfazione in università di tendenze disparate, l'aristotelica Padova e Parigi, e poi, a sue spese, volle farne le assise universali. Annunciò, come d'uso, le sue tesi - ben novecento - e chiamò a discuterle tutti i philósophoi, naturalmente a Roma, anzi in Apostolico Senatu. La Curia si affrettò a procrastinare, escluse molte tesi, sostanzialmente impedì il congresso della verità. E Pico, per sicurezza, tornò a Parigi, dove però fu imprigionato. Venne liberato solo per l'intervento di Lorenzo il Magnifico. Non vogliamo parlare di persecuzione, ma il De hominis dignitate, la prolusione del congresso, doveva apparire pericolosa quanto oggi è fascinosa. Anche se non ci fu, sentiamo davanti quello che Pico sentiva o immaginava, tutto un pubblico, mille visi partecipi della sua ebbrezza. E un sogno segreto degli spiriti ardenti, in Italia: Foscolo a Pavia, d'Annunzio a Venezia... Aveva ventiquattro anni. Apre con citazioni rarissime e con un discorso originario di Dio ad Adamo, che è proprio un peccato non abbia fatto: «Non ti ho dato una sede precisa e un aspetto specifico o un compito peculiare, Adamo!» e continua: «Tu sceglierai, o uomo. Sei al centro dell'universo e potrai avere il luogo che vorrai tra l'orrore e la miseria animale e la luce, la divinità dello spirito». Finalmente abbiamo un'idea chiara di quella «centralità dell'uomo» che è un luogo comune con cui si definisce il Rinascimento. Era, in sostanza, la libertà dello spirito. Non è un itinerarium unico, anche se il termine è «nell'ombra solitaria del Padre»; e l'intelletto può fare l'uomo divino, Dei filius. Quando si parla di «mente» e di divinità umana si entra nell'ambito pitagorico e neo-platonico, e questa è la linfa del libro. La passione spirituale gli ha fatto cercare semi di spiritualismo in tutte le sue avide letture, la Bibbia, il platonismo del III e IV secolo d.C., l'inaspettata letteratura greco-egiziana di Ermete Trismegisto; e non gli bastava. C'è la Cabala, che ha raccolto (questo è il significato della parola) una rivelazione segreta fatta a Mosè, e contiene già tutte le verità del Cristianesimo; c'è l'Orfismo, che ha insegnato la potenza del numero; e c'è la Magia, non quella povera del demonio, ma quella divina che fa del pensiero il signore della natura. Raramente, o forse mai, lo spiritualismo rinascimentale ha pagine così sinceramente brucianti. Viene in mente un libro dimenticato, già fortunatissimo proprio tra i giovani, il Leonardo di Merezkovskij. il De hominis dignitate non sarebbe così legittimo se non ci fosse stata l'assenza della scienza. A Firenze scrisse e dedicò a Lorenzo l'Heptaplus (il «settemplice»), commento quasi esoterico del Genesi; insistette perché fosse invitato il Savonarola, già conosciuto a Ferrara, al quale si legò in modo singolare. Il grande spiritualista forse preferiva quest'uomo profetico, nemico della cultura, a quei doni molto equilibrati. Morì avvelenato nel 1494.

Per lo più gli umanisti non uscivano dal loro hortus conclusus; caso tipico, Giovanni Pontano (1429-1503), autore di versi freschissimi, che non volle scrivere se non in latino. Al contrario, gli artisti, anche colti, tendevano a lasciarlo. Il caso maggiore è quello di Leon Battista Alberti (1404-1472), i cui libri Della famiglia sono in volgare, se la lingua in cui sono scritti si può dire tale; è un latino mascherato insidiosamente, e un po' pesantemente. Non lo si direbbe l'autore dell'elegante Tempio Malatestiano: «pensava in marmo», avrebbe detto Oscar Wilde.

Concludiamo con l'uomo «sanza lettere» grande, Leonardo da Vinci (1452-1519). Chi ne legge l'opera in volgare non lo crederebbe il fratello ignaro dì Prassitele. Era osservatore unico. Il suo sguardo spaccava le cose, intravvedendovi quelle che chiamiamo leggi fisiche. Ma anche simboli, di cui è sovrabbondante: exempla, «moralità», minuzie dai significati assoluti, mille altre preziosità del Medio Evò più condensato. La sua pittura si direbbe una fuga da quello sguardo crudele con cui interrogava il mondo reale.