Perchè secondo noi vale la pena fare un viaggio in Terra Santa: appunti di viaggio





Il nostro pellegrinaggio in Terra Santa è nato dall’esigenza di penetrare più in profondità il mistero della nostra fede. Molto importante è stato per noi incontrare durante lo scorso inverno, P. Cesare Geroldi, un gesuita della Comunità del Centro Poggeschi di Bologna, che ha tenuto nella nostra Parrocchia il corso di Introduzione alle Sacre Scritture, uno dei 4 insegnamenti dell’anno base di teologia.
E’ qui che siamo venuti a conoscenza del viaggio che P. Cesare avrebbe organizzato dal 29 luglio al 13 agosto in Terra di Israele. Dopo qualche giorno di riflessione sulla proposta, abbiamo pensato che non era il caso di lasciar perdere questa occasione che poteva costituire una tappa importante per il nostro cammino di fede. Così ci siamo lanciati in questa avventura insieme ad altri 35 giovani, per lo più studenti universitari di Bologna e non, accomunati dal grosso desiderio di vivere insieme questa bella esperienza.
Lo spirito con cui abbiamo affrontato il pellegrinaggio, seguendo il consiglio della nostra guida, è stato quello di allertare i nostri sensi, così da essere attenti a ciascun colore, odore, sapore, cercando di cogliere nella sua interezza la ricchezza di questa terra capace di suscitare emozioni, domande e riflessioni.
Il punto di partenza e di arrivo del pellegrinaggio è stato Gerusalemme.
Partire da Gerusalemme, visitando il museo della città di Davide, ci ha permesso di conoscere le vicende storiche della Terra di Israele; in questo modo è stato possibile, nei giorni seguenti, collocare luoghi e brani della Scrittura in un contesto storico, il che ci ha aiutato a coglierne aspetti più profondi e a leggerli in una visione più ampia.
Tornare a Gerusalemme ha significato rivedere luoghi già noti, ma con uno sguardo e un cuore animati da una tensione nuova, alla luce di quanto vissuto nei giorni precedenti. Questo ritornare agli stessi luoghi con uno sguardo arricchito è segno della vita di fede, che ci propone di tornare più volte sulla medesima realtà, ma ogni volta auspicabilmente con una percezione più matura, frutto del cammino di Fede.
Dopo i primi giorni a Gerusalemme, la nostra avventura è proseguita ripercorrendo la storia dell’operare di Dio nel mondo, a partire dalla Creazione. Abbiamo quindi visitato, cominciando dal sud del paese, nella regione del Neghev, il Mar Rosso, il Red Canyon, la sorgente di Ein Avdat e il Mar Morto.
Essersi immersi nel Mar Rosso ammirandovi una incredibile varietà di pesci e coralli di svariati colori, così come camminare nella valle del Red Canyon ricco di rocce dalle variegate forme e sfumature, ci ha parlato della fantasia del Dio Creatore e della Sua intenzione buona nell’animare il Creato stesso.
Nonostante questo, noi cristiani non abbiamo una festa in cui si loda il Dio Creatore, differentemente dalla religione ebraica. Di conseguenza la quotidianità delle cose ci appare scontata, e non sappiamo lodare Dio per questo.
I luoghi citati, però, non solo ci parlano del Dio Creatore, ma sono anche i luoghi dove Dio storicamente ha stretto l’Alleanza con il popolo eletto.
Tuttavia, una differenza fondamentale che intercorre tra Creazione e Alleanza, consiste nel fatto che la Creazione è per noi indipendentemente da noi, mentre l’Alleanza è per noi ma non senza di noi, cioè richiede comunque la nostra personale adesione.
Ma come entrare in Alleanza con Dio? Ci si è interrogati molto su questo mistero e di particolare aiuto ci è stato il ripercorrere il cammino del popolo di Israele dall’Egitto alla Terra Promessa, utilizzando la tecnica della drammatizzazione. Abbiamo tentato di calarci nei panni e nella psicologia dei personaggi facendo emergere l’ipocrisia latente in noi, il nostro sentirci legati alle cose materiali, al nostro tempo, all’incapacità di donarci agli altri secondo i carismi ricevuti.
La drammatizzazione è importante, perché rappresenta un processo lento che ti fa valutare tutti gli aspetti che comportano l’aderire ad una scelta piuttosto che ad un’altra. Ciò consente al nostro cuore di liberarci lentamente del Faraone che è in noi. Lasciando il deserto, passando attraverso la depressione del Mar Morto e costeggiando la valle del Giordano, dove Gesù fu battezzato ed iniziò in modo più consapevole a comprendere la sua natura divina incarnata, abbiamo raggiunto la Galilea. Tutto era cambiato: la terra molto fertile, i campi pieni di bananeti rigogliosi, canali d’acqua a fianco della strada.
Eravamo finalmente nel paese dove "scorre latte e miele", ed in particolare la nostra prima tappa è stata Nazareth, città a noi tutti nota che ha accolto per 30 anni Gesù, figlio di Dio. Eravamo emozionati, come i nostri compagni di viaggio del resto: la maggior parte di noi non aveva mai immaginato la vita di Gesù prima del suo periodo pubblico, quello che tutti noi conosciamo.
Subito i nostri occhi sono stati attratti dalla moderna cupola che si staglia sulla collina: era la "Basilica dell’Annunciazione", sorta sulla grotta in cui, secondo la tradizione, è avvenuta l’Annunciazione a Maria e dove probabilmente abitava la famiglia di Gesù.
Ricercando quello che era la Nazareth del tempo di Gesù, è stato molto interessante scoprire come questa città 2000 anni fa non era che un piccolo villaggio.
Gli scavi archeologici hanno messo in luce che circa 40 famiglie abitavano le grotte della collina. Insomma Gesù abitava in un piccolo angolo del mondo in una piccola comunità di ebrei.
Incredibilmente nasceva un elemento nuovo a cui noi spesso non pensiamo, ovvero la NATURA UMANA DEL FIGLIO DI DIO.
Di fronte a noi c’era quindi un Gesù immerso in una dura quotidianità fatta di lavoro faticoso - era infatti manovale - di preghiera, di obbedienza verso i genitori.
Scoprire questo è stato importante per tutti noi partecipanti al viaggio, perché è un po’ quello che viviamo, e siamo chiamati a vivere: affrontare con giustizia e grazia le cose che ogni giorno facciamo.
Questo ci rende più sereni nelle giornate che ci sembrano più noiose e insignificanti, perché anche Gesù avrà provato sentimenti di stanchezza. Quindi Nazareth ci insegna che per seguire la sua parola è importante essere umili, cioè avere la capacità di essere grandi nel proprio piccolo.
Tutti noi siamo rimasti colpiti quando Padre Cesare, la nostra guida, ci ha raccontato che pochi chilometri dal villaggio c’era una grande città romana chiamata "Sefforis". Oggi si possono visitare le imponenti rovine che mettono in mostra l’ingegno umano nella costruzione di opere pubbliche: l’acquedotto, le cisterne, l’anfiteatro, il cardo e i bagni pubblici.
Gesù, secondo Padre Cesare, deve aver lavorato in questa città così vicina a casa e sarà di conseguenza venuto in contatto con la vita pubblica della città; per esempio avrà forse visto qualche rappresentazione teatrale messa in scena all’anfiteatro.
E’ emerso quindi che la formazione di Gesù è avvenuta in un contesto culturale molto attivo e variegato: infatti oltre alla cultura greco-romana Sefforis aveva al suo interno anche una comunità ebraica; la città ospitava dunque diverse religioni e culture.
Gesù doveva conoscere molto bene le credenze e il modo di intendere la vita dei pagani. E’ proprio dal confronto con questo mondo che nasce il suo messaggio di salvezza.
Sefforis è stata per lui una palestra, un luogo di apprendimento e molte delle cose che poi disse e fece, descritte nei Vangeli, si possono rivedere alla luce di queste nostre scoperte.
Il messaggio che ci sembra di cogliere in tutto questo è che tutti noi non dobbiamo isolarci dal mondo, perché è proprio attraverso il confronto con gli altri e con ciò che è diverso da noi che possiamo approfondire o scoprire la nostra fede. Dopo aver visitato altri luoghi significativi della missione di Gesù in Galilea, tra cui il lago di Tiberiade, Cafarnao, il monte delle Beatitudini, Gerico, ci siamo diretti nuovamente verso Gerusalemme, gustando durante il tragitto lo splendido spettacolo del deserto di Giuda: centinaia di dune riflettevano i raggi del sole ormai al tramonto. Soffiava un vento caldo su di noi, un po’ lieve ed un po’ impetuoso, come lo Spirito Santo che, sebbene sempre presente, talvolta fatichiamo a percepire, talvolta invece lo sentiamo trasformare il nostro cuore.
Siamo giunti a Gerusalemme mentre calavano le prime ombre della sera passando davanti alla porta di Damasco, una delle più imponenti della città. Questa porta, assieme ad altre sette, fa parte delle mura che delimitano la città vecchia, costruite nel 1500 dal re ottomano Solimano il Magnifico. Curiosando all’interno di queste mura abbiamo compreso immediatamente il perché Gerusalemme rappresenti il crocevia di tante culture e religioni. Infatti la città vecchia è suddivisa in quattro quartieri: ebraico, arabo, cristiano ed armeno. Comunque la loro convivenza è tuttaltro che facile. Un indice di ciò è la presenza di check-points con metal-detector al confine tra i diversi quartieri, ad es. tra il quartiere arabo e quello ebraico, lungo la via che conduce al Muro del pianto.
Ciò che colpisce di questo fondamentale luogo di culto per la religione ebraica è la capacità di pregare di ciascuno nonostante la confusione, almeno apparente. Gli uomini e le donne pregano separatamente seguendo due liturgie molto diverse: le donne di fronte al muro del pianto pregano in solitudine ognuna per conto proprio, mentre gli uomini si riuniscono in piccoli gruppi e pronunciano e cantano le preghiere sempre ad alta voce. Un ebreo ci ha confidato che la capacità di concentrarsi dipende molto anche dal movimento del corpo, che viene infatti coinvolto nella preghiera, aiutando a mettere tutto se stesso in comunicazione con Dio.
Un altro fatto interessante è la continua presenza davanti al muro di fedeli in preghiera, anche nel pieno della notte. Ma come mai questo nome per un luogo di preghiera? Il nome "Muro del Pianto" deriva da un’errata interpretazione da parte dei cristiani, che vedevano gli Ebrei pregare afflitti ricordando la seconda distruzione del Tempio, avvenuta nel 70 d.c. ad opera dell’imperatore Tito. Proprio questa data segna la distruzione non solo del tempio ma dell’intera città, con la conseguente espulsione degli Ebrei dalla città. Iniziò così la Diaspora, cioè della dispersione degli Ebrei in tutto il mondo. Oggi nell’area allora occupata dal Tempio sorge la moschea di El-Aqsa e la Cupola della Roccia, detta anche Moschea di Omar. Questo è uno dei motivi di tensione tra ebrei e musulmani: non sono pochi infatti gli ebrei che vorrebbero ricostruire un Terzo Tempio in quella zona.
Per noi Cristiani Gerusalemme rimane indissolubilmente legata alla passione di Gesù. In questa città, allora non certo grandissima, sono accaduti i fatti descritti nei Vangeli.
Il Getzemani, il Monte degli Ulivi, il Santo Sepolcro visti oggi attualizzano molti dei passi dei Vangeli e ci avvicinano al loro significato. Ecco perché, secondo noi, vale la pena fare un viaggio in Terra Santa.

Andrea, Antonio, Claudia, Riccardo, Simona