IRPINIA  TARANTOLATA

Capirabballo - CLICCA SE VUOI SENTIRE E LEGGERE IL TESTO DELLA TARANTELLA MONTEMARANESE
Capirabballo

*****

L’omaggio non è formale, né d’occasione. E’ vero e manifesto come l’orgoglio irpino di parlare della propria terra. Terra che si caratterizza nel poco ed offre risicate possibilità di parlare di cose nuove e coinvolgenti.
Qui gli accadimenti, quelli che lasciano segni e strascichi, sono epocali. Anche la cronaca, quando c’è, è quasi sempre spicciola. Ad essa, mancando il nuovo e chi lo sommuove, affidiamo le occasioni per rompere la monotonia della vita e la sua indolenza.
L’Irpinia, proprio per le mancate sfide, si conferma terra di forte radicamento delle tradizioni. Una mistione di confessionale e pagano, di sacro e profano, di strettamente religioso e di atavicamente laico.
Usi e rituali si contano ovunque.
Il tempo presente si connota nel carnevale e, nello specifico, in quei centri laddove tale ricorrenza è un fenomeno di massa: Montemarano, Paternopoli, Castelfranci, Gesualdo. Fino a qualche anno addietro Castelvetere, con carri allegorici e gruppi danzanti mascherati, espressione di contrade e rioni, aveva capitalizzato la vecchia e la nuova tradizione.
Nostalgia di maschere. Che dire dello “Squaquaracchionu”, maschera tipica di Teora, dalle origini indefinibili e certamente meritevole di attenzione da parte degli studiosi della Storia delle tradizioni popolari? E ancora della tragicommedia “Cecilia” rappresentata a Morra De Sanctis? E del testamento carnascialesco di Nusco (ma anche a Montemarano, San Potito Ultra e un tempo pure a Montella)? A Nusco si conferma ricco di informazioni sociali, di intensità lirica, di ritmo e di ricchezza culturale. Unicuique suum, nel bene e nel male. Nel riso sguaiato o nel sorriso malizioso. Materiale propiziatorio, sintesi di ironia ed autoironia, spesso prossimo al sarcasmo, ma ricco di genuina vitalità e di freschezza popolare.
Se il testamento per fluidità e genialità di lingua si adegua al tempo e ai suoi personaggi, piccoli e grandi, ma su cui può incidere a sfregio l’unghia della maldicenza o del pettegolezzo, rimpiangiamo tuttavia la scomparsa delle maschere di un tempo. In origine l’orso: una conferma del legame con la terra ed i suoi riti prossimi alla licenziosità dei fescennini e della satira; poi i diavoli e la loro categoria infernale, caratterizzata da corna mostruose, da una lunga fila legata da pesanti catene ed accompagnata dal fragore assordante di campanacci, ovvero la sfida e la trasgressione verso il mondo degli inferi.
Sintomatiche di un luogo anche le “Zeze” di Bellizzi e di Cesinali, la cui espressione di teatro popolare è retta da quattro personaggi: Pulcinella, la moglie Zeza, la loro figlia Vincenzella con il suo pretendente don Nicola. E gli “ngiarmi” di Montefusco, costruiti a rima baciata e declamati dinanzi alle case di giovani sposi. E che dire della singolarità del ballo “ntrezzo” di Piazza di Pandola, vieppiù la diversità delle maschere di Solofra, chiamate per il loro travestimento “Zingarelle”?
Un posto a parte merita la tarantella, rappresentata da una lunga fila professionale, con movimenti “alti” e “bassi” ovvero della vita e della morte – come hanno scritto Annabella Rossi e Roberto De Simone – che ripropongono nuovi cicli esistenziali, ovvero coincidenti “con la sostanza tellurica ed infera della cultura popolare meridionale”.
Di quel ballo, così partecipato e sensuale, Montemarano è il referente per antonomasia. Concertazione e ritmo sono dettati dalla coralità della fisarmonica, del clarino (un tempo della ciaramella e prima ancora dei frauli o doppio flauto di canna, e forse della stessa zampogna), del tamburello e delle “castagnole”. Il ritmo è incalzante e suggestiona la folla.L’eccitazione diventa un invasamento ostinato e collettivo. Ad intermittenza si leva il grido-imitazione del lupo, mostrando la sua componente liberatoria e protettiva.
A condurre l’immensa sarabanda, come morsa da magica tarantola, è il caporabballo che col suo bastone, nudo di scorza, dirige l’intero corpo di ballo, con autorità riconosciuta.
Quelle note si ripetono sempre uguali e, con poche variazioni tematiche, diventano sempre più intense e coinvolgenti.
Anche la tarantella di Paternopoli ha un andamento vorticoso e pur con un organico ridotto (otto bassi e tamburello) si rivela chiassosa e movimentata, mentre a Volturara ai primi due strumenti si aggiungono le castagnole e il triccheballacche.
Più ovattata è la tarantella di Nusco, espressa pur essa da un otto bassi e tamburello con suoni quasi soffocati, ma non per questo meno appassionata e trascinante.
C’è da sottolineare che pur nella sopravvivenza di tarantelle autoctone, ovvero specifiche di un’identità antropologica e culturale,
“la montemaranese” è quella che ha preso il sopravvento su tutte per la cadenza ritmica e la forza mimica e gestuale.
Il male-peccato, con il rito propiziatorio di carnevale, viene annualmente scacciato.
L’espiazione fa salva l’Irpinia della tradizione che però ha bisogno di liberarsi anche del peccato del male, il cui rituale è contemplato da un non condivisibile uso del potere. E qui la memoria non deve far ricorso all’immaginazione perché può limitarsi a considerare solo la snervante e provocatoria realtà, che da tempo ci sta molto stretta.

Giuseppe Iuliano (Altirpinia n. 3 – 15/02/2002)

SCRIVIMI black.power@tiscalinet.it
WebMaster: Tonino
Ultimo aggiornamento
: 10 febbraio 2002
© Copyright 2000 Nusco nell'arte