Fresco di stampa! Fascismo, guerra, ricostruzione, Concilio, Sessantotto, terremoto, tangentopoli: nelle picccole e grandi vicende di paese, settant'anni di storia degli italiani... Come bambini che giocano sotto gli occhi della mamma.

Copertina del libro ' E una son le stelle - Una processione lunga settant'anni ' di Gerardo Iuliano - Novembre 2001 by Lettere Italiane di Alfredo Guida Editore

 Gerardo Iuliano, classe 1955, medico. 
 Irpino di nascita, vive e lavora a Salerno.
                         Dedica

  Questo racconto è dedicato

  a mio padre, 

  e ai suoi amici e vicini,

  antenati calcinati

  e giovani salme

  di decomposizione più recente

  che insieme,

  nell'aria frizzante

  del cimitero ridente

  aspettano, senza fretta,

  la resurrezione della carne.

Introduzione

 

Si tratta solamente di un preventivo, che scrivo prima ancora di cominciare; non lo so ancora dove andrò a parare.

Però voglio provarci; sono affezionato al paese mio, dove ho portato le ossa di papà, e dove ci sono nonni, bisnonni, e tutto un mondo che spesso sento perso, nella mia memoria e in quella collettiva; è il paese che manca, una rete di rapporti non impossibili; ti senti sperso, nella città, per quanto ci lavori e  nel paese non ci vivresti più, chissà perchè poi, col mito dell'inserimento e la paura che poi i figli, la scuola, l'università, il lavoro. Per quanto, tutto è così precario, oggi. E pure (scusate, vado a suggestioni), pure, dicevo, la trama di affetti del paese rimane precaria, il mondo contadino, che sembrava immutabile, si è perso in venti anni, il paese è moribondo, alla mercè dei finanziamenti post terremoto e dell'assistenza; non crea ricchezza, non serve, vi si vegeta, o, almeno, così pare, a giudicare dai giornali, dalle opinioni che si sentono in giro.

Basta con l'uggia del precario. Se mi metto a scrivere, è per ricercare un filo di stabilità, in un mare di provvisorio. Quello che rimane, è quello che trovo ogni anno, almeno finchè sarà possibile, nella processione del paese, e nella fede di chi vi partecipa, quando penso a mio padre, a mio nonno che l'hanno seguita, per quelle stesse strade, e a mio figlio che ora mi porto dietro, non so fino a quando.

Cercherò di ricostruire degli ambienti perduti, degli ambienti presenti, e il filo che li lega.

 

Mi preoccupa un poco il timore delle reazioni dei paesani, che so di tempra asciutta, sobria, e attenta; temo di poter colpire qualche suscettibilità, involontariamente.

Questo paese ha avuto negli ultimi anni una qualche notorietà, legata prima al terremoto e poi alla politica, cose che pure mi interessano nel racconto, ma che vorrei descrivere da un diverso punto di vista, meno legato alle emozioni momentanee e più ai lunghi periodi.

Devo dire allora che la mia sarà, almeno nelle intenzioni, una confabulazione: brandelli di fatti sono racconti sentiti in varie epoche, ma per lo più nell'infanzia, non so con quante e quali deformazioni, qualche spunto dalla letteratura storiografica e di costume locale, anche qui, probabilmente, con inesattezze, volontarie e non; il resto, mie fantasie che riempiono il non conosciuto come lo immagino io.

Avrei voluto presentare personaggi reali, che mi sono più cari, forse perchè ho vissuto la vita del paese solo da piccolo; pur cercando di conservare il più possibile i cognomi del paese ho preferito alla fine rimescolare nomi, cognomi, e personaggi; spero solo che non capiti chi si trovi un nome, comune in famiglia, affibbiato a qualcuno che, per caso, abbia troppi caratteri appartenenti al suo nemico acerrimo (con questo voglio  anche dire che "ogni riferimento a fatti e persone reali è puramente casuale").

Mi interessano, comunque, più la coralità e l'ambiente che i singoli; volendo ricorrere ai termini musicali, mi piacerebbe, più che la lirica, la sinfonia, o almeno la lirica trasposta per banda, con gli strumenti al posto dei cantanti. Cercherò di limitare al massimo i dialoghi e di usare discorso indiretto, come uno che ascolta, ma non tutto gli rimane. E se i personaggi saranno forse molti, e talora si perderanno di vista per ritrovarsi molto tempo dopo, è per questi motivi, ma anche perchè in fondo, quando uno viene qua una volta all’anno, tra i piaceri del ritorno (ed è questo uno degli effetti che cerco di costruire), c’è pure quello di ricordare un viso, ma non un nome, o viceversa, e di dover ogni volta ricollegare, riandare, rimembrare.

Per questo, immagino pure che ci possa essere qualcuno a cui potrà, al contrario, non piacere la mancata rassomiglianza, come capita per i quadri.

Chiedo scusa a tutti anticipatamente, ma ho bisogno di far muovere i personaggi nella mia testa come li immagino io: la realtà in definitiva corrisponde a una memoria condivisa, collettiva; qui è solo un po' più personalizzata da uno che, pur amando questo mondo, ne è stato sempre, in un certo modo, ai margini, e vorrebbe sentirsi più vicino, forse a un'immagine paterna persa troppo presto, e che cerca di rievocare, forse alle sue radici di montanari asciutti, sobri e attenti, più resistenti agli insulti del tempo e delle mode, più umili nel non cercare in se stessi la perennità, e nel riuscire a stiparsi insieme dietro un simulacro nello stesso percorso processionale, nell' affidarsi al fluire del tempo, che è solo un istante dinanzi a Colui che è.

 

Forse i paesani sono più affezionati a Sant'Amato, che è il santo nativo, primo vescovo del paese; si festeggia a maggio e settembre, mesi in cui il paese, oggi spopolato come tutti, ospita solo gli abitanti stabili.

In quei periodi la scuola era aperta, papà lavorava, e così non abbiamo mai potuto partecipare alla festa, che ho visto solo quest'anno, in cui  si celebrava il nono centenario della morte di Sant'Amato.

Nel mese di agosto, invece, che è il più affollato, c'è ancora, per fortuna, il pienone degli emigranti che, dall'Italia o dall'estero, da Sidney o da Marigliano, in buone o cattive acque, si rivedono: cassintegrati e giudici, borgatari e professionisti, imprenditori e imbianchini, emigranti o villeggianti, in particolare dal 15, giorno dell'Assunta, al 23, in cui a Nusco si festeggia la Madonna del Carmine, compatrona del paese, tornano, se non altro con la memoria e con la nostalgia, ad aggirarsi per il paese, in quelle ambigue feriae Augusti paesane che non si sa se sono più vacanza coatta o rientro a casa, e che fanno tuttavia ancora illudere sulle possibilità turistiche di queste zone.

 

Per questo mi piace ambientare le mie fantasie tutte in questo periodo, l'unico in cui riusciamo a stare qualche giorno in paese, a rinnovare ogni volta vecchi rapporti, a ritrovarci nella nostra identità storica, ad amareggiarci quando ci si chiama "villeggianti"  o quando il paese finisce pure esso per ricordarci troppo le città da cui veniamo, a riflettere sul nostro passato prossimo, e sul nostro immediato futuro, a vederli da lontano, come da  un'altro mondo.

Nel paese-mamma, idealizzato e tuttavia frustrante, puoi ancora sopravvivere a tutto; qui i morti che hai giù al cimitero ti possono venire in sogno senza spaventarti, e non hai bisogno di dimenticarli, di rimuovere la morte e di vivere in lutto perpetuo inconsapevole, come succede in città. Con tutti i problemi quotidiani, sei comunque vicino a una dimensione di eterno,  nello scorrere del tempo su queste pietre che hanno  visto nonni e bisnonni, e guai e prosperità, odi furiosi e rappacificazioni festaiole, bestemmie e preghiere accomunate da un'identica passione, pianti e canti come questo del titolo, un sottofondo a tutte le processioni di questi giorni, che intercala le stazioni del Rosario e che, mano a mano, aggiunge una stella  al  diadema della Vergine Maria: "E una son le stelle,/ Maria s'incorona;/ si prese la corona/ e in Cielo se ne andò".

                                            Salerno, settembre 1993

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Ultimo aggiornamento
: 26 dicembre 2001
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