27 gennaio 2001: il giorno della memoria 

** GOFFREDO RAIMO ** A Dachau, per Amore  - Giovanni Palatucci ** Edizione DRAGONETTI, Montella (Av) **

il giorno della Shoah

       Giovanni Palatucci, nato a Montella (Av) il 31 maggio 1909 da Felice Palatucci e Angelina Molinari - morto in campo di concentramento a Dachau (Germania) il 10 febbraio 1945 - numero di matricola 117826   

Giovanni Palatucci, giovane eroe Martire irpino,
ultimo Questore di Fiume italiana.

Morto a soli 36 anni nel campo di sterminio nazista di Dachau per aver salvato la vita a oltre 5000 ebrei e perseguitati politici.
LA SUA FIGURA E' ALL' ATTENZIONE DELLA CHIESA CATTOLICA

Giovanni Palatucci

 Un'aureola con le stellette
Remember. Negli atti della contestazione giovanile la didascalia di alcuni poster, raffiguranti Hiroshima e Guernica di Picasso, invitava con un perentorio neologismo, remember appunto, a ricordare.
L'eco partigiana, la conquista della repubblica e della democrazia avevano costruito nell'arco di una sola generazione una nuova umanità, in cui la parola "patria" era divenuta impronunciabile per certe remore storiche che l'avevano accomunata a famiglia e Dio. Tutto questo, in sintesi, significava ancora fascismo. A pensarci oggi diremmo riduttivo anzi balzano, ma era quanto bastava.
Anni difficili per parlare e farsi capire. Anni con troppe contraddizioni. Anni col rischio di far ricorso di nuovo alle armi. Anni con opposte ideologie e simpatie internazionali. Anni non della memoria ma di certa memoria.
In questa storia, se non sostenuti da comoda sponda, era difficile trovare spazio e comprensione. Tutto era funzionale, e lo era facilmente comprensibile per un sistema che oltre agli abusi, alle discriminazioni di partito, alle leggi razziali, alla scelta della guerra, aveva generato l'odio fraterno culminato nella guerra civile.
Con questa cultura è stato difficile trovare le ragioni e farsi ascoltare.

Ecco forse la risposta alla riabilitazione postuma e tardiva della figura di Giovanni Palatucci, ultimo questore di Fiume italiana. Un funzionario di polizia, considerato nell'esercizio delle sue funzioni e come tale "servo" delle istituzioni e dello Stato che rappresentava. Quanta diversa eco si è persa nel vuoto, del resto gli esuli giuliani - questione ancora aperta - si sentono stranieri in patria e, assieme al richiamo della madre terra, vogliono recuperare parte dei loro beni e della loro identità?
La storia dei nostri tempi non ha più incomprensibili filtri, nè i paraocchi di Est-Ovest. La sua rivisitazione l'ha portata a ricredersi su quanto ha predicato come suo vangelo e "verità assoluta".
Svelati i misteri, rinnegati i comodi silenzi, la storia può finalmente soddisfare per intero la sete di conoscenza e verità.
Giovanni Palatucci non è più un estraneo.

In una comunità che riesce a misurarsi con i significati della vita, a cui affida le sorti del futuro e la comprensione fra i popoli, c'è un estremo e salutare recupero dei suoi valori fondativi.
Chi è capace di un gesto di umanità merita attenzione, rispetto, memoria.
E nel giorno della memoria, mentre in Italia ovunque è stato vissuto e partecipato il ricordo dell'olocausto (Shoah), Giovanni Palatucci è diventato in terra irpina il punto nodale, attorno a cui costruire un discorso complessivo sulla convivenza e sulla tolleranza, e sulla sua persona per "una giusta commemorazione, in un momento utile ed esaltante per la sua causa di postulazione". Sì  perchè Palatucci dal recupero  della figura storica di funzionario dello Stato, atipico e scomodo, transita di pari passo dal mondo laico agli onori degli altari.
L'eroe della società civile, uno dei migliori figli della Polizia di Stato, che resta legato alle sue responsabilità assieme al simbolo della italianità (finchè sventolerà il Tricolore resterò al mio posto) deve cedere il passo al martire della carità e della fede.

Per sette angoscianti anni Palatucci esegue il suo lavoro come impegno e servizio cristiano da rendere agli ultimi:ebrei, perseguitati, profughi. Un uomo per gli altri, sempre pronto a raccogliere i lamenti di chi soffre pur di offrire una speranza e di trovare a chiunque una via di scampo.
Oltre cinquemila ebrei gli dovranno la vita e l'abusato epiteto di Schindler italiano, riduttivo rispetto al difficile e febbrile lavoro e ancor più di fronte alla testimonianza evangelica di Palatucci, sono comunque esplicativi della sua opera meritoria. Il lager di Dachau ne suggella la fine (10 febbraio '45) ma consacra il nome di Giovanni al tempo e agli uomini.
Dopo odi di popoli, deliri razziali, avvenimenti sepolti da sangue e morte, in cui "la guerra è la lezione della storia che i popoli non dimenticheranno mai", il suo messaggio può essere così inteso: "Riconciliare tutti con l'umanità". Un messaggio che si trasforma in testamento spirituale, lasciato in eredità a tutti i sopravvissuti e alle future generazioni, e che merita ascolto e va valorizzato: "Ci vogliono far intendere che il cuore sia solo un muscolo. Ci vogliono impedire quello che il cuore e la nostra religione ci dettano".
"L'anima di Palatucci è amica dell'infinito" - ha detto il suo postulatore Sac. dott. Gianfranco Zuncheddu, durante la cerimonia di commemorazione promossa dall'Università degli Studi, dall'Arcivescovado e dalla Questura di Salerno - e certamente aleggia sul "Parco della Pace", a Lui dedicato nei giorni scorsi ad Avellino, in compagnia del lungimirante, per noi indimenticabile biografo, prof. Goffredo Raimo, un "altro angelo buono". Insieme a parlare al cuore degli uomini, nell'intimità profonda, dai confini del mondo. Laddove la luce si confonde con le stelle.
                                                                          (Altirpinia 15 febbraio 2001)  Peppino Iuliano


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Ultimo aggiornamento: 23 gennaio 2001
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