La scomparsa di Amato Della Vecchia

 

                                       

Il professore Amato Della Veccia  
Amato Della Vecchia

 

Palme deluse

 

Nusco nel “sogno di una notte d’estate”. Tiepida partecipata vociante. Nusco “ombelico del mondo” com’è proprio nelle ferie agostane.

Avremmo voluto che il sogno estivo, nell’illusione creativa e romantica di Mendelssohn, fosse la continuazione di un guizzo, di una scia di stelle cadenti. Belle a vedersi, per esprimere un sogno. Per coltivarlo, magari segretamente. La mezz’estate, invece, ci ha riservato un’improvvisa eclissi, un buio pesto opprimente il cuore e la mente. Il sogno si è interrotto bruscamente, sprofondando, per l’imponderabile mistero che nasconde la vita, nel sonno profondo. Quello del non ritorno.

Così Amato Della Vecchia, per molti semplicemente “Giampiero” - vezzo giovanile che Giampy aveva voluto appiccicarsi, quale emulo del centravanti juventino - ha anticipato la sua partenza. Quella del non ritorno, appunto.

Uomo di ogni sfida, docente apprezzato, politico sanguigno, amico fidato per chi ne possedeva le chiavi del cuore.

Persona pervicace, per cultura e carattere, ma nel profondo leale e come tale sincera, avendo comportamenti costanti e non atteggiamenti buoni per ogni occasione.

Carattere forte, capace di  provocare lo scuotimento, ma mai malvagio o cattivo.

Persona atipica, che pur vivendo la contemporaneità (storia, politica, società) subiva il richiamo della tradizione e della memoria. Un fascino indotto di chi respirando il soffio della cultura classica, aveva raggiunto la rasserenante capacità di oggettivazione in Nusco. Come Goethe avrebbe potuto facilmente esclamare: “Ora sono qui, e sono felice, e voglio sperare di avere raggiunto la tranquillità per tutta la mia vita”.

Nell’insegnamento pur definendosi un “tradizionalista”, di fatto aveva integrato metodi che, per disciplina e sapere, hanno formato giovani di belle speranze approdati  a diversi dottorati. Così anche nella politica, i cui continui gesti di sfida indispettivano gli interlocutori, anche della stessa sponda. Ma tutto rispondeva a una ortodossa coerenza, non al compromesso. Un politico anomalo, dalle parole infuocate nel Consiglio comunale  e dai  clamorosi abbandoni del Consiglio provinciale. Le incomprensioni e i distacchi violenti da Palazzo Caracciolo - la sua “logica” contro altre logiche - gli avevano suggerito il conio del colorito neologismo “fallocefali”, un’apostrofe animosa contro le consorterie saccenti e presuntuose.

Quelle “intemperanze” non gli avevano mai nuociuto  né incrinato il rispetto dell’on. Ciriaco De Mita, con cui divideva un’amicizia privilegiata, la passione del  gioco delle carte e l’orgoglio della nuscanità. Stima e rispetto,  manifestati  reciprocamente, e difesi con le unghie contro i dissacratori di turno,  sono stati immarcescibili valori  fraterni,  fino alla fine. Ad accompagnare Amato, nell’ultimo viaggio, con Ciriachino c’erano Salverino De Vito e Mario Sena. Ma c’era tutta Nusco, silenziosa e attonita, consapevole di aver perso un altro dei suoi figli migliori. E materna ha stretto nell’abbraccio famigliare la disperata moglie Assuntina, gli scioccati eredi nel sangue Tony, Myriam, Manuela e Marco, l’incredula mamma Rosina, i  provati fratelli Peppino, Enzino e Lello (due anni fa con la stessa malattia se ne andò Michelino), gli affranti suoceri Emma e Minuccio.

Quale assurda colpa! Maledetto subdolo male ci hai privato, nel pomeriggio di mezz’estate, di abbracciare  un amico, per una visita promessa ma tardiva di qualche ora. Abbiamo potuto con la stessa palma, avida di stringere la mano, solo carezzare la fronte, come un improvvisato sudario.

Ora, Giampy, la tua scrittura brillante ed arguta - sapevamo  prossima alla stampa - l’immancabile cruciverba, i dipinti naif, gli insegnamenti scolastici e di vita (salutari indistintamente per chi ha avuto voglia di imparare), l’affastellamento di giornali e riviste, la tazzina vuota di caffè, le dispute irruenti, la tosse stizzosa e la voce arrochita si disperdono nel cielo sospinte dal fumo delle “Stop senza filtro”. Ma quel fumo allontana le cose eteree, passeggere, prive di consistenza, non l’affetto vero.  Noi non abbiamo bisogno di parlarti d’amore, perché tu ne sei da tempo destinatario. Amato per certezza di nome, come il nostro Santo protettore, e per sincerità di sentimenti fraterni, che ancora ti rinnoviamo. Oltre il dolore e fino al mondo dei Giusti.

                                                 Giuseppe Iuliano   


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Ultimo aggiornamento: 20 agosto 2001
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