Falò

Sant'Antonio Abate

                                 

I falò e il calore della tradizione

 

La catasta è un monumento di legna e di misteri. Un obelisco magico. Da esso il fumo acre prende la direzione del vento e come un serpe si contorce. Le fiamme borbottano e scaldano, le scintille sprigionano frammenti di stelle, la cenere è neve calda che non si rapprende.

L’immagine letteraria è la trascrizione di un evento, desumibile dal “pezzo” forbito di un cronista o dal racconto di chi è custode della “cultura della memoria”. Storie di un tempo. E per qualche fortunata coincidenza del nostro tempo. Volti arrossati dal calore del sole e della brace. Rispettivamente luce di giorno e notte. L’astro per antonomasia e i falò di cento terre.

Avendo dalla nostra una buona campionatura sulla tradizione dei falò, fortemente radicata in Irpinia, procederemo per confronti ed analogie. Un volo radente per un minimo di conoscenza e di interpretazione. Una minuta monografia di costume per ricreare – come scrive l’antropologo Charles Estienne in La maison rustique - quel “modo di pensare popolare”. Che è poi l’essenza di questo scritto.

Quello dei falò è un campo ancora aperto alla discussione. Con varietà di date, collegabili ad avvenimenti e celebrazioni religiose.

Il 7 dicembre è quasi una tradizione collettiva. Il culto mariano è abbastanza diffuso in un territorio, di matrice post-contadina ma ancora all’impatto con realtà industriali, dove si venerano Madonne di molteplici liturgie, prima fra tutte Mamma Schiavona di Montevergine. Ecco , per semplificare il discorso, mappa, itinerario e denominazione:

§        Montella (uegna – forse veglia)  lo stesso rito si ripete anche la notte della vigilia di Natale;

§        Rocca San Felice (faone);

§        Sant’Angelo dei Lombardi (fafaglione) nel centro urbano; l’8 dicembre si replica nelle campagne; ma è anche il giorno della tradizione per Morra De Sanctis (faone), Fontanarosa e Venticano;

§        Nusco e Lioni (papagliuni);

§        Frigento e Sturno (vampaleria);

§        Grottaminarda (vampalenzia o vampalenza);

§        Mirabella Eclano (l’omalenzia);

§        Sant’Angelo all’Esca (focaracci);

§        Luogosano (fuochi allavorati), forse perché opportunamente sistemati, cioè pezzi di legna non posti alla rinfusa, o perché completati con rami di alloro che al contatto con la fiamma scoppietta e sprigiona scintille;

§        Teora (lu pagliare).

Nella varietà discussa, tale da procurare un sorriso bonario per i vari dialetti, crediamo di soddisfare, nel dettaglio, più di qualche curiosità, sicuri di promuovere una reazione a catena, capace di ampliare conoscenze e contributi.

q       Paternopoli (lumaneria) il 19 marzo; per la festa di San Giuseppe si accendono falò anche a Castelbaronia (faone), Bagnoli Irpino, Bisaccia, Monteverde e Villamaina;

q       Montemarano (focaruni) il 25 dicembre e l’1 gennaio;

q       Castelbaronia il giorno della candelora;

q       Caposele, caso unico, il 13 giugno. Nella sua conca e con le abituali temperature stagionali è quasi un assurdo;

Non è da meno Candida che accende i suoi falò la penultima domenica di agosto, in onore del Santo Patrono. Tanta diversità ci fa capire appresso i suoi significati.

Una tradizione, pur essa partecipata, è il 17 gennaio:

·        Calitri, Sant’Andrea di Conza, Nusco (li santantuoni);

·        Frigento e Sturno (vampaleria);

·        Solofra (le carcare di Sant’Antuono).

Prima di riferire le interpretazioni autentiche degli studiosi delle tradizioni popolari, vorrei sottolinearvi alcuni spunti di riflessione.

Il fuoco ha un significato aggregante. I fuochi di piazza, un tempo del vicolo o del rione, allargano l’ampiezza del focolare domestico e confermano le scelte di una comunità che, per un concetto generalmente diffuso, ha bisogno di ritrovarsi e socializzare.

Ma il fuoco ha anche una funzione distruttrice e purificatrice. Pare che alcune tradizioni abbiano preso consistenza proprio a seguito della peste del 1657, che distrusse interi nuclei familiari, allora, per ironia della sorte, chiamati “fuochi”.

I carboni nel caso dei falò del 17 gennaio, un tempo oltre ad essere oggetto di dono a chi aveva offerto legna per la formazione della catasta, venivano conservati per scongiurare i temporali. E il mangiare che veniva offerto aveva pur esso il potere di assicurare abbondanza e benessere.

Per Toschi, uno dei padri della cultura popolare, è da rilevare che sul fuoco “comunque due sono le principali teorie interpretative: l’una vede nei falò la sopravvivenza di un culto del fuoco (del sole secondo una teoria affine); l’altra vi riconosce soltanto il valore magico profilattico, sul principio che il fuoco purifica tutto e quindi elimina ciò che è cattivo, e non lascia sussistere se non ciò che è puro e santo. L’usanza (già ricordata da Ovidio nei “Fasti” per il natale di Roma) di saltare sopra questi fuochi mentre ancora ardono e anche di far passare il bestiame, sembra corroborare questa seconda interpretazione”. Tale usanza viene ricordata anche da Properzio nella IV elegia.

La stratificazione sociale dell’Irpinia offre in questa direzione “un’enorme raccolta di tradizioni popolari sotto forma di pratiche, usi e consigli, senza fare alcun ricorso alla finzione”. Ciò significa che essa è ancora viva. Anche se non più integra.

La prova è che la tradizione popolare – come scrive Jean Cuisenier – pare destinata a diventare preda del folclorismo. E quest’aspetto, che permette alla sua identità di sfuggire al controllo, va a conservare solo quelle forme di spettacolo utili ai fini turistici.

L’evoluzione, purtroppo, per i suoi innegabili cambiamenti impone nuove regole di mercato. Il rischio è fondato. Ma c’è anche chi come Jakobson polemizza con la tesi che “il popolo non produce, ma riproduce”.

Che dirvi! Dobbiamo responsabilmente considerare la tradizione, come valore del nostro macrosistema sociale, ovvero come “materiale nobile da proteggere”. Per salvare la nostra identità, ormai sempre più approssimativa, nei contenuti e nelle forme.

Giuseppe Iuliano – da Altirpinia, 31 dicembre 2001

 

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Ultimo aggiornamento 1 gennaio 2002
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