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" PAROLE PER VOCE SOLA ", prima e quarta di copertina della nuova raccolta poetica di Peppino Iuliano - Prefazione di Aldo De Francesco - Illustrazioni di Giovanni Spiniello - Finito di stampare dalla Le.g.m.a. - Napoli per conto di Edizioni del Delfino nel gennaio 2002

 

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A chi
testimone del suo tempo
riesce a guardare il cielo
dal proprio lembo di terra.

A chi
sa sfidare ogni confine
per non maledire il cielo.

A me stesso
profugo nella terra dei Padri
stanco di mendicare al cielo
cumuli di parole d'onore.

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Prefazione

Da tempo, con affetto e stima che mi esaltano e mi intimidiscono, Peppino Iuliano – solitario viandante dell’Altirpinia, odierno Astolfo ariostesco in volo di ricognizione e di denuncia su degradanti mutamenti esistenziali e su ogni sconsiderata trasformazione della società – mi comunica le sue inquietudini, i suoi crucci, le sue sferzanti premonizioni.

Si è creato così un dialogo costante, un parlarsi fitto sulle intasate vie dell’etere o in saltuari incontri nella nostra comune terra d’Irpinia, capaci di spaziare, dalle figure mitiche di una civiltà contadina svilita dal progresso La nostra scorza / è pietra scistosa / in continua frammentazione / che si ritrova pugno di sabbia / alla fuliggine delle borgate degradate e emarginate di antica denuncia pasoliniana. Un viaggio da cui ogni nostro pensiero esce più serio e preoccupato. Spesso mi porto dentro le sue espressioni, i suoi eleganti anatemi come riverberi di un distico didascalico, per me prezioso e illuminante per più accurate introspezioni nella città dove vivo, Napoli, che vede allontanarsi su orizzonti di smog i sempre più rari “venditori di luna”, i sognatori marottiani in mezzo a gabbiani intossicati.

La verità è che Iuliano rivela nelle sue liriche una grande coscienza della libertà, il tuorlo originario di un mondo pulito, che, pur esposto a molteplici insidie, resiste in lui incrollabile ad ogni insidia, perché intona una sola voce: quella che gli nasce dentro, modulata nel segno di una saggezza infinita e di una memore essenzialità, desco di sacrifici e di millenarie liturgie. Ammirevole la fantasia di Giovanni Spiniello che ha saputo illustrare la raccolta, con graffiti animati da una esemplare atemporalità, compresa di età primitive e di avanguardie sanguigne, raffiguranti le anime e l’umanità ferite.

In certi luoghi dove si può ascoltare ancora la voce della luna è difficile scostarsi da corsie insistite, maggiormente oggi che esse risultano trasformate in approdi di affollati “stazzi” da weekend: la singolarità di questo poeta, fortemente apprezzato dalla critica e già misuratosi con platee esigenti, sta nel coraggio di aver saputo lanciare un messaggio limpido che non sforna versi di precotta nostalgia ma ha l’ardire morale di guardare in faccia alla realtà, di ricordare i fondali perduti, la “finitezza” dell’uomo, chiamando per nome i nuovi luciferi senza sotterfugi o artifici di parole. La sua è una denuncia che si innerva in due tronconi; il primo, specchio dell’amara condizione esistenziale, che, in Archè, assume toni montaliani quasi risolti: “Siamo meteore / schizzi della nube di Oort / polvere di comete allo sbando / che scheggiano l’universo di un lampo/.

Il secondo, in Alfa Centauri, ha invece, gli accenti dell’urlo morale contro ipocrisie e aride convenzioni: “Siamo maschere / parte di una commedia umana / senza copione / da inventare al momento / , crudo / acerbo espediente per vivere /. Con torcia elettrica / proiezione di lampada / siamo cometa di Magi / scia incerta non solo d’Oriente / della nostra Epifania, / per trovare uno spigolo di posto… / Stringiamo il vuoto / nella fantasia che s’accende / falò del nostro tronco / mistura di emozioni e ricordi / … Siamo una scommessa del destino / un urlo nel vuoto / una ferita aperta / una voce stonata / un’appendice d’umanità/ .

Più leggo e esploro l’ispirazione di Peppino Iuliano, più ne sondo l’ambiente in cui nasce, si svolge e matura, più mi convinco del suo forte inequivocabile spessore di poeta civile, confortato dalla considerazione che, di questa missione hanno dato alcuni grandi pensatori.

Quella di “Scrutare l’invisibile, udire l’inaudito”, secondo Rimbaud; di indomito e non soffocabile canto, per Jemenez: “Voce mia, canta, canta; che finché c’è qualcosa che tu non abbia detto / tu nulla hai detto”; di potente forza ancestrale secondo Victor Hugo: “Dite che il poeta è tra le nuvole, ma tra le nuvole, è anche la folgore”.

Ecco la folgore. Voglio soffermarmi qui, in conclusione, intorno a questo misterioso scoppio di energie, quasi da stupefatto uomo primitivo, perché esso è la metafora vera della forza di “Parole per voce sola”, la quale si connota come aggiornata introspezione di mito, ungarettiano canto del ricordo, implacabile condanna di odierni e falsi meticci, in definitiva: verso irato, ironico e bruciante contro lusinghe e illusioni. Valga per tutte l’Homo virtualis, sintesi suprema di un armonico equilibrio tra passo estetico e respiro di contenuto: “Siamo folle solitarie / moltitudini di semenze diverse / assortite nel colore di pelle / insieme ma anonime / distratte / provate / inerti / o leste di mano e di idee… / Siamo gente / sommario di cronaca / - qualcuno di scienza – Vestali del fuoco di civiltà / nel mondo progresso virtuale / che chiama gli altri fratelli / per qualche impulso di filantropia / Siamo amebe di dissenteria / sacchi di elemosine d’usato / rifiuti / tanfi di spazzatura… / Siamo conti in banca / carnet / carte di credito / monete di ogni taglio e valore / quotazione di mercato.. / indici di borsa e delle sue mani. / Siamo prestiti di usura / vivi alla giornata.

La realtà è forse diversa? L’arbitrio poetico ha tracimato da alvei facilmente riconoscibili? Nessuno che abbia una seria consapevolezza del nostro tempo, leggendo le poesie di Iuliano, potrebbe affermarlo.

Stando così le cose, un poeta seriamente civile non poteva mai esprimersi con luci fioche, stenti moccoli di candela; gli strali, le folgori dovevano essere e sono il suo efficace linguaggio, capace di scuotere la pigrizia e l’ignavia di mandrie coeve e di bruciare nella trasparenza, vera  e non plateale, le nostre sempre più diffuse ipocrisie e nequizie. Iuliano in ogni verso è poeta che educa e indica un varco per uscire da percorsi contorti; dovunque lo si interroghi, libera la netta scansione di un messaggio forte, a volte anche aspro. Lo fa da pessimista romantico; ma alla fine, quando ogni comprensione sembra scemare, il poeta, dopo aver detto tutto quello che gli dettava la coscienza, improvvisamente si abbandona a segnali di disgelo: “Questo tempo / è il mio tempo: / avaro vorrei conservarlo /  per sempre / prodigo, sfruttarlo per intero / prepotente, umiliarlo da ogni lato / ipocrita, ammonirlo al vero”.

A ripensarci, già basterebbe questo ascolto per salvarci da baratri e cadute.                                                                           
                                                  A
LDO DE FRANCESCO

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Ultimo aggiornamento
: 8 febbraio 2002
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