** QUESTE PAGINE SONO DEDICATE ALL' AMICO GEGE' BICCHETTI **

** GEGE' BICCHETTI MENTRE DIPINGE IN PIAZZA SANT'  AMATO **

UN ARTISTA SENZA FRONTIERE

"Vengo a seppellire Cesare, non a lodarlo". Così, in un'amenità culturale e linguistica, Generoso Bicchetti si dilettava a recitare in inglese il discorso funebre di Marco Antonio. Shakespeare, ma anche Baudelaire e Pound, erano la sua manifesta passione e il "Giulio Cesare" il suo pezzo forte.
Questo ricordo, già lontano di oltre un decennio, è tuttora vivo e palpabile potendo materializzarsi in quanti hanno frequentato la sua casa. Ricca di vecchio e di antico. Orgoglio di famiglia. Una sorta di museo, dove il nuovo non sostituiva il preesistente ma vi si integrava, perchè ogni cosa restasse opportunamente al suo posto. Come se il tempo cristallizzato fosse testimone, in questa fissità, del suo fluire.
Gegè, l'avvocato, il professore, l'artista. Ognuno a Nusco ha potuto vantare un rapporto fiduciario o elettivo, nella congenialità di una convivenza, diversa per situazioni, tempi ed affinità. Ora generosa, come il suo nome, ora imprevedibile come certe reazioni istintive che solo gli artisti possono avere.
Gegè, sostanzialmente, era un esteta e un cultore degli ideali estetizzanti di D'Annunzio e Oscar Wilde.
Sanguigno, passionale, romantico. Versatile in diverse discipline. Nella vita come nell'arte, ma l'una e l'altra per interazione si confondevano, sicchè ci è sempre risultato difficile stabilirne i confini.
Nato a Boston (USA) il 13 giugno 1923 si confidava di avere come secondo nome Antonio, per riverenza al Santo padovano. Del resto nella sua famiglia la religione era un indicatore quotidiano, garante il padre spirituale, il tonituante don Nunzio Bicchetti, riverito panegirista e predicatore.
Gegè conservava una straordinaria venerazione per la madre, venuta a mancare diciotto mesi dopo averlo dato alla luce. Tant'è che al cognome paterno aveva aggiunto, non per vezzo aristocratico ma per richiamo d'amore, quello di Cipri. La madre era di origine abruzzese e, piccola curiosità, Gegè scelse in questa società malata di calcio, di tifare per il Pescara.
Fu studente nel Seminario di Nusco, allora accorsata palestra di formazione religiosa e non solo per giovani di belle speranze dell'Altirpinia. Gegè qui aveva assimilato lo spirito d'analisi, l'amore per le humanae litterae ma non la vocazione e l'ascetica.
Studente universitario alla facoltà di Giurisprudenza, dopo alterne vicissitudini aveva deciso di ritornare in America. Si ritrovava non più sognante bambino ma adulto e con una vita a cui dare un preciso indirizzo. La nuova destinazione fu Filadelfia. Qui, ove l'intellettuale italiano era considerato come per un fatto scontato, artista, entrò a far parte di alcuni sodalizi e in particolare si legò con vincoli di sincera amicizia ma probabilmente non disgiunta a gratitudine al nuscano Alfonso Ressa, direttore del periodico "Il progresso italo-americano".
Gli stimoli dell'ambiente, la vivacità culturale di una società dinamica ed avanzata, in ogni suo aspetto, l'innato estro, fino ad allora compresso, furono gli elementi determinanti per le scelte di vita, la creatività e la produzione artistica.
Furono anni febbrili. In ogni senso.
Gegè lavorò nello studio del maestro d'arte Giuseppe Donato, discepolo di Rodin; venne in contatto con gli artisti Mario Sgambati e il lituano Petras Vaslijs. Fu il periodo in cui si cimentò a fare il cartoonist, offrendo alla satira politica gusto e genialità. Espose con una mostra personale alla Torresdale Avenue, alla Chestnut Street e alla Zinni's Gallery di Filadelfia, plasmò un modello in creta di Pio X venduto alla Statuary Company-Pensylvania; eseguì il ritratto di Father Amateis, che si trova nella chiesa "Our Loreto Church" in South West di Filadelfia; creò il modello del leggendario eroe americano David Crockett.
Partecipò alla Mostra regionale del Museo Nazionale d'Arte di Filadelfia e gli venne assegnato il Nastro Giallo-Bleu dalla Equity Artists Association.
La Croce Rossa Americana l'invitò al Valley Forge, sede del più grande ospedale americano per eseguire i ritratti degli Ufficiali comandanti della II Guerra mondiale.
Fu anche uno squisito poeta, componendo, vinto dall'impetuoso fuoco giovanile dell'amore, l'interessante raccolta "I giardini Dupont". Ma le attenzioni più febbrili ed insistenti furono per l'amata Adele, direttrice della Biblioteca Nazionale di Filadelfia, il cui ricordo, ogni volta, gli procurava trasalimenti ed amarezza, forse il rimpianto per l'estrema rinuncia di un'occasione vera e di un amore definitivamente perduto.
La morte del padre, don Peppe, l'obbligò al precipitoso rientro in Italia. C'è un autoritratto, custodito a Nusco e che nessuno conosceva - Gegè ha sempre avuto una certa ritrosia a mostrare la produzione americana, quasi una gelosia morbosa, direi sacrale, di conservare il suo mondo privato, forse ai più incomprensibile o di cui non avrebbe voluto condividere alcunchè con gente estranea - che manifesta lo struggente disperato abbandono alla notizia ferale. E' uno dei pochi quadri, assieme alla Morte del cigno - per inciso, una delle sue opere più pregevoli - alla Crocifissione, a Le Marie, a La disperazione di Eva, alle rovine della Chiesa di San Rocco crollata durante il sisma del novembre '80 espresse da lacerti di un Crocifisso e da due bambine stilizzate, piangenti e disorientate, in cui il tratto del lapis diventa incisione, venatura di dolore, partecipazione al dramma singolo e collettivo, sacro o laico, ma interamente e semplicemente umano.
La lunga stagione italiana, dopo una breve parentesi irpina ( I Mostra di Ariano Irpino nel '49, Primo premio a Lioni e Rassegne di pittura ad Avellino '50 e '51 inaugurate dall'on. Cingolari-Guidi e dall'on. Spataro ), si concretizzò in una fortunata esperienza romana con ripetute mostre a via Margutta. Decine di suoi dipinti non hanno nulla da invidiare alla Roma sparita di Franz Roesher.
Partecipò in seguito alla Mostra Premio Brunellesco di Firenze. Gli furono assegnati i premi Lorenzo il Magnifico, Città di Bologna e di Londra; quest'ultimo gli venne consegnato dal console George Acton.
Invidiabili i titoli assegnatigli dai sodalizi culturali: Accademia Teatina, dei 500, Il Machiavello, Marconi.
Poi Nusco, pur tra qualche sortita in terra straniera ( Polonia ed Austria ) o nelle città italiane di Palermo, Firenze, Ferrara, Modena, Bologna, Pescara e Napoli, divenne la sua centralità, il microcosmo che gli permise di vivere da vicino gli affetti familiari e la natura ( esperto conoscitore di funghi, incallito cacciatore ); potè allevare il cane Tom, il gatto Fru-fru ed un gallo da combattimento, la cui fierezza ed aggressività mettevano paura.
Gegè, quasi con rito sacerdotale, ci faceva partecipi, con un minuscolo torchio, della vinificazione del suo inimitabile moscato di San Martino. D.o.c. per lui e per noi.
A volte, la sua estrosità di affabulatore prendeva il sopravvento. I racconti più impensati avevano un fondo di verità, ma su di essa inventava e costruiva, per compiacere un uditorio che li trovava gradevoli ed esilaranti. Erano ingredienti di vita che ci hanno aiutato a vivere e a crescere.
Prima di noi gli studenti della scuola media "Felice della Saponara" l'hanno avuto docente di educazione fisica ed artistica.
Appassionato di musica lirica, incallito ascoltatore di programmi radiofonici con frequenti sintonie sul terzo programma, collezionista di radio a transistor, lettori di musicassette ed altri aggeggi elettronici s'intratteneva a litigare sul prezzo coi marocchini, ma non faceva lo strozzino perchè alle rimostranze di guadagno e di fame di lì a poco si presentava ospitale col thermos del caffè imprestato dal bar. Fotografo con la sua Voighlander soffietto, abile giocatore di ramino, conosceva il mestiere di imbalsamare animali. Radioamatore con il motto "Cave piratam", scrivano e traduttore per gente semplice, custode di un prezioso incunabolo, di armi, di libri, di oggetti di ogni foggia e valore. Finanche coltivatore di un ribes sul balcone-serra da far assaporare nella pienezza di stagione alla cara zia Marietta.
Impareggiabile guida nei musei, si rivelava esperto conoscitore dell'arte rinascimentale ( la sua intraprendenza ci costò un severo richiamo per essere riusciti ad eludere la sorveglianza e toccare con mano nel museo di Capodimonte il famoso cesto di frutta del Caravaggio, in una mostra a lui dedicata ) ma anche dell'arte barocca e del neoromanticismo con una particolare attenzione alla Scuola di Posillipo ( Palizzi, Morelli, Gigante, Michetti, Cammarano, Mancini, Gemito, Casciaro ). Di quest'ultimo, a cui Nusco, paese d'adozione, aveva dato all'anima ebbrezze di visioni singolari "dal tempo in cui biondeggia il grano alla dolce e penetrativa malinconia dell'autunno" (A. Vitelli - G. Casciaro e i suoi pastelli di Nusco - Off. Rip. Ed. "casa Bianca", 1925 pgg. 7 e 10 ) e una fortunata produzione di pastelli, sparsa ovunque tra musei e collezioni private, Gegè conosceva la sensibilità creativa, l'uso della tecnica, ma anche aneddoti e curiosità, nutrendo una profonda ammirazione per "i cieli cilestrini" del maestro di Ortelle.
Su quella scia, nella varietà ed esclusività paesistica di Nusco in cui s'erano cimentati artisti di chiara fama, come White e Fabbricatore, e con successo il marchese Salvo Parisio Perrotti, Gegè raccoglieva l'eredità e il suo fervore interpretativo, sentimentale e poetico, e ci comunicava nel tempo le sue commozioni liriche. Ideava, su coinvolgimento dello studioso meridionalista Carlo Nardi, del prof. Giuseppe Passaro e mio personale, copertine ed illustrazioni, ma talora per la competenza specifica il suo contributo andava oltre i disegni, che hanno arricchito le nostre pubblicazioni.
Per un tempo Gegè aveva collaborato come vignettista a "Il Tempo". Di tanto ricordo le caricature dei dirigenti della SAF allorchè nel 1953 alle falde del Montagnone era sgorgato spontaneamente l'oro nero.
Ma il suo cruccio erano lapis e pastelli, usati ora con veemenza ora con tratto delicato, quasi a sfiorare il cartoncino, per trarne fuori en plein air, a volte dopo diverse giornate di lavoro, indifferentemente sotto il solleone o nei freddi gelidi di Nusco, talora con poca o nessuna protezione, quelle creazioni paesistiche che costituiscono il nostro più recente patrimonio artistico-culturale.
Ecco - come si legge nelle riviste specializzate dell'arte contemporanea italiana ( cfr. Scotti e Tannozzini, forse anche il Comanducci ) - la sintesi dei suoi pastelli "I cui contrasti chiaroscurali, le velature, le trasparenze dell'azzurro attraverso il velo delle nubi, i colori tenui, tutti rotti e degradati, tipici del pastello inglese sono diafani, eterei, frammisti e formano un tutt'uno nel dipinto".
Nusco e i nuscani hanno amato la sua pittura, oltre ogni codificazione o giudizio, sensibili al convincente richiamo che "lice ciò che piace". Per manifestare tanto apprezzamento l'Amministrazione comunale in carica nel 1986, nell'ambito di Nusco città aperta, gli assegnò una targa d'argento e riprodusse in poster e cartoline alcuni dei pastelli più belli. il Comune conserva ancora diversi esemplari e ne fa dono ad autorità e personalità qui ospitate o di passaggio.
Nell'ambito delle manifestazioni del IX centenario della Morte di Sant'Amato, poi, dal 16 al 23 agosto 1993 fu organizzata un'accorsata retrospettiva, in cui furono esposte opere dei soli Casciaro, Parisio Perrotti e Bicchetti.
Era la degna consacrazione. L'apoteosi. Un riconoscimento postumo, collocato opportunamente nella manifestazione più importante che Nusco potesse avere, nella sua storia religiosa e civile, nell'arco temporale di un secolo.
Era l'omaggio preludio alla cerimonia del 29 agosto scorso, che ha anticipato solo di qualche mese il decennale della morte di Gegè, avvenuta in Bisaccia il 4 dicembre 1989.
Noi fummo testimoni silenziosi e partecipi. Gegè fu portato a spalla dai giovani di Nusco. Ci demmo il cambio, ognuno col desiderio di sdebitarsi, di essere grato per un'eredità di affetti, di cui era stato nel tempo destinatario; per onorare un patto di amicizia e di lealtà vissuti nel quotidiano, nell'arte e nella cultura. Coll'impegno di tramandarlo per non tradire il lavoro e la valenza di un messaggio, che qui stiamo ancora a rinnovare.
La rivista nuscana "Il Nuovo Sud" gli dedicò un ampio e vibrante servizio di cronaca, intitolato "In morte d'un maestro d'arte" a firma di Nino Juliano ( altre notizie su Gegè Bicchetti puoi trovarle nel sito Nusco: Uomini illustri al seguente indirizzo:http://web.tiscalinet.it/viaportella/index.htm ).
Ultimamente lo studioso Enzo Napolillo nel suo lavoro Nusco-Rivisitazione storica ha inserito il nominativo di Gegè tra gli uomini illustri della nostra terra, sottolineandone, in una essenziale monografia, i diversi aspetti. Ecco un efficace estratto del giudizio critico: "I suoi quadri sono ammantati di originalità espressiva, di diffusa energia, pur nella deformazione della sagoma umana. Lo studio del paesaggio nuscano ha nutrito il suo spirito irascibile, ma generoso come il suo nome; s'intuisce, in quelle linee tese e alberi giganti o nodosi che si protendono verso larghi squarci di luce e di cielo, un forte fermento di ricerca creativa, che è lo start di ogni sua composizione".
E se l'arte vince ogni cosa, essa si sublima e si eterna. E con essa chi ne ha segnato la traccia.
Nei quadri di Gegè, per chi ne è fortunato possessore, o nei poster e nelle cartoline per i meno fortunati, è possibile ritrovare immagini care alla memoria, al nostro immaginario imperfetto che può materializzarsi senza più approssimazioni tra case, vie e slarghi. Gegè era orgoglioso di ripetere a se stesso ed agli altri: "Nei miei quadri si può camminare", pur in qualche caduta di prospettiva. Ma anche le cadute sono necessarie agli artisti.
Perchè poi ci si accorge che queste cadute tali non sono, se ci si mette prima a scomporre le singole immagini e poi a considerarle, oltre i pregiudizi, nella loro complessità come espressione e linguaggio. Così da ritrovarsi alla fine, come sussurrava entusiasta la turista occasionale, un cadeau de Dieu.
Il singolare dono che riassume gli altri dell'amicizia e dell'amore, che - come Gegè diceva - non possono essere raccontati ma vissuti, si sono meritati, alla presenza delle Autorità cittadine ( * ), l'epigrafe commemorativa destinata a conservare il ricordo onorario ed elogistico di un uomo, che ha vissuto, convinto bohemien, d'arte e d'amore, sacrificando l'una all'altro e viceversa. Mistero della vita. La sua scomparsa, oltre il rimpianto, ci restituisce il buio misterioso della morte ma la sua arte felice ci fa sentire meno dolorosi il distacco e l'assenza.
Non abbiamo più la forza di fingere. Parafrasando Shakespeare ed il suo Giulio Cesare, possiamo candidamente confessare: "Non veniamo a seppellire Gegè ma a lodarlo".

( * ) In data 29 agosto 1999 è stata scoperta in Nusco alla via S. Croce, sulla facciata della casa della famiglia Bicchetti, alla presenza del sindaco prof. Agostino Maiurano, della Giunta e dell'intero Consiglio comunale, dei parenti dell'artista ( la sorella Carmelina e i nipoti Maria ed Eugenio ) e di una folla di amici, curiosi ed amanti dell'arte venuti anche dai centri vicini, una pietra marmorea, benedetta dal parroco don Dino Tisato, recante la seguente iscrizione: IN QUESTO LEMBO D' ITALIA "BALCONE DELL'IRPINIA" OPERO' E VISSE GENEROSO BICCHETTI. SPIRITO ECLETTICO, ETERNO' SU TELA, CON STRUGGENTE LIRISMO, I POETICI PAESAGGI DELLA SUA TERRA. NEL DECENNALE DELLA SUA MORTE. IL COMUNE, IN MEMORIA, POSE. NUSCO, ANNO MCMXCIX. La materna Nusco ha consacrato, degnamente, il nome del figlio e la sua produzione artistica, consegnandoli alla sfida del tempo e alla sua capacità di memoria.

( Articolo apparso sul periodico trimestrale  Vicum  dicembre '99 )           
                                                                                                                  Giuseppe Iuliano

            SCRIVIMIblack.power@tiscalinet.it
Ultimo aggiornamento: 14 ottobre 2000
WebMaster: Tonino
© Copyright 2000 Nusco nell'arte