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OCRA/ARCHIVIO |
VIANA CONTI
Come non rendere omaggio alla "scena artistica genovese".
Il look
della scena artistica genovese è cambiato come quello della moda. Mentre negli
anni sessanta e settanta in una città portuale e industriale come questa si tendeva a dissimulare la
propria matrice sociale sotto un abito trasgressivo di impronta intellettuale,
talvolta dandystica, e si sceglieva un linguaggio per poi tradirlo, uno
specifico per poi prenderne distanza, in questi anni ottanta invece si tende ad
adottare il segno che rende più immediata e diretta l'identificabilità del
gruppo sociale e culturale di appartenenza.
Uno specifico viene assunto non per
essere mancato attraverso un complesso gioco di salti acrobatici, di
passeggiate sul bordo, di mise en abime, ma per essere presentificato,
per diventare un campo di esperienze, un laboratorio di ricerche, lontano
dall'ambizione professionistica di stampo americano.
Si assiste ad un lavorio, in zona,
si registra un rumore che riporta più alle tensioni positive dell'avanguardia
che alle tensioni nichilistiche del postmodernismo.
Non si può dire che il negativo
diventi affermativo, ma almeno che su un orizzonte rovinistico si intravveda
qualche segno di rifondazione di un senso non necessariamente progettuale, ma
neppure di fatale deriva.
Se questo sia bene o male non è
ancora il caso di domandarselo. Oggi, come sempre, il dopo accade con il sapere
del prima, ma senza impegnarsi, come in passato, a produrre rotture, senza
colpevolizzarsi per le irreparabili perdite.
Il nuovo, accanto alla sua forza,
assume la debolezza del vecchio e si trasforma camminando. Certi complessi sono
caduti, perché non avevano ragione di essere. Un artista a Genova comincia a fare il suo lavoro
senza dare per scontato il suo fallimento, senza cullarsi in certezze che sono
sconosciute al sistema dell'arte, ma anche senza legittimare spazi e
atteggiamenti destabilizzanti, che, per statuto, di norma appartengono all'opera d'arte. La causa comune é
spesso sorretta da falsi scopi.
Alla luce di tutto questo penso che
sia giunto il momento di non parlare più di una condizione genovese della scena
artistica, ma semplicemente di una condizione dell'arte d'oggi. Facendo il contrario si rischia
di discutere valori, conquiste o perdite, di vivere sensi di orgoglio o di
colpa, si rischia di fissare
parametri che funzionano all'interno di un contesto, ma che non reggono quando
vengono proiettati all'esterno. Abbattendo i confini regionali e nazionali,
amerei sospingere queste opere d'arte là dove l'influenza dei maestri, dei
critici, degli storici, degli ideologi, degli stilisti, dei sociologi, dei
politici di casa nostra cade completamente. Abbandonandola così al suo, grande
o piccolo, destino e dimenticando assolutamente che di "scena artistica
genovese" si tratta, diventerebbe possibile non renderle omaggio, che
suonerebbe fatalmente come un risarcimento, ma vederla finalmente, forse per la
prima volta, una adulta
cittadina del mondo.
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