C u l t u r a             A v e r s a n a

  Le fonti storiche medievali (Leone Ostiense e Guglielmo Apulo), pongono inequivocabilmente la motivazione del Pellegrinaggio alla origine della presenza dei Normanni in Campania ed in Puglia intorno all’anno 1000. Quaranta di quei forti guerrieri  si ritrovarono “in habitu peregrino”, ritornanti da Gerusalemme, ad offrire il proprio aiuto al principe longobardo di Salerno contro i saraceni. Altri ancora  si ritrovarono nel pieno della rivolta dei pugliesi contro i bizantini, quando si erano recati “voti debita solventes” al Santuario di San Michele Arcangelo al Gargano.

Di uno di questi gruppi di ‘guerrieri penitenti’ faceva parte Rainulfo Drengot che rimase con le sue schiere sul territorio e  fondò in Aversa (1030) la prima contea normanna dell’Italia Meridionale. Con la politica del suo intervento militare negli equilibri del potere contrapposto tra longobardi e bizantini, Rainulfo riuscì ad estendere il dominio della contea aversana  dal ‘Monte Gargano’ a Gaeta, costituendo per i Normanni, che sempre più numerosi si portavano in Campania, la base per una inarrestabile espansione e per la conquista dell’Italia meridionale fino a Palermo.

    Cosicché all’origine della fondazione di Aversa si intravede una motivazione tutta cristiana: il cammino micaelico,dei pellegrini medievali che si recavano alla grotta dell’apparizione dell’Angelosul Gargano, ed il pellegrinaggio in Terra Santa. Soprattutto il Cammino dell’Angelo ebbe per i normanni un particolare significato, in quanto rappresentava in termini operativi il percorso simbolico che essi nella loro esperienza religiosa facevano nel collegare  Mont Saint Michael o “ad duas tumbas”, sito in Normandia, a Monte San Michele al Gargano che rappresentava il modello  principale della devozione delle genti barbariche verso il Principe delle schiere celesti.

Divenendo signore del Gargano il conte normanno di Aversa ereditò in qualche modo il prestigio di quella devozione che già da alcuni secoli era importantissima  per i longobardi e per i bizantini. I Normanni stabilitisi in Italia in realtà recuperarono una cultura del pellegrinaggio ed una spiritualità che già dal  IX secolo erano state esperite da monaci e pellegrini della Normandia, ad uno dei quali, vissuto in un  monastero benedettino dell’area beneventana, si deve una prima ed importante descrizione dei tratti campani del percorso micaelico (Bernardi itinerarium).

  Lo stesso vescovo Guitmondo, che fu  monaco di Bec con sant’Anselmo e con Lanfranco di Pavia,  alle lusinghe di un episcopato anglo-normanno preferì il cammino del pellegrino che lo portò a Roma e poi ad Aversa ( 1088-1094) a rappresentare nella diocesi normanna  la riforma ecclesiastica voluta da Gregorio VII e ad ispirare dalla sua Cattedrale, eretta in stile borgognone, la vita dei locali monasteri benedettini secondo i dettami dello spirito di Cluny.

   Va ricordato pure che l’antico retaggio delle donazioni signorili normanne legarono per lungo tempo la vicenda di Monte San Michele al Gargano al Monastero aversano di San Lorenzo (Codice Diplomatico Normanno di A.Gallo).

   Quando   nel  1053   fu  istituito l'episcopato aversano dal santo papa Leone IX, che lo  volle  come  diretta  emanazione  dell'autorità  papale  e  come espressione della presenza normanna  in Campania, esso andava ad esercitare  le sue attività su un territorio molto  vasto che era stato scenario di vicende rilevanti per la storia del cristianesimo.

In quel territorio, infatti, avevano avuto luogo  varie  testimonianze  e passioni di  martiri dei primi secoli; e si era diffusa e la costellazione di antiche  sedi vescovili  ricca di chiese sparse per le contrade.

Ferdinando Ughelli (1595-1670), abate  cistercense  che  ampiamente trattò degli avvenimenti dell' "Italia Sacra", scrisse:

 

     " Aversana Episcopalis dignitas quatuor in se Episcopales sedes traxit:  

       Atellanam, Liternensem, Cumanam, Misenatem "

 

   La fondazione della diocesi di Aversa che riunì le antiche sedi di Atella, Literno, Cuma e Miseno, non significò la rifondazione del cristianesimo sul territorio: esso già permaneva nei suoi luoghi primordiali, nella  santità  dei suoi antichi martyria, nelle  espressioni  delle  devozioni  ataviche; e  manteneva antichi riferimenti devozionali, pastorali e patristici, circa le  origini e la diretta derivazione apostolica .

 I riferimenti apostolici circa il passaggio di Pietro e di Paolo per il territorio, l'onore delle  comunità  dei  primi secoli, le antichissime segnalazioni  del  Martirologio Geronimiano, redatto  da  san  Girolamo (331-420), le  glorie  memorabili e monumentali dei martiri locali perseguitati nell'epoca pre-costantiniana, furono caratterizzazioni che continuarono a  sussistere  e a mantenere operanti le radici e le  origini  della  fede  cristiana  in questa parte della Campania. Infatti la toponomastica antica ci testimonia delle devozioni  a  San  Paolo l’Apostolo, a San Sossio il  misenate,  a  Santa  Giuliana  la  cumana, a  Santa Fortunata la patriense, a San Tammaro, a Sant'Elpidio e a San Canione vescovi dell'agro antico, tutte risalenti ai primi  secoli cristiani e che si  intrecciarono poi con le celebrazioni delle santità emergenti nei secoli successivi e con le espressioni della venerazione per la Madre di Dio.

   Alla sua origine storico-culturale, quindi la Diocesi di Aversa ebbe immediatamente una caratterizzazione di santità e di missionarietà: quella legata all’eredità antica e quella propostagli dal papato dell’XI secolo impegnato nel rinnovamento della vita spirituale  e nella Riforma della Chiesa. Il Monaco-Vescovo Guitmondo, insigne teologo dell’epoca,  sintetizzò fortemente con la sua opera dottrinaria e pastorale quella caratterizzazione, facendo della sede aversana un punto di forza importante della  riforma ecclesiastica in Italia Meridionale e favorendo lo sviluppo della vita spirituale attraverso l’attività dei locali monasteri benedettini. Quel Vescovo di Aversa era di origini normanne ed è annoverato tra i  Santi  con un culto che viene celebrato soprattutto in Normandia.

  La comparsa dell'icona della Madonna di Casaluce nelle dinamiche storiche locali rimanda alle vicende napoletane della dinastia dei D' Angiò, la quale subentrò alla dinastia normanno-sveva nel dominio dell'Italia meridionale.

Alla base di questa comparsa si intrecciarono varie storie ed avvenimenti. Insieme con due vasi di alabastro che furono ritenuti, per una antica tradizione, come le idrie del miracolo delle nozze di Cana, l'icona fu recuperata in Siria,  nel 1277, in area bizantina, da Ruggiero principe di Sanseverino, Grande Ammiraglio di Carlo I D' Angiò, durante una sua spedizione per la conquista di terre e di titoli di regalità gerosolomitani per il monarca francese.

 Morto Carlo I, il dominio passò a Carlo II e nel 1285, come afferma il Parente, il dono bizantino fu affidato al figlio di quest'ultimo: a Ludovico D' Angiò, principe che volle farsi povero frate francescano, e che, poi sempre in questa veste, divenne Vescovo di Tolosa e Santo della Chiesa Cattolica. Quella di S. Ludovico D' Angiò è una storia centralmente intrecciata nella vicenda dell'icona bizantina che poi fu portata a Casaluce dal feudatario Raimondo Del Balzo che la ricevette in affidamento direttamente dal Santo.

Secondo una antica devozione del luogo casalucense, legata al mito delle origini, si ritiene pure l'icona come un quadro dipinto direttamente da S. Luca. Nella Santa Visita, fatta il 11 Novembre del 1597 al Castello di Casaluce dal Vescovo Pietro V Ursino (1591-1598 : epoca del vescovato), si legge infatti:

              "...B.V. a S. Luca, ut creditur, depicta, et ipsa in medio yconae..."

Dall’abate F.Ughelli e dallo Jovinella  si apprende infatti che la Chiesa aversana, all’epoca del primo Giubileo,  fu dotata della guida del vescovo Pietro (1299-1309) proveniente dall’enclave anagnina di Bonifacio VIII, direttamente da quel papa inviato e portatore esplicito delle immunità della sede episcopale di Aversa direttamente soggetta (“immediate subjecta) alla sede di Roma. Il contesto della cultura ecclesiastica anagnina era anche lo stesso che aveva assistito allo sviluppo della vocazione eremitica del beato Andrea, ispiratore di Bonifacio e del Giubileo. Si intuiscono quindi l’importante considerazione in cui all’epoca era tenuta la diocesi aversana ed il suo ruolo non marginale svolto nelle manifestazioni della civiltà cristiana del tempo. D’altro canto non trascurabile deve essere considerato pure  il ruolo devozionale in ambito aversano  assunto dal Santuario della Madonna di Casaluce, dopo il Giubileo del 1350, affidato alla custodia dei PP. Celestini spiritualmente nati da S.Pietro Morrone, ovvero da Celestino V, papa della Perdonanza e del Rifiuto che portò al soglio pontificio lo stesso Bonifacio VIII.

   Sicuramente già per  questi brevi riferimenti e per altri che si possono ancora meglio rilevare  si può affermare, parafrasando l’espressione storiografica di Croce riferita al Regno di Napoli, che la Grande Storia passa pure per Aversa.

Su questa pista di approfondimento che evidenzia le caratterizzazioni religiose ed ecclesiastiche della cultura aversana, e la sua persistenza nella variabilità delle epoche artistiche e delle forme del potere civile e dinastico (normanno, svevo, angioino, durazzesco-aragonese, spagnolo, francese, borbonico e post-unitario) si possono incontrare altri avvenimenti e luoghi significativi, alcuni dei quali annotati in questa sede solo in via esemplificativa: la presenza degli ordini monastici e religiosi principali (Benedettini, Francescani, Domenicani, Celestini, Verginiani); la diffusione delle Congregazioni laicali; la seicentesca devozione lauretana del vescovo Carafa che dopo un pellegrinaggio al santuario marchigiano volle una replica del sacello di Loreto in Cattedrale, devozione che da oltre tre secoli caratterizza momenti ed iniziative importanti della spiritualità aversana; la grande ed irradiante cultura settecentesca del Seminario diocesano; la costellazione dei santuari mariani e di altri importanti luoghi diocesani che motivano un cammino di fede e di storia  ancora oggi valido e proficuamente esperibile. Una particolare menzione merita l’importanza della struttura dell’Annunziata: lo scorcio prospettico della chiesa , che si osserva in profondità da chi si avvicina lateralmente alla Porta Napoli proveniente dai vicoli del centro storico, contiene il segno artistico complesso di tempi e di civiltà diversi che si sono compenetrati nel sito aversano. Le colonne di marmo cipollino del pronao rimandano alla civiltà di Atella, che offrì materiali classici della costruzione della Aversa normanna. Il titolo dell' Ave Gratia Plena e l'ufficio della chiesa,"antico vanto della carità cittadina"(G.Parente), rimandano alla realtà storica di una civitas religiosissima che arricchisce le sue motivazioni ed i suoi servizi civili, in particolare quello ospedaliero, dell'impegno solidaristico ed assistenziale della Congregazione laicale di ispirazione mariana. L'epoca è quella del particolarismo dei liberi comuni, che in Aversa trovò riscontri interessanti ed originali, pur se rilevati in un'area caratterizzata dall'insistenza feudale. Lo schema devozionale aversano trovò probabilmente riferimento nelle esperienze che si riconnettono alla  Legenda de origine  dei Servi di Maria  e dei Sette Santi Fondatori, che nella Firenze del XIII-XIV secolo diedero inizio alla devozione mariana strutturalmente impegnata nel sociale. Sicuramente la devozione aversana fu intrecciata con la realtà devozionale caldeggiata dalla dinastia angioina, in particolare dalla regina Sancia; ed ebbe legami, mediati dai Padri Celestini, con le analoghe espressioni esistenti in Napoli ed in Sulmona.

L’originalità di questi tratti della cultura aversana esalta anche le sue altre dimensioni legate alle forme generali dell’urbanistica, dell’economia, della politica , dell’arte, della letteratura, della musica, della tradizione civile,  per le quali in ogni epoca si riscontrano episodi, eventi , produzioni, fatti e personaggi significativi.