BORINAGE          

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(15 Novembre 1878 – 20 Agosto 1880)

Luglio 1880

 

Mio caro Theo

 

ti scrivo piuttosto contro voglia, dopo essere rima­sto tanto in silenzio; ci sono state diverse ragioni.

Fino ad un certo punto sei divenuto un estraneo per me, e io ti sono divenuto pure estraneo; forse più di quanto tu pensi. Forse sarebbe meglio per noi non continuare così. Non ti avrei neppure scritto probabilmente se non mi ci fossi trovato costretto, proprio nella necessità di scriverti, se, dico, tu stesso non mi avessi posto in una simile necessità. A Etten ho saputo che mi avevi inviato cinquanta franchi, e li ho accettati. Certo contro voglia, certo con rincrescimen­to ma ormai mi sono ridotto in un vicolo cieco, in un imbroglio, come fare altrimenti?

E ora ti scrivo per ringraziarti, forse saprai già che sono di ritorno dal Borinage, mio padre mi parlava di restare piuttosto nelle vi­cinanze di Etten, ma mi sono rifiutato e credo di non avere fatto male. Senza volerlo, sono divenuto In famiglia un personaggio impossibile e sospetto in turo, non riscuotendo la fiducia di alcuno, come po­trei rendermi utile?

Così sono portato a credere che la soluzione più opportuna e ragionevole consista nell'andarmene e nel tenermi a debita distanza, insomma nel fare co­me se non esistessi.

Quello che per gli uccelli è la muta, il tempo in cui mutano di penne, per noi e altri uomini è l'avversità o la disgrazia, i nostri tempi difficili. Si può rimanere in questo periodo di metamorfosi e si può anche riuscire a venirne fuori rinnovati, però tutto questo non va fatto in pubblico, è poco divertente. Si tratta dunque di scomparire. E sia così

Ora so bene come sia desolantemente difficile la possibilità di riguadagnare la confidenza di un’intera famiglia; forse non del tutto sprovvista di pre­giudizi e di altre qualità ugualmente rispettabili e alla moda, eppure non dispero di ristabilire, anche lentamente, anche a poco a poco, un’intesa cordiale cori l’uno o con l’altro.

Vorrei arrivare a ristabilire, anzi tutto, un’intesa cordiale, per non dire di più, con mio padre, e ter­rei molto che poi si ristabilisse un accordo tra noi due.

Il buon accordo vale infinitamente più del malin­teso.

Devo annoiarti ancora con qualche discorso astrat­to, pure desidererei che tu ascoltassi le mie parole con pazienza. Sono un uomo passionale, capace e soggetto a fare le cose più insensate, delle quali mi tocca poi più o meno pentirmi.

Mi accade di parlare e di agire troppo in fretta, probabilmente, quando proprio, sarebbe meglio aspettare con maggiore pazienza. Penso che questa im­prudenza sia comune a molti altri.

Dato questo, un uomo si dovrebbe considerare pericoloso e incapace di fare qualsiasi cosa? Non lo penso. Si tratta piuttosto di cercare con ogni mezzo di trarre un qualche vantaggio da simili passioni. Ad esempio, per citare una passione tra le altre, io amo davvero i libri, e provo il bisogno di istruirmi con­tinuamente, di studiate magari, proprio come provo il bisogno di mangiare il mio passo di pane. Tu puoi capirlo, questo. Sai bene che, quando ero cir­condato da quadri e da cose d’arte, amavo questo ambiente con una passione che arrivava all’entusia­smo. Non me ne pento: ora, lontano dal paese provo Spesso la nostalgia del paese del mio paese dei quadri.

Ti ricordi come sapevo (ed è possibile che lo sap­pia ancora) conoscere Rembrandt o Millet, o Jules Dupré, o Delacroix, o Millas o M. Maris? Ebbene, ora non sono più tra quadri e cose d’arte, ma si pretende che quella cosa che chiamiamo anima non muoia mai e viva sempre e cerchi sempre e sempre e sempre ancora. Invece di soccombere alla nostalgia del paese, mi sono detto: «Il paese o la patria sono dovunque». Invece di disperarmi sono arrivato ad una forma di malinconia attiva Secondo le mie possibilità in altri termini, ho preferito una malinconia che sperasse, due avesse delle aspirazioni, che cercasse qualcosa, ad una disperazione cupa e stagnante.

Ho studiato così più o meno seriamente i libri che avevo a portata di mano come la Bibbia e la Rivoluzione francese di Michelet. L’inverno scorso ho letto Shakespeare e un poco di Victor Hugo e Dic­kens e Beecher Stowe e infine Eschilo, insieme con molti altri meno classici, ma sempre piccoli grandi maestri. Sai bene che Fabritius o Bida si può clas­sificare tra i piccoli maestri.

Ma chi è assorbito in una simile attenzione qual­che volta può apparire agli altri urtante, persino scandaloso; senza volerlo commette mancanze più o meno gravi contro certe forme e usi e convenienze sociali.

Tuttavia è peccato quando si prende questo in mala parte. Ad esempio, sai bene che spesso ho trascurato il mio abbigliamento, lo ammetto francamente e ammetto che può essere riprovevole Ma in questo entrano anche per qualche cosa le ristrettezze e la miseria; e del resto a volte un mezzo effi­cace ad assicurarsi la solitudine necessaria, per po­tere approfondire la ricerca che sta a cuore.

Uno studio necessario è la medicina; ogni uomo cerca di saperne qualcosa, di capire di che si tratti, eppure io non ne so niente ancora. Ma tutto questo assorbe, preoccupa, dà da fantasticare, da sogna­re, da pensare? Ed ecco che da cinque anni, forse non lo so più con esattezza, io sono più o meno senza posto e me ne vado errando di qua e di là. Voi dite, dopo questo o quel periodo sei decaduto, ti sei

spento, non hai combinato più niente. Ma, forse, è vero questo.

La verità sta nel fatto che qualche volta mi sono guadagnato un tozzo di pane e qualche altra volta l’ho ricevuto in dono da un amico; ho vissuto come potevo, ora bene, ora male, a seconda dei momenti. E’ vero che ho perso la fiducia di molti, che le mie finanze sono in triste stato, che l’avvenire mi si pre­senta piuttosto oscuro, è vero che avrei potuto fare meglio, è vero come ho perso tempo proprio per gua­dagnarmi il pane, è vero che sono in condizioni tristi e desolanti con i miei studi e che mi manca mol­to, infinitamente di più di quello che non ho Ma questo si chiama essere a terra, e si chiama non fare niente?

Forse puoi dirmi: ma perché non hai continuato la strada dell’università? A questa domanda ti potrei rispondere con poco: costava troppo, e poi non prometteva davvero un avvenire migliore di quello che posso incontrare sulla mia strada di ora.

Ma nella direzione che ho scelto bisogna che con­tinui — se non combino niente, se non studio, se non cerco, sono perduto. Allora veramente guai a me.

Ecco come guardare in faccia le cose: continuare, continuare, soltanto questo mi è necessario.

Mi domanderai: ma a che scopo tendi, a che pun­to di arrivo? Il mio scopo diverrà più definito, si delineerà lentamente e sicuramente come l’abbozzo diventa schizzo e lo schizzo diventa quadro, via via che si lavora più seriamente, che si scava più nel vivo l’idea dapprima indistinta, il primo pensiero fugace e passeggero a meno che non diventi fisso. Devi sa­pere che con gli evangelisti va come con gli artisti. C’è una vecchia scuola accademica detestabile, tirannica, la vergogna della desolazione proprio: uomini che hanno come una corazza, un’armatura d’acciaio di pregiudizi, di convenzioni. Quando sono ai posti dì comando, questi uomini dispongono dei posti e con gli intrighi cercano di mantenerci i loro protetti e di escluderne gli altri.

il loro Dio è come il Dio del beone Falstaff in Shakespeare: «l’interno di una chiesa - a the inside of a church»; e cosi certi signori evangelisti (???) vengono a trovarsi, per uno strano incontro (e se fossero capaci di emozioni umane rimarrebbero essi stessi sorpresi di scoprirlo) ad avere l’identico punto di vista dell’ubriacone tipo, in fatto di problemi spirituali. Ma è poco probabile che a questo proposito il loro accecamento si muti in lucidità.

Un simile stato di cose presenta il suo cattivo lato per chi non va d’accordo e protesta con tutta la sua anima, con tutto il suo cuore, con l’indignazione di cui è capace.

Per conto mio, io rispetto gli accademici che non sono come quegli accademici; ma dì rispettabili ce ne sono troppo pochi, meno di quello che sì cre­derebbe a prima vista. Una delle ragioni per cui ora mi trovo fuori posto - per cui sono stato fuori posto per degli anni, è questa ho altre idee io da quei si­gnori che distribuiscono posti solo tra chi la pensa come loro. Non è una semplice questione di abbi­gliamento, come qualche ipocrita mi ha rimproverato, ma una questione molto più seria, te lo posso assicurare.

Non ti parlo per compiangermi o per scusarmi dei miei errori più o meno possibili, ma soltanto per farti sapere questo durante la tua ultima visita l‘e­state scorsa, quando ci recammo nei pressi di quella fossa abbandonata che chiamano “ La Sorcière ", mi volesti ricordare di quando andavamo al vecchio ca­nale del mulino di Rijswijk e « allora dicevi tu, “andavamo d’accordo su molte cose, ma», aggiungesti  " da allora sei proprio cambiato, non sei più lo stesso “. Bene, le cose non stanno proprio così, c'è di mutato che allora la mia vita  non era proprio cosi difficile, e il mio avvenire si presentava meno oscuro ma nell'intimo, quanto al mio modo di vedere e di pensare, non è mutato proprio nulla. Se proprio vuoi cercare un cambiamento, c’è che ora penso, credo e amo più  profondamente di come già da allora pensassi, credessi e amassi.

È dunque un malinteso se tu continui a credere che, ad esempio, io senta ora meno entusiasmo per Rembrandt o per Millet o per Delacroix o qualsiasi altro; invece è vero il contrario, soltanto, vedi, si tratta di credere in molte cose, di amare molte cose: c’è del Rembrandt in Shakespeare e del Correggio in Michelet e del Delacroix in V. Hugo, e poi ancora c’è del Rembrandt nel Vangelo e del Vangelo in Rembrandt, è sempre lo stesso, come si vuole, pur­ché si sappiano intendere le cose, senza volere im­porre ad esse un’interpretazione sbagliata, facendo attenzione a non diminuire i meriti delle persona­lità, con le pretese dei confronti. E in Bunyan c’è del Maris o  del Millet e in Beecher Stowe c’è del­l’Ary  Scheffer.

Se puoi perdonare a uno di approfondire la pittura, puoi ammettere anche che l'amore per i libri  è sacro come quello per Rembrandt -anzi penso che si completino a vicenda.

Mi piace molto quel ritratto d’uomo di Fabritius che abbiamo guardato a lungo un giorno al museo d’Harlem. Ma mi piace ugualmente Richard Carto­ne di Dikens nella Parigi e Londra 1793. E poi potrei mostrarti tante altre figure stranamente affa­scinanti in altri libri, di una rassomiglianza più o meno impressionante. Penso che Kent, un uomo del Re Lear di Shakespeare è altrettanto nobile e ari­stocratico di quella figura di Th. de Keyser, sebbe­ne Kent e Re Lear abbiano vissuto molto prima. Per non dire di più. Mio Dio, come è bello Sha­kespeare. Chi può essere misterioso come lui? La sua parola, la sua maniera di fare, valgono certo quel pennello fremente di febbre e di emozione. Ma oc­corre imparare a leggere come si deve imparare a vedere e imparare a vivere.

Non devi pensare che sto rinnegando una cosa o l'altra, nella mia infedeltà mi conservo fedele in una certa maniera sebbene sia mutato sono sempre lo stesso: a cosa potrei essere buono, non potrei servire e essere utile in qualche modo, come potrei saperne di più e approfondire questo o quel soggetto? Vedi, è una cosa che mi tormenta di con­tinuo, ed uno arriva a sentirsi prigioniero dell’im­barazzo, a sentirsi tagliato fuori dalla partecipazione

a questa o a quella opera. Tutte le cose necessarie appaiono  fuori  portata. Per questo ci si sente ma­linconici, e poi si avvertono dei vuoti dove invece potrebbero essere amicizie e affetti seri e profondi, e si avverte un terribile sconforto corrodere I ‘ener­gia morale stessa. La fatalità  sembra poter mettere barriere agli impulsi di affetto, e una marea di disgusto ci invade. Ed uno dice: Fino a quando mio Dio?

Che vuoi, quello che si svolge dentro appare forse all’esterno?

C’è chi ha un grande focolare dentro, nella sua anima, e nessuno viene a scaldarsi, i passanti vedo­no soltanto quel poco di fumo alto sul camino e continuano la loro strada. Che fare dunque? Meglio alimentare questo fuoco interno, possedere qualcosa in se, attendere pazientemente, eppure con quanta impazienza, attendere l'ora, dico, in cui qualcuno si appresserà al focolare, vi si siederà vicino? Chiun­que crede in Dio attenda l’ora che arriverà prima o poi. Ora, al momento attuale tutti gli affari mi vanno male, secondo quel che sembra, e questo dura da tempo e può restare cosi in un avvenire di più o meno lunga durata, ma è anche possibile, che dopo essere andato tanto male, tutto vada meglio in se­guito. Io non ci conto. Forse un momento simile non giungerà mai, ma e interverrà un minimo cambiamento per il meglio, lo considererò come tanto di­guadagnato e ne sarò contento, dirò -finalmente: nonostante tutto, c'era ancora qualcosa-.

Però, tu puoi dirmi, sei un essere esecrabile, hai delle idee impossibili in materia di religione e i tuoi scrupoli di coscienza sono puerili. Se sono impos­sibili e puerili, possa io liberarmene; non chiedo di meglio. Ma ecco all’incirca il mio punto attuale sull‘argomento. Troverete ne “Il filosofo sotto i tetti dì Souvestre” come un uomo del popolo, un semplice operaio, molto misero se si vuole, sì rappresentava la patria. “Forse tu non hai mai pensato a quella che è la patria”, disse posandomi una mano sulla spalla,

è tutto quello che ci circonda. Tutto  ciò che ti ha allevato e nutrito, tutto quello che hai amato, la campagna che vedi, queste case, le ragazze che passano laggiù ridendo, è la patria». Le leggi che ti proteggono, il pane che ricompensa la tua fatica, le parole ci,e scambi, la gioia e la tristezza che vengono dagli uomini e dalle cose in mezzo alle quali tu vivi, è la patria. La vedi, la respiri dovun­que. immaginati i diritti e i doveri, •gli affetti e le necessità della vita, ricordi e la riconoscenza, tutto riunito sotto un solo nome e questo nome sarà la patria

Ora nella stessa maniera io penso clic tutto quello che è buono e bello, di un’interna bellezza morale, spirituale e sublime negli uomini e nelle loro opere, viene da Dio e che tutto quello che è malvagio e cattivo nelle opere degli uomini non è dì Dio. Dio non lo può approvare.

Ma involontariamente sono portato a credere che il miglior mezzo per avvicinarsi a Dio è amare, ama­re molto. Amate un amico, una persona, una cosa, quello che vi pare, e sarete sulla buona strada per saperne di più. Io mi ripeto questo. Ma occorre ama­re con  un sentimento elevato e profondo, intimo, con volontà con intelligenza, e occorre sempre cercare di più e meglio. Cosi ci avviciniamo a Dio, alla fede incrollabile.

Chi, ad esempio, amerà Rembrandt con convinzione, saprà bene che esiste un Dio, ci crederà fer­mamente. E chi studierà a fondo la storia della Ri­voluzione francese -  non sarà  incredulo, riconoscerà. anche nei grandi fatti la manifestazione di una potenza sovrana.

Chi ha assistito, anche per poco tempo soltanto, ai  corsi gratuiti  della grande università della miseria, se ha prestato attenzione alle cose vedute con i suoi occhi e sentite con le sue orecchie, e se ha riflettuto sulle sue osservazioni, finirà anch’egli col credere e con l’imparare molto più di quello che saprebbe di­re. Cercate di comprendere l’ultima parola dei gran­di artisti nei loro capolavori, troverete Dio nei gran­di maestri. Uno lo ha scritto o detto in un libro, un altro in un quadro.

Poi leggete la Bibbia semplicemente e il Vangelo, vi sarà da pensare, molto da pensare, tutto da pen­sare. Ebbene pensate questo molto, pensate questo tutto, e il vostro pensiero, malgrado quello che sia­te voi stessi, si solleverà, oltrepasserà il livello ordinario. Una volta che si sa leggere, si legge vera­mente.

A momenti si può essere un poco astratti, un poco sognatori, qualcuno diventa persino un poco trop­po astratto. sogna troppo, anche a me succede pro­babilmente così, ma la colpa è mia: ero assorto, pre­occupato, inquieto per questa o quella ragione, ma

poi l’ho superata. Certo, il sognatore può cadere in un pozzo, ma si dice che dopo riesca a risalirne.

E l’uomo astratto ha poi per compenso i suoi mo­menti di presenza di spirito. A volte è un persona ­con una sua ragione di essere, una ragione che non si vede sempre al primo momento o che si di­mentica per distrazione, per negligenza più o meno volontaria. E uno che è stato sballottato a lungo su un mare tempestoso arriva finalmente al suo porto, un altro che sembrava un buono a niente e incapace di occupare un posto, di esercitare una funzione, finisce per occuparsi; si mostra attivo e capace di attività uno che non Io era sembrato affatto a prima vista. Mi sembra di scriverti a caso. quello che mi viene, sarei proprio contento se tu riuscissi a considerarmi come qualcosa di diverso, da una specie di fannullone

C’è forse da far distinzioni tra fannullone e fannullone? Uno può essere fannullone per pigrizia e debolezza di carattere, per la bassezza della sua na­tura. E a voler giudicare puoi prendermi per uno di tali infingardi.

Ma c’è anche un’altro fannullone, suo malgrado, roso Internamente da un acuto desiderio dì attività: non fa niente perché non può fare niente, perché è come prigioniero di qualcosa, perché non ha l'occorrente per produrre, perché la fatalità delle circostanze lo riduce in questo stato;  non sa neppure lui quel lo che potrebbe fare, ma lo sente istintivamente, lo sono buono a qualcosa se mi riconosco una ragione di essere, so che potrei essere un uomo del tutto diverso. Ma a cosa potrei essere utile, a cosa potrei servire, c'è qualcosa dentro di me, cos’è dun­que? Questo tipo di fannullone è proprio diverso, forse puoi giudicarmi un fannullone di questo ge­nere.

Un uccello in gabbia a primavera sa molto bene che esiste qualcosa cui sarebbe adatto, sente molto bene che avrebbe qualcosa da fare, ma non lo può fare, che è tutto questo?  Non lo può ricordare esat­tamente; poi ha delle idee vaghe e si dice: « gli al­tri fanno i loro nidi, hanno figli, gli altri allevano la nidiata “, poi picchia il capo contro le sbarre della gabbia. Ma la gabbia rimane e l'uccello è pazzo di dolore.

“Ecco un fannullone” dice un’altro uccello che vola oltre; quello e’ come se vivesse di rendita. Eppure il prigioniero vive e non muore, niente del suo dolore appare all’esterno, certo il nostro prigioniero si porta bene, è più o meno gaio ai raggi del sole. poi arriva il momento dì migrare.

Il prigioniero ha degli accessi di malinconia - ma -, dicono i bimbi che lo curano nella sua gabbia, - eppure non gli manca niente -, ma lui guarda fuori il cielo gon­fio, carico di tempesta e sente di ribellarsi alla sor­te. « Sono in gabbia» « sono in gabbia, non mi man­ca niente, imbecilli » « Ho tutto quello che mi occor­re » « Ah, vi prego, la libertà: essere un uccello come tutti gli altri» .

Degli uomini sono fannulloni come è fannullone questo uccello.

E gli uomini sono spesso nell’impossibilità dì fare qualcosa, prigionieri in non so quale gabbia orribile, orribile, troppo orribile.

Ci può anche essere, lo so, la liberazione, la libe­razione tardiva. Una reputazione mutata a torto o a ragione, la miseria, la fatalità delle circostanze, la sventura, è questo che rende prigionieri.

Non si potrebbe neppure dire che cosa ci impri­giona, cosa ci mura e ci soffoca, pure le avvertiamo, non so che sbarre, che cancellate, che mura. Tutto questo è immaginazione, è fantasia. Non lo penso; e poi ci chiediamo; Dio mio deve durare molto tempo, sarà cosi per sempre, per l’eternità?  Sai cosa può annullare la prigione?  Ogni affetto profondo e sentito

   Essere amici, essere fratelli, amare, così la pri­gione ci viene aperta da una potenza sovrana, per un incanto potentissimo. Ma chi non sa amare rimane nella morte.

      Con la simpatia rinasce anche la vita.

A volte la prigione può chiamarsi pregiudizio, malinteso, fatale ignoranza di una cosa o di un’altra, falso pudore.

Ma per parlare d'altro, se da una parte io sono Ca­duto in basso, tu sei salito. E se ho perduto delle simpatie, tu ne hai guadagnate. Ne sono contento, te lo dico con franchezza: me ne rallegrerò sem­pre. Se tu fossi poco serio e poco profondo potrei temere della durata di questo, ma, siccome so quan­to tu sia serio e profondo, so che durerà.

Soltanto sarei lieto che tu potessi considerarmi di­verso dal peggiore dei fannulloni. E se potrò fare qualcosa per te, esserti utile in qualcosa, sappi che sono sempre a tua disposizione.

Se ho accettato quello che hai voluto donarmi, po­trai chiedermi sempre qualcosa, se si presentasse l’oc­casione, considererei questo un segno di fiducia. Sia­mo molto lontani uno dall’altro e possiamo ave­re punti di vista e maniere di vedere differenti, ma può arrivare l’ora o il giorno in cui uno può aiu­tare l’altro.

Per oggi ti stringo la mano, ringraziandoti ancora della tua bontà con me. Se vorrai scrivermi, subito o più tardi, il mio indirizzo è presso Ch. Decrucq, rue du Pavillon 8, à Cuesmes près de Mons.

 

E sappi che scrivendo mi farai del bene.  ­Con affetto.

                                                                            

                                                                              Vincent

 

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