L'Unità
25 settembre 2001

TRANSGENDER, VITE SOTTO FALSO NOME

"Tornai al paese e feci un pegno a Gesù, gli chiesi di essere normale. Avevo 14 anni. Mi piaceva un ragazzo e per lui volevo essere una femminuccia.
Odiavo il calcio e mi mettevano sempre in porta. Mi piaceva l’hula-op. Stavo malissimo al pensiero della visita militare: avevo ragione, tutti si misuravano il pene. Odiavo per me tutto ciò che era maschile. Ho preso gli ormoni per 11 anni. Da altrettanti non ne prendo più: le mie due parti oggi sono in equilibrio. Non ci sono percorsi tracciati. Ho trovato la pace". Porpora Marcasciano, 44 anni, nata in provincia di Benevento, per l’anagrafe è un uomo. La transizione ad un altro genere viene registrata sui documenti dopo l’intervento chirurgico (legge 164 del 1982) che "rettifica" il sesso o che si limita a decostruire l’apparato riproduttivo. La legge in vigore è stata una conquista. Non prevede, però, l’esistenza delle tantissime persone che iniziano un percorso di trasformazione, prendono gli ormoni, modificano il loro aspetto e scelgono di non operarsi; nè la vita dei molti che per anni aspettano l’intervento. Non prevede la realtà transgender, cioè l’ elaborazione dell’identità di genere che prescinde dalla genitalità e approda per ciascuno ad esiti unici. Il popolo transgender vive con un nome sbagliato, che non corrisponde al genere al quale sente di appartenere. E’ una dimensione complessa, fatta di storie diverse. Ma chi le racconta in prima persona, quando descrive il momento in cui ha trovato la forza di darsi il vero nome e di adeguare il proprio aspetto, dice sempre: "E’ stato come nascere un’altra volta". Davide Tolu autore del romanzo autobiografico "Il viaggio di Arnold" (Eur edizioni) descrive così la sua rinascita: "Dall’ età di 3 anni ho concepito il mio io al maschile. Dopo 20 anni, ho fatto la prima iniezione. Ho percepito che il mio corpo stava divenendo sempre più il sito ideale per la mia mente, in un incastro perfetto perché potessi ricominciare a vivere". Così Matteo: "A 7 anni chiesi a mia madre di non chiamarmi con il nome da femmina, lo odiavo. Giocavo con i maschi, volevo essere come loro. La pubertà fu atroce, mi sviluppavo come non volevo. A 20 anni feci istanza di cambiamento. Dissi ai periti che mi piacevano gli uomini. Non capirono. Bloccarono tutto. Per 10 anni mi buttai nel lavoro. Poi ho ritentato, dopo 2 anni di fuoco, tra iniezioni, visite e colloqui, a maggio sono stato operato. Sono tornato al mare dopo 20 anni. Aspetto i documenti". Matteo è un trans gay (i trans o FtoM sono coloro che transitano dal genere femminile al maschile, le trans o MtoF quante compiono il percorso opposto). Quando ha iniziato la transizione, molto prima dell’ operazione, per avvisare i vicini ha affisso un cartello nella bacheca condominiale: "L’inquilino… è in percorso di transizione dal genere femminile a quello maschile. Si prega di utilizzare i pronomi consoni alla situazione". Questo il calvario di chi vive con il nome sbagliato. "Le persone trans sono soggette a pesanti intrusioni nella vita privata ogni volta che devono esibire un documento. Succede con il vigile, il postino, l’ impiegato di banca, ecc. Il nuovo Ordinamento di Stato Civile che prevede per chiunque la possibilità di cambiare il proprio nome, non è considerato da parte delle istituzioni, dalle prefetture in particolare, uno strumento idoneo a risolvere il caso", dichiara Maria Gigliola Toniollo presidente della Commissione identità di genere presso il Ministero delle Pari opportunità.

L’intervento chirurgico per i trans prevede tre fasi: l’asportazione del seno, dell’utero e delle ovaie, e la falloplastica. Ma pochi si fanno costruire il pene, perché la funzionalità è ancora molto bassa. Più semplice la vaginoplastica, che oggi dà la possibilità di godere. Molte trans non la fanno.

Helena Velena, bolognese, trans lesbica, è stata una delle prime a introdurre in Italia da San Francisco il termine transgender: "Nell’infanzia ho subito attacchi violenti per i miei modi effeminati. Volevano tagliarmi i capelli a tutti i costi. Volevo essere una donna, ma mi piacevano le donne e mi sentivo sbagliata. A 17 anni ero punk e andai a Londra, conobbi dei travestiti. Il fatto di essere punk, di tingermi i capelli, di essermi abituata a indossare abiti particolari, mi diede la forza di andare travestita tutto il giorno. Ma fu 15 anni fa, grazie a Internet, che presi contatto con la realtà transgender. Andai a San Francisco, conobbi la mia guru, mi presentò un trans gay effeminato. Capii che l’identità è un percorso personale. Mi disse: “Sii quello che vuoi essere, a prescindere da ciò che vedi intorno a te. Se non ci sono modelli, potrai essere tu un riferimento per altri”". In questo senso transgender è chiunque fa coincidere l’identità di genere con il proprio unico modo di essere. Una dimensione che può suscitare inquietudine e aprire conflitti perché disegna scenari inediti. Si parte dalla distinzione tra sesso, genere e orientamento. Nella ricerca del partner, afferma Diana Nardacchione, trans lesbica: "Se la storia personale e le circostanze contingenti lo rendono conveniente, ciascuno può potenzialmente proporsi come uomo o come donna, sia ad un uomo che ad una donna". Fino a non molti anni fa il cambiamento di genere era un tabù. "A 13 anni cominciai ad avere una vita da omosessuale passivo. In famiglia dicevo tantissime bugie. Poi ho lavorato al Piper. Andai per caso a Cinecittà e Fellini mi notò. Lavorai molto con lui e con Rossellini. Spesso le maestranze mi prendevano in giro. A 30 anni capii che non potevo più vivere così. Quando realizzai che era possibile cambiare sesso, tentai il suicidio. Superata la crisi, partii per Casablanca. E la mia vita cambiò. Avrei dovuto farlo prima". Marcella Di Folco, presidente del Mit (Movimento di identità transessuale), attese per anni i documenti. Negli anni ’70 le trans vivevano ai margini: costrette a prostituirsi e spedite in questura in base ad un articolo di legge che "vieta di comparire mascherati in pubblico" (a sollevare il problema un’interrogazione di Manconi del ’94). Roberta venne fermata solo perché calzava un paio di scarpette basse: "Ero in Via Condotti e passeggiavo tranquillamente. Fu a causa delle ballerine che fui fermata la prima volta e condotta in questura, l’inizio del lungo calvario… la gente ci vedeva come degli extraterrestri e, per avere una casa, sono finita insieme alle altre nella baraccopoli dell’ Acquedotto Felice, tra ladri, mignotte ed emarginati di ogni specie, una sorta di Corte dei Miracoli ai margini di Roma" (da "Le rose e le viole" di Porpora Marcasciano, in via di pubblicazione). Oggi la prostituzione non è più un percorso obbligato.