Paolo Atzei Vescovo
Omelia
per l'Ordinazione presbiterale
di fra' Francesco Cocco, ofm conv.
1. "Rendiamo grazie a Dio!"
1.1. Con questa breve formula anche voi, assemblea liturgica, avete dato l'assenso alla scelta di fra' Francesco Cocco per il Presbiterato, presentato dal suo Ministro provinciale, p. Alfio Puxeddu, a nome di tutta la Chiesa.
1.2. "Rendiamo grazie a Dio",
per la "pienezza del tempo" che è Cristo, nel cui mistero è inscritta dall'eternità questa elezione (cf. Ef 1,4) e la stessa celebrazione di "questo giorno fatto dal Signore" (cf. Sal 118,24), incastonato nell'Anno Santo del 2000 quale evento-dono del Grande Giubileo di fine millennio. Una "pienezza", che ricapitola l'esistenza, l'ispirazione vocazionale, l'itinerario formativo di fr. Francesco e, oggi, celebrativo.
Essa ha avuto come collaboratori di Dio, tramite la procreazione, "mamma" Luciana, "papà" Tonino, e nella condivisione della vita in famiglia la sorella Paola e poi il cognato Massimiliano.
1.3. "Rendiamo grazie a Dio",
anche per la data: tra la Festa della Esaltazione della Santa Croce, la memoria della Beata Vergine Addolorata e l'Impressione delle Stimmate del Serafico Padre San Francesco. Potremmo dire un "miniciclo liturgico francescano", significato dall'ardente desiderio di S. Francesco di essere "crocifisso con Cristo" (cf. Gal 2,10) e dal vedersi "ornato con i segni della nostra Redenzione" (parole scolpite su una lastra del pavimento nella Cappella delle Stimmate a La Verna); nonché, dalla materna figura della Vergine Madre, associata con il Figlio ai misteri della nostra salvezza.
2. Nel segno della Croce
Questa la sintesi del Rito dell'Ordinazione presbiterale, il messaggio dell'odierna Liturgia della Parola (cf. 24a dom. T.O., Anno B), l'essenza del carisma di S. Francesco.
2.1. Rito dell'Ordinazione
Il Mistero della Passione, Morte e Risurrezione di N.S. Gesù Cristo è "fondamento", "centro" e "culmine" di tutta la vita e l'attività della Chiesa, Serva e Sposa di Cristo, della sua vita e della missione.
L'offerta d'amore di Gesù crocifisso è atto supremo e paradigma di ogni ministerialità, istituita e ordinata (cf. PAOLO VI, 'Motu proprio' "Ad pascendum", 1972; EM, 19; CEI, Rito dell'Ordinazione, Ed. 1992, I).
Tale 'diaconia'; ragione di ogni ministero e anima della spiritualità francescana, viene richiamata dalle immagini che caratterizzano la Missione del Figlio di Dio, e si riflette sulla vita e sulla missione del Suo Popolo.
Le immagini che descrivono e significano la figura di Cristo, tipiche di ogni Consacrato, sono quelle del Profeta e Maestro, del Sacerdote, del Capo e Pastore.
Queste dimensioni ministeriali trovano la loro ragion d'essere nell'attitudine a servire da parte di coloro che Dio consacra per rendere suoi servi .
(Fra poco ascolteremo le interrogazioni all'eletto, chiamato ad esprimere la sua volontà per assumere gli impegni inerenti il Presbiterato.)
La 'diaconia' data e richiesta al Presbitero: essere "cooperatore dell'Ordine dei Vescovi", guida del Suo popolo; quindi, ministro della Parola, della celebrazione dei misteri di Cristo, della preghiera e della liturgia comunitaria. L'ultima interrogazione richiama la ragione del ministero nel segno della Croce: "essere sempre più strettamente unito a Cristo che come vittima pura si è offerto al Padre".
Infine, la "diaconia" dell'obbedienza al Vescovo, nel caso, anche al legittimo Superiore religioso; una diaconia, a servizio dell'autorità (Vescovo e Superiore dell'Istituto) e della stessa autorità del Presbitero nell'ufficio di capo e pastore.
Il segno della Croce è dentro ogni risposta che il Presbitero dovrà dare nel corso della sua esistenza.
2.2. La liturgia della Parola
La liturgia di questa domenica propone una lettura cristologica del mistero del Messia, "servo-sofferente" (cf. Is 50,5-9a; Mc 8,27-35).
Ogni discepolo battezzato, il sacerdote in particolare, deve confessarlo e seguirlo! Tutto il Vangelo di Marco è "apprendistato del discepolato". Nella prima parte egli pone ai lettori la domanda: chi è Gesù? Nella seconda risponde: è il Figlio di Dio, Messia sofferente.
2.2.1. Confessare il Cristo
"Tu sei il Cristo"! Così Pietro risponde alla domanda: "Voi chi dite che io sia?". Una confessione di fede in Gesù-Messia dettata dall'ispirazione divina, frutto di un'illuminazione dello Spirito, che ha suggerito parole divenute formula di fede della Chiesa primitiva.
Dire "Messia" significa riconoscere in Lui "il Consacrato", l'"Unto", l'"inviato di Dio" per la liberazione d'Israele (una liberazione 'storica', ma includente la salvezza totale).
Pietro e gli altri discepoli hanno potuto constatare di persona che Gesù è "il Liberatore", perché i gesti da Lui compiuti hanno liberato dal peccato (cf. Mc 2,1-12), dal demonio (3,22-30), ammaestrato e profetato come e più dello stesso Mosè (7,1-13), pascolato, riunito e nutrito il popolo (6,34-44), imbandito nel deserto un banchetto per sfamare la gente (8,1-10).
L'intuizione di Pietro rimane circoscritta al gruppo dei discepoli per il silenzio imposto da Gesù. Egli, implicitamente, rimanda al senso nascosto dell'affermazione. Quasi a dire: continuate a seguirmi e conoscerete la mia vera identità messianica.
2.2.2. Seguire "il Figlio dell'uomo"
È l'invito che viene dal successivo "insegnamento" di Gesù ai discepoli. Egli si autorivela come "Figlio dell'uomo". Un'espressione della Scrittura (cf. Dn 7,13-14.25-27) che lo preannunciava (unitamente ad Israele) come destinatario del "potere, gloria e regno" divini.
Gesù precisa che, come tale, avrebbe dovuto "molto soffrire" (una necessità dentro la volontà salvifica del Padre, che chiede una risposta obbediente del Figlio per attuare il suo disegno salvifico), "essere rigettato" dal potere e dal rifiuto della cultura teologica dominante ("anziani, sacerdoti, scribi").
Il disegno di Dio, continuamente ripreso dai profeti, ora si compie nella figura di Gesù, tramite la sofferenza della Passione e l'immolazione sulla Croce.
Una morte, tuttavia, che apre alla vita, perché "il Figlio dell'uomo... dopo tre giorni risusciterà", come anticipato dalle Scritture circa la risurrezione del popolo e del "Giusto" (cf. Is 26; Ez 33; Dn 12,2; ...) e secondo il piano prestabilito da Dio.
Gesù è raffigurato nel "Giusto" perseguitato, che con la sua sola presenza interpella e giudica; perciò, dà fastidio, essendo capace di una testimonianza a tutta prova, che lo giustifica.
La figura misteriosa del "servo sofferente" appare una concisa biografia della vocazione e della missione del Messia, soprattutto del suo modo di vivere, nell'ascolto di Dio e alla sua presenza, un destino tragico e umanamente inaccettabile (cf. M. PRIOTTO, "Lectio" della 24a dom. T.O., Anno B, vol. 4, EMP, 56-57). La Tradizione apostolica ha visto descritta nelle parole di Isaia la stessa Passione di Gesù.
In tale contesto, meglio si coglie la reazione di Pietro, evidentemente non in sintonia con il progetto di Dio su Gesù:
"... lo prese in disparte e lo rimproverò".
A sua volta Pietro viene rimproverato da Gesù, che parla apertamente, svelando più volte quanto gli accadrà (cf. 9,30-32; 10,32-34): "Va' via, dietro a me, Satana. Tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini".
Per dire: sei "oppositore", diabolico; "va' via, dietro!", devi ancora imparare a seguirmi. Pietro, infatti, pur avendolo confessato a parole come Messia, di fatto ragiona "secondo gli uomini", pensa a un Messia del tutto diverso, al Liberatore che, secondo le attese comuni, sarebbe venuto per trionfare sui popoli dominatori d'Israele e stabilire un regno (anche storico) imperituro.
2.2.3. "Rinnegare se stessi... prendere la croce"
Le condizioni della sequela non sono solo per i discepoli, ma per tutti. Di fronte alle esigenze del Regno - avverte l'evangelista Marco - non c'è molta differenza fra i discepoli e la gente. Tutti devono mettersi in cammino per seguire Gesù (cf. J. GNILKA, Marco, CE, Assisi 1987, p.458s.).
"Rinnegare se stessi", alla luce del Vangelo di Marco, significa rinunciare ai propri interessi e progetti "secondo gli uomini" e porre l'esistenza di discepoli alla sequela di Gesù.
"Prendere la propria croce" indica la disponibilità a seguire Gesù fino alla morte e accettare l'insieme dei limiti creaturali e tutte le avversità e tribolazioni che possono capitare al discepolo.
Gesù da' un'ulteriore spiegazione della frase, aggiungendo che "rinnegare se stessi" e "prendere la propria croce" vuol dire, di fatto, "perdere la propria vita per causa mia e del Vangelo, per salvarla".
È un "perdere" agli occhi del mondo "per salvare" "secondo Dio", è un "perdere" per "salvarsi" ed essere strumenti di salvezza, spinti dalla sola ragione dell'amore per Cristo ("per causa mia") e dalla passione "per causa del Vangelo". Chi rimette in Dio la propria vita e la valuta alla luce dell'eternità, sa che "salvarla" vuol dire "perder(la)" in questo mondo, secondo il giudizio degli uomini.
Anche il versetto successivo (v. 38), non riportato nel testo liturgico odierno ("chi si vergognerà di me in questo mondo infedele e peccatore, anche il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui, quando verrà con tutti i suoi angeli nella gloria del Padre suo") impegna a una testimonianza coraggiosa "per causa di Cristo e del Vangelo" (cf. anche Rm 1,16), in ordine alla salvezza eterna.
Vergogna è la paura di essere discepoli e di rendere ragione della propria sequela di Cristo. Se non ci si vergogna di Lui, saremo riconosciuti dal "Figlio dell'uomo" degni della gloria del Padre.
3. Il Sacerdote: discepolo e servo
Questo deve essere prima di tutto il Presbitero: fedele seguace di Cristo, servo del suo mistero; uno, cioè, che è "immagine trasparente", "copia" fedele di Lui, perché lo imita e serve, anche a rischio della propria vita.
"Come la vita di Cristo anche quella del Sacerdote deve essere una vita consacrata, nel suo nome, all'adempimento e all'annuncio autorevole dell'amorosa volontà del Padre" (CONGREGAZIONE PER IL CLERO, Il Presbitero, Maestro della Parola, Ministro dei Sacramenti e Guida della Comunità in vista del Terzo Millennio cristiano, 19 marzo 1999, EV, p.10) (cf. Gv 17,4; Eb 10,7-10).
Negli anni della vita pubblica, Gesù "cominciò a fare e a insegnare" (cf. At 1,1). "Fare" in quanto Servo, "insegnare" in quanto Maestro.
Essere consacrati è essere discepoli di Cristo, servi del Suo Vangelo. Una grazia, questa, da corrispondere con una vita autentica, credibile, sincera, santificata (cf. l.c., p.10).
Giovanni Paolo II, riferendosi alla scristianizzazione dell'Europa, afferma: "... occorrono araldi del Vangelo esperti in umanità, ... e nello stesso tempo siano dei contemplativi innamorati di Dio... occorrono santi" (cf. PDV, 12). Il Presbitero deve essere "esperto in umanità", "innamorato di Dio", "uomo dell'interiorità", "santo" CONGREGAZIONE PER IL CLERO, Il Presbitero...cit.).
Rileggo, alla luce del Rito e dell'odierna liturgia, nonché della spiritualità francescana, le varie dimensioni del ministero presbiterale.
Esse non sono semplici funzioni da svolgere, ma costituiscono l'identità vocazionale e missionaria del Presbitero. La consacrazione, infatti, lo rende "altro Cristo" e gli permette di agire "in persona" di Lui, e così somigliante a Lui, da poter dire con l'Apostolo: "Non sono più io che vivo, bensì Cristo vive in me" (cf. Gal 2,20).
3.1. Il ministero profetico: la passione per la Parola
Passione dice amore e intima sofferenza per la Parola, fondamento della nostra fede.
3.1.1. Ministero profetico è essere consacrati e mandati come messaggeri per predicare "il vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio" (cf. Mc 1,1s). Ogni Presbitero viene incontrato, interpellato, confermato, santificato dalla Parola, il Verbo che discende dal cielo, si veste di umanità, invita a seguirLo e a servirLo.
La Consacrazione impegna ad accogliere, credere, obbedire, trasmettere la Parola "non quale Parola di uomini, ma quale è veramente, Parola di Dio" (1 Ts 2,13).
Essa esige un ascolto così attento, da condurre alla condivisione della vita e del destino del Maestro. Confessarlo come "il Salvatore" è credere in Lui, "l'Unto" del Padre per la salvezza del mondo. Ciascun Sacerdote deve poter ripetere con l'Apostolo Paolo: "Egli mi ha amato e ha dato la vita per me" (Gal 2,2). Il vero discepolo, "ascolta" e mette in pratica la Parola (Gc 1,22), lasciandola penetrare nell'intimo fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito (cf. Eb 4,12), trasmettendola "come potenza di Dio" (Rm 1,16), Parola di verità, non, quindi, "con discorsi umani persuasivi", ma come "parola della croce, ... scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani" (cf. 1 Cor 1,18-25).
3.1.2. Nella vita di S. Francesco c'è un chiaro itinerario della Parola che "dall'alto" lo raggiunge, investe, ne determina le scelte, lo trasforma al punto da esserne "copia vivente".
Un itinerario che comincia dalla scoperta e dall'accoglienza profonda, di fede, fino alla venerazione della Parola, anche nella sua materialità. Ne aveva un'"altissima comprensione", perché - scrive il Celano (2 Cel 102/689) - la scrutava "con intelletto d'amore"; ossia, con l'intelligenza pura e l'affetto dell'amante. Riconosce e confessa nella Parola che dal seno della Trinità per raggiungere l'uomo e la sua storia e redimerla. Essa non ritorna a Dio senza efficacia (cf. Is 55,10-11).
Francesco d'Assisi dalla Parola è mosso e per la Parola messo in dialogo con "il Dio invisibile": entra in comunione e in amicizia con Lui (cf. Col 1,15; 1 Tm 1,17) con gli uomini, vede rivelato l'itinerario vocazionale e l'approdo ultimo (cf. DF, cf. coll. 1204-1207).
Crede, adora, contempla, medita, ama e soffre, attua così prontamente e fedelmente la Parola, da diventarne simbolo parlante, "parola della Parola", e memorizzarla, cantarla, divulgarla con ardore, gioia, semplicità (cf. LgM Cap. IV,3; VIII,11 / FF 1072,1159).
Al termine della vita, duramente provato dalla malattia, un suo compagno desiderava consolarlo leggendo per lui qualche brano scritturistico. Francesco rispose che gli bastava quello che conosceva e aveva meditato: "Non ho bisogno di più: Conosco Cristo povero e crocifisso" (cf. 2 Cel 105/ FF 692). Ormai era tutto dentro la "Parola abbreviata", nel mistero della Croce.
A quel punto Parola scritta, la sua strumentalità fisica, non serve più, perché scolpita dallo Spirito nel cuore e nel corpo dell'uomo di Dio, per sempre.
Carissimo fra' Francesco, nel ministero profetico ti auguro di sentire urgere, bruciare, sconvolgere, violentare, consumare dalla Parola. Devi essere così consacrato dalla Parola e a servizio della Parola, umile, generoso, fedele. Così (cf. CONGREGAZIONE PER IL CLERO, cit., p.15), da farti espropriare da essa fino alla morte.
3.2. Il ministero sacramentale: "sacerdos et hostia"
Il ministero sacramentale è la dimensione centrale della vita e dell'attività del Sacerdote, perché il memoriale della Pasqua fonda e causa la salvezza.
In questa prospettiva, due i riferimenti più significativi: l'agire "in persona Christi" e l'essere "hostia" e vittima.
3.2.1. "In persona di Cristo"
L'agire "in persona Christi", o di Cristo Capo, richiama l'abilitazione dello Spirito ad assumerne e prolungarne nel tempo il ministero, esserne presenza viva, pasquale, in stretto rapporto con l'Ordine episcopale. Un ministero "fonte e culmine" di tutta la vita della Chiesa (cf. SC 10), sua "radice e cardine", perché costituisce tutto il suo bene spirituale (cf. PO 5).
L'agire "in persona Christi" richiede, a livello spirituale, la consapevolezza dell'essere stati amati, scelti, chiamati, dichiarati idonei, consacrati e mandati nel nome di Cristo e per il ministero della Chiesa, celebrando qui e oggi, i misteri della salvezza.
Come "amico" e "discepolo prediletto", il Presbitero deve avere gli "stessi sentimenti di Cristo" (cf. Fil 2,5) e misticamente soffrire la sua stessa passione salvifica, in comunione con tutto il Popolo di Dio.
Consacrato per essere-e-fare-la memoria di Cristo, con tutto se stesso, ogni Presbitero è segno rivelatore e strumento del Mistero. Il che fa tremare, ma anche grandemente gioire. Celebrare bene ogni giorno "fideliter ac devote" (Rb 5 /FF 88), con fede grande, educandosi e lasciandosi educare, formandosi e formando al senso del Dono ricevuto e da trasmettere.
In nessun altro Sacramento, come nell'Eucaristia e nella Riconciliazione "passa" e quasi "si tocca" la sublimità del mistero di grazia anche sul limite della nostra e altrui creaturalità e indegnità.
3.2.2. "Vittima"
"La vittima è inseparabile dal sacerdote" (GIOVANNI PAOLO II, Lettera ai Sacerdoti, Giovedì Santo, 16 marzo 1997, n. 4).
Essere "vittima" in Cristo significa offrirsi, "dare la vita per gli amici" (Gv 15,13), "... per i fratelli" (1 Gv 3,16), "per la salvezza del mondo". Dono essere stati prima amati e riconoscere che tale grazia si concretizza nel farsi dono.
"Dall'unità tra Cristo e il Sacerdote dipende l'opera efficace della divina misericordia, contenuta nella Parola e nei Sacramenti" (cf. CONG. CLERO, cit., p.34).
Essere vittima è dare tutto se stessi in sacrificio; non solo qualcosa di sé. "Sacrificio e offerta non gradisci, allora ho detto: ecco io vengo Padre, per fare la tua volontà" (cf. Eb 10,8) .
C'è un'altra immolazione desiderata da fra' Francesco: quella del ministero della riconciliazione.
Un'immolazione che parte dalla chiara consapevolezza dell'attuale disaffezione al Sacramento e che portò S.Francesco a piangere per il peccato e la cecità degli uomini: "l'Amore non è amato"!
Che cosa significa, infatti, la diminuita percezione del peccato nella sua intera malizia se non mancanza di amore a Dio (cf. l.c., p.26)?
Passione ministeriale per celebrare questo Sacramento della misericordia è avvicinare, ascoltare, incoraggiare, mettere i penitenti nel cuore del Padre misericordioso, accompagnarne i processi di crescita spirituale, discernere e aiutare le scelte vocazionali. Il sacerdote al confessionale deve essere "padre", "amico", "fratello", "compagno di viaggio".
3.2.3. La spiritualità francescana (ma non solo!), evidenzia un più stretto rapporto tra Parola e Sacramento. Per Francesco l'Eucaristia è il punto di arrivo della Parola, dalla quale fummo creati, redenti e santificati.
La Parola, infatti, "il Verbo" è il primo Sacramento, "Sacramento primordiale" (cf. Gv 1,1).
La passione eucaristica di San Francesco passa attraverso la venerazione, la contemplazione, il rispetto alla Parola. La Parola implica l'Eucaristia: ne celebra il mistero, ne è sigillo, senso e storia, l'orizzonte ultimo.
La sua fede lo porta a vedere nel Cristo eucaristico lo stesso Gesù venuto a Betlemme (cf. FF 144). Nei Sacerdoti, chiunque essi siano, anche nei "poverelli" vede soltanto i ministri di Dio, che rendono presente il Corpo di Cristo tramite la consacrazione del pane e del vino (cf. FF 113).
Per questo invita i suoi compagni ad adorarLo "in tutte le Chiese del mondo, perché con la sua santa Croce ha redento il mondo" (l.c. 111); ricorda ai frati sacerdoti la grave responsabilità che incombe su di loro, chiamati a celebrare "puri e in purità" (FF 218; anche FF 184), ad avere le disposizioni interiori per lasciarsi trasformare in olocausto vivente (FF 143), fino a morire e "per amore dell'amore" (cf. l.c. 277).
L'Eucaristia diventa per Francesco evocazione-memoria della Pasqua, culmine della sua vita di identificazione a Cristo. Così la celebra fino al termine della vita facendo anche dell'ultima sua ora una liturgia di lode (cf. 2 Cel, cit.).
Un semplice accenno al Sacramento della Riconciliazione. Mi sembra sufficiente evocare il quadro e citare le parole di S. Francesco nella famosa Lettera a un Ministro: "Non ci sia nessuno al mondo che abbia peccato quanto più poteva peccare, che guardando i tuoi occhi non si senta già perdonato" (FF 234-9).
Carissimo fra' Francesco, ti auguro di essere segno vivente di Cristo e di avere sempre occhi così limpidi da riflettere qualcosa del mistero di Dio, Padre misericordioso. Abbi un cuore grande, innamorato di Dio, per essere luogo di incontro per tutti coloro che desiderano attingere alla fonte della vita (cf. Ap 7,17), "rimanere nel (suo) amore" (Gv 15,1-11), vivere l'esistenza come dono di amore fino a "dare la vita per i propri amici" (cf. Gv 15,13s).
3.3. Il ministero pastorale: la passione per le anime
3.3.1. La Chiesa, "Sacramento della carità" (ETC 24), è "depositaria e dispensatrice di misericordia" (cf. DM 13). Una carità, fatta "nella verità" (cf. Ef 4,15), che ha una sola ragione e un solo criterio: "amare" ("perché" o "come io vi ho amati") (cf. Gv 15,12) e una grande icona: quella del buon pastore, che conosce, ama, conduce, nutre, difende, raduna, offre la vita per il gregge (cf. Gv 10).
La Croce rivela la misericordia del Padre, ne è l'icona più alta; e diviene, nel segno del Cuore Sacratissimo di Gesù, luogo-sintesi di Parola-Sacramento-Testimonianza.
Fatto Parola, vittima, testimone, il Presbitero diviene offerta di amore per evangelizzare, santificare, condurre i fratelli.
L'ufficio di guida, o il "munus regendi" è servizio "regale". Ciò significa essere memoria dell'amore crocifisso, che porta su di sé, sostiene, conduce tutti i fratelli con "squisita umanità" e "somma carità" (CONGR. CLERO, cit. p.35; PDV 22-24) "non tanto comandando, piuttosto servendo" (cf. S. AGOSTINO, Ep. 134, I) tutti con interiore libertà, non "spadroneggiando sulle persone" ma facendosi "modello del gregge" (cf. 1 Pt 5,3).
"Da mibi animas ...", ripeteva S. Giovanni Bosco con l'ardore apostolico che caratterizzava il sua appassionato ministero tra i giovani.
Il popolo "vede, osserva, sente" l'effettiva carità pastorale del Sacerdote. Bisogna lasciarsi macinare per diventare pane di Cristo (S. IGNAZIO DI ANTIOCHIA, Ep. Rom., IV, 1) "a beneficio dei fratelli" (GIOVANNI PAOLO II, Catechesi Udienza generale, 7 luglio 1993, n. 7; CONGREGAZIONE PER IL CLERO, cit., p.41).
3.3.2. S. Francesco nutriva una struggente passione per le anime. Scrive il suo primo biografo: "Non si riteneva vero soldato di Cristo, se non amava le anime che Egli ha amato" (2 Cel 172 / FF 758).
Questa richiamo ci porta sul Monte La Verna, a quel 14 settembre 1224, durante la Quaresima di S. Michele. Dopo aver contemplato il Mistero della Croce chiedendosi per giorni e giorni "Chi sei tu, dolcissimo Iddio e chi sono io vilissimo tuo verme e inutile servo?", così pregava: "Signore mio Gesù Cristo, due grazie ti prego che mi faccia innanzi che io muoia: la prima è che in vita mia io senta nell'anima e nel corpo mio, quanto è possibile quel dolore che, tu dolce Gesù, sostenesti nell'ora della tua acerbissima passione; la seconda è ch'io senta nel mio cuore, quanto è possibile, quello eccessivo amore del quale tu, Figlio di Dio, eri acceso a sostenere volentieri tanta passione per noi peccatori" (FF 1919).
Per Francesco, l'amore appassionato per le anime nasce dalla contemplazione-immedesimazione alle sofferenze di Cristo durante la Passione e la Morte sulla Croce. Questa "compassione" lo muoveva a "degnazione" verso i peccatori e a chinarsi su tutti "i crocifissi" della storia (cf. Test / 110).
4. Conclusione
Carissimi fra' Francesco e Familiari,
Confratelli Frati e Sacerdoti,
Consorelle di Vita Consacrata,
Fedeli di Scano e altri qui convenuti,
lodiamo e benediciamo il Signore per il "dono e mistero" che è il tuo Sacerdozio e tu stesso eletto. Un dono nel dono di un cuore già consacrato a Dio, oltre che nel battesimo, con la professione dei consigli evangelici.
Rendiamo grazie a Dio per la sua fedeltà e misericordia, manifestate anche tramite le mediazioni che ti hanno fatto giungere a questo giorno.
Oltre alla mediazione fondamentale della Famiglia naturale, penso a quelle della Famiglia di elezione, l'Ordine dei Frati Minori Conventuali (vedo qui tanti Formatori e Sacerdoti che hanno aiutato fra' Francesco nel discernimento e accompagnato nel cammino).
Ultima fra tutte e con un apporto minimo, anche la mia mediazione. Oggi, grato e commosso ricordo l'accoglienza (nel settembre 1988) e la stesura delle prime pagine della tua biografia vocazionale. Tu mi sembrasti allora un piccolo "Samuele", che cresce e diventa profeta nella Casa di Dio con una vita trasparente e lineare, tenace e veloce per la fecondità dell'impegno e la chiarezza degli obiettivi.
Casa di Dio è stata la Famiglia, "chiesa domestica", la parrocchia, "famiglia di famiglie", l'Ordine "vite piantata dalla destra di Dio" nella Chiesa.
"Implorato da Dio" (= Samuele), da tutti hai avuto affetto, stima, aiuto. Con tutti sarai per sempre riconoscente, tramite e nell'Eucaristia, la quale "memoria delle memorie" sigilla ogni ricordo più grato.
Maria, la Madre di Gesù associata al mistero della Redenzione, ti aiuti a "stare sotto la Croce" per ascoltare le parole del Figlio. Affidato a tanta Madre come "discepolo prediletto", vivi alla luce di tale mistero, preludio ad ogni alba di Risurrezione, "giorno fatto dal Signore". Accogliendola in te, "tempio di Dio" (cf. 1 Cor 3,16), custodiscila come il più prezioso dei doni.
Abbi certezza che Lei ti custodirà maternamente nella fedeltà della sequela e della configurazione al Figlio "sommo ed eterno Sacerdote" (cf. Eb 5,6.10).
+ Padre Paolo Atzei, Vescovo