Vinicio Coletti

Diario digitale


Metafisica dei tubi

Romanzo
Métaphysique des tubes
Amélie Nothomb, Belgio 2000
Cliquez ici pour lire ce commentaire en français

Era da tempo che sentivo parlare bene di questa scrittrice belga di lingua francese e così un bel giorno, in libreria, mi sono trovato davanti la sfilata dei suoi libri ed ho deciso che il momento di leggerla era infine giunto.
Ne ho sfogliato un po' ed ho deciso di leggere Metafisica dei tubi per due motivi, anzi per tre: visto che parla della sua primissima infanzia, ho ragionato, forse è meglio iniziare da qui e poi la storia si svolge in Giappone, che mi affascina, ed infine il titolo è così strano da meritare un approfondimento.
In effetti Amélie Nothomb è figlia di un diplomatico belga che si trovava in Giappone al momento della sua nascita. Nasce dunque a Kobe e vive per circa cinque anni in un villaggio di montagna, fino al trasferimento della sua famiglia in Cina, periodo che verrà raccontato in un altro dei suoi romanzi.
Siamo dunque di fronte ad un romanzo autobiografico? Certamente, ma definire questo libro un'autobiografia è fortemente riduttivo, visto che tutta la storia è vista attraverso lo sguardo, meglio: attraverso la formazione dello sguardo, della piccola protagonista. E non è che si inizi dalla banale descrizione di una nascita, si inizia dalla nascita del tutto, dell'universo, dal nulla. Scusate se è poco. Anzi, vista la naturale estrema soggettività del pensiero infantile, la nascità del sé è la nascita del tutto, coincide con essa.
La Nothomb ci racconta di una primissima infanzia vissuta in maniera totalmente apatica, da vero e proprio vegetale, da mero tubo digerente che filtra il mondo senza battere ciglio, seguita da un periodo di irrequietezza estrema e poi, finalmente, dalla sua vera e propria nascita, dalla sua apertura al mondo ed agli altri, catalizzata da un pezzetto di cioccolato bianco, a due anni e mezzo di età.
La piccola Amélie scopre così una realtà incantata, l'evoluzione del clima, i panorami, l'amore devoto che ha per lei la sua governante giapponese, l'ordine mai stabile del suo giardino zen.
Ma questa sublime felicità non può che durare poco. Entro qualche mese Amélie scoprirà il terribile inganno che si cela dietro ogni cosa, perché tutto ciò che ci è stato dato dovremo restituirlo, perché niente è perenne, esiste la morte o, peggio ancora, l'abbandono.
Così la bambina è cacciata per sempre dal paradiso terrestre della sua infanzia e proiettata nel mondo. Senza entusiasmo.
Bastano le prime righe per sentire subito una consonanza con lo stile della Nothomb, per iniziare un viaggio dentro il suo personaggio che va avanti senza interrompersi fino all'ultima riga. E' una di quelle letture che ti lasciano inquieto ma anche sereno, certamente arricchito.


Alcuni brani:

In principio era il nulla. E questo nulla non era né vuoto né vacuo: esso nominava solo se stesso. E Dio vide che questo era un bene. Per niente al mondo avrebbe creato alcunché. Il nulla non solo gli piaceva, ma addirittura lo appagava totalmente.
 
Gli occhi degli esseri viventi possiedono la più straordinaria delle proprietà: lo sguardo. Nulla è più eccezionale dello sguardo. Quando parliamo delle orecchie delle creature non diciamo che hanno un 'ascoltardo', oppure, delle loro narici, che hanno un 'sentardo' o un 'annusardo'.
Cos'è lo sguardo? E' qualcosa di inesprimibile. Nessuna parola esprime, neanche lontanamente, la sua strana essenza. Eppure lo sguardo esiste. Poche sono le realtà che hanno un tale livello di esistenza.
 
"Tutto scorre", "tutto è movimento", " non ci si immerge mai due volte nello stesso fiume", ecc. Il povero Eraclito si sarebbe suicidato se avesse incontrato Dio, la negazione della sua visione fluida dell'universo. Se il tubo avesse posseduto una forma di linguaggio, avrebbe ribattuto al pensatore di Efeso: "Tutto è immobile", "tutto è inerzia", "ci si immerge sempre nello stesso pantano", ecc.
 
Lo sguardo è una scelta. Chi guarda decide di soffermarsi su una determinata cosa e di escludere dunque dall'attenzione il resto del proprio campo visivo. In questo senso lo sguardo, che è l'essenza della vita, è prima di tutto un rifiuto.
Vivere vuol dire rifiutare. Chi accetta ogni cosa non è più vivo dell'orifizio di un lavandino.
 
Dio sa che dopo il viso cercherà di tendere una mano verso di lui. Ci è abituato: gli adulti avvicinano sempre le loro dita alla sua faccia. Decide che morderà l'indice della sconosciuta. Si prepara.
Appare infatti una mano nel suo campo visivo, ma - stupore! - ha una barretta biancastra tra le dita. Dio non ha mai visto una cosa del genere e si dimentica di gridare.
- E' cioccolato bianco del Belgio, - dice la nonna al bimbo che ha appena scoperto.
Di queste parole Dio capisce solo 'bianco': sa cos'è, l'ha visto sul latte e sui muri. Gli altri vocaboli gli sono sconosciuti: 'cioccolato' e soprattutto 'Belgio'. Intanto la barretta è accanto alla bocca.
- Si mangia, - dice la voce.
Mangiare: Dio sa cos'è. E' una cosa che fa spesso. Mangiare è il biberon, il puré con pezzetti di carne, la banana schiacciata con la mela grattugiata e il succo d'arancia.
Mangiare ha un odore. Questa barretta biancastra ha un odore che Dio non conosce. Ed è migliore del sapone e della pomata. Dio ne ha paura e voglia allo stesso tempo. Smorfia di disgusto e acquolina in bocca.
Con un'impennata di coraggio acchiappa la novità coi denti, la mastica, ma non serve: si fonde sulla lingua, tappezza il palato, gli riempie la bocca - e accade il miracolo.
La voluttà gli dà alla testa, gli lacera il cervello e vi fa rimbombare una voce che non aveva mai sentito prima:
"Sono io! Sono io, vivo! Io parlo! Non sono né 'egli' né 'lui', io sono io! Non dovrai più dire 'egli' per parlare di te, dovrai dire 'io'. E io sono il tuo migliore amico: io ti procuro il piacere."
E' stato allora che sono nata, nel febbraio del 1970, all'età di due anni e mezzo, sulle montagne del Kansai, nel villaggio di Shakugawa, sotto gli occhi di mia nonna paterna, per grazia del cioccolato bianco.
 
L'analisi dell'edificante linguaggio altrui mi portò a questa conclusione: parlare era un atto di creazione ma anche di distruzione. Era meglio starci molto attenti, con questa invenzione.
 
Ero giapponese.
Nella provincia del Kansai, a due anni e mezzo, essere giapponese significava vivere nel cuore della bellezza e dell'adorazione. Essere giapponese significava abbuffarsi dei fiori esageratamente profumati del giardino molle di pioggia, sedersi sullo sfondo dello stagno di pietra a guardare, in lontananza, le montagne grandi come l'interno del proprio petto, prolungare dentro di sé il canto mistico del venditore di patate dolci che attraversa il quartiere all'imbrunire.
 
Avere tre anni non offriva veramente nulla di buono. I Nipponici avevano ragione a situare a questa età la fine dello stato divino. Qualcosa era andato perso, - di già! - la cosa più preziosa di tutte e impossibile da recuperare: una forma di fiducia nella benevola perennità del mondo.


Indice delle recensioni
accessi dal 27 aprile 2004